Gli organizzatori del festival di Glastonbury: 'Così rischiamo il fallimento'

Suona il campanello d'allarme per la rassegna che proprio quest'anno avrebbe festeggiato i suoi cinquant'anni.
Gli organizzatori del festival di Glastonbury: 'Così rischiamo il fallimento'

Dire istituzione è dire poco.

Il Glastonbury è uno dei festival musicali più seguiti in Europa e nel mondo. Nato nel 1970, quando l'allora 35enne lattaio Michael Eavis - oggi 85enne che tra i suoi titoli vanta anche un'onorificenza come cavaliere dell'Impero Britannico, assegnatagli nel 2007 dalla Regina Elisabetta - dopo aver assistito insieme alla moglie a un festival rock a Shepton Mallet, nel Somerset, decise di mettere su un evento musicale che potesse fungere da raduno per i seguaci della scena, facendo alternare sul palco - nella prima edizione - artisti come T.Rex, Steamhammer, Duster Bennett, Al Stewart, Quintessence. L'anno successivo furono David Bowie e Joan Baez i protagonisti della manifestazione. Diventato sempre più grande, negli anni il Glastonbury - frequentato oggi da migliaia di persone: 175mila circa furono gli spettatori dell'edizione del 2019 - ha ospitato le performance di (tra gli altri) Cure, Red Hot Chili Peppers, Oasis, Radiohead, R.E.M., Coldplay, Paul McCartney, Muse, Jay Z, Neil Young, Bruce Springsteen, Beyoncé, U2, Rolling Stones, Metallica, Foo Fighters, Kanye West, Who, Adele e Ed Sheeran. L'edizione di quest'anno era stata annunciata come all'insegna delle celebrazioni per i cinquant'anni del festival: sul palco allestito all'interno del terreno da oltre 360 ettari che nella cittadina di Pilton, nel sud dell'Inghilterra, ospita l'evento, erano attesi Paul McCartney, Taylor Swift, Diana Ross, Noel Gallagher e i suoi High Flying Birds, Lana Del Rey, Dua Lipa, Sinead O'Connor e Thom Yorke, solo per fare qualche nome. La pandemia di Covid-19 ha spinto l'organizzazione - oggi gestita da Eavis insieme a sua figlia Emily - ad .annullare l'edizione 2020, annunciando una rassegna online. Tutto rimandato al 2021? Non è detto. Il futuro del festival è in realtà da scrivere. E lo stop forzato causato dall'emergenza sanitaria rischia di rappresentare la fine di una tradizione cinquantennale.

A dirlo, senza troppi giri di parole, è proprio il fondatore Michael Eavis in un'intervista al quotidiano britannico The Guardian. Se l'edizione 2021 non potrà avere luogo, è quanto riferisce Eavis, il festival sarà costretto a dichiarare il fallimento:

"Dobbiamo esserci l'anno prossimo, altrimenti falliremo. Dobbiamo andare avanti. Altrimenti per la società sarà la fine. Non credo che potremo permetterci di aspettare un altro anno".

All'organizzatore fa eco la figlia Emily, 41 anni:

"Se saremo costretti ad annullare anche l'edizione del prossimo anno le cose si metteranno davvero male. L'intera industria dal vivo sarà appena a un filo se ci sarà un'altra estate senza festival e se non sapremo che tipo di sostegno è previsto per questo settore".

Anche perché, fa sapere l'organizzatrice, l'annullamento l'edizione 2020 ha avuto un impatto notevole sulle casse della rassegna. E ora il festival aspetta un supporto economico da parte del governo:

"Il governo deve intensificare e sostenere le arti britanniche in senso più ampio per garantire la sopravvivenza di questi eventi culturali".

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