Riccardo Sinigallia: 'Suonavo per trenta persone. Ora compongo per il cinema e lancio un'etichetta'

Dal successo con i Tiromancino all'esclusione dal Festival di Sanremo, fino alle colonne sonore (l'ultima, quella di "Magari", l'esordio di Ginevra Elkann): l'intervista al cantautore romano.
Riccardo Sinigallia: 'Suonavo per trenta persone. Ora compongo per il cinema e lancio un'etichetta'

L'esposizione mediatica non l'ha mai cercata.

E anche se qualche anno fa, nel 2014, cadde nella tentazione di presentarsi in gara al Festival di Sanremo (da solo, dopo la partecipazione del 2000 insieme ai Tiromancino, con "Strade"), un'esperienza conclusasi con l'esclusione dalla competizione perché si scoprì che la sua "Prima di andare via" era stata già suonata dal vivo in pubblico, negli ultimi tempi Riccardo Sinigallia ha preferito tornare a rifugiarsi in attività più vicine alla sua visione della musica: "La cosa più difficile è staccarsi dall'idea di te stesso come artista che deve in qualche modo fare un disco. Non è che se non fai un disco la tua vita non ha senso, eh. Tutt'altro", dice. Il suo ultimo album, ".Ciao cuore", è uscito alla fine del 2018 ed è stato seguito da un lungo tour che ha visto il cantautore romano tornare ad esibirsi sui palchi dopo un periodo di assenza dalle scene. Tra una data e l'altra Sinigallia ha anche trovato il tempo per lavorare a ben due colonne sonore, riscoprendo un'attività che aveva avviato già nel 2002 firmando le musiche di "Paz!" di Renato De Maria e portato avanti tre anni dopo con "Amatemi". Il regista varesino lo ha voluto al suo fianco anche per "Lo spietato", mentre Ginevra Elkann gli ha chiesto di darle una mano con la colonna sonora del suo esordio alla regia "Magari": la pellicola, presentata la scorsa estate al Locarno Festival, era attesa nelle sale questa primavera, ma la chiusura dei cinema a causa dell'emergenza coronavirus ne ha impedito la distribuzione nelle sale e la promozione (però il film è stato distribuito su RaiPlay). "E ora ho appena finito di comporre le musiche per un altro film, 'Maledetta primavera' di Elisa Amoruso: dovrebbe uscire dopo l'estate", anticipa a Rockol dall'altra parte del telefono il cantautore.

In quasi vent'anni di carriera solista hai inciso più colonne sonore che dischi tuoi. Con questa fanno cinque, contro quattro album.
"Ho sempre diviso la mia passione per la musica tra urgenza personale e lavoro. Perché la verità è che se vuoi essere libero come artista devi trovare un modo per sostentarti a prescindere da quello che fai artisticamente, altrimenti sarai sempre schiavo dei risultati economici. È sbagliato concepire la propria vita artistica come una pausa tra un disco e l'altro. Io, almeno, ragiono diversamente. Da un lato ci sono le mie cose, figlie delle esigenze più naturali. Dall'altro il lavoro, che negli anni è stato quasi sempre quello di produttore, arrangiatore o autore per altri. Solo che a lungo andare quell'attività lì aveva finito per stancarmi e così, d'intesa con l'etichetta per la quale oggi incido, Sugar, ho iniziato a dedicarmi di più alle colonne sonore".

Ti diverte di più?
"Sì. E non devo fare i conti con gli ego dei cantanti (ride)".

Ma quelli con i quali hai collaborato negli anni, come Niccolò Fabi, Motta e Coez, non sono poi così egocentrici. Anzi.
"Devo dire che li adoro tutti. Però un artista che vuole emergere deve necessariamente essere competitivo. Non è un problema delle persone con cui ti trovi a collaborare, ma del sistema: se non sei determinato, non riesci a inserirti nel mercato. C'è poco da fare. Dopo aver respirato per tanti anni questa atmosfera, ho preferito staccarmi un po'".

Anche perché per uno come te, schivo e refrattario, non deve essere semplice avere a che fare con certi meccanismi.
"Anche io sono egocentrico e per certi versi sono anche più ambizioso. Dei numeri sulle piattaforme di streaming o - come succedeva fino a qualche anno fa - dei passaggi sulle radio di tendenza non mi interessa. Non ne vale la pena. La mia aspettativa è molto più alta. Quando da ragazzino ho deciso di vivere di musica, l'ho fatto perché avevo un'idea altissima dell'artista e del musicista. Scrivere colonne sonore mi permette di pensare alla musica e solo a quella".

E questo feeling tra te e i registi come te lo spieghi?
"Evidentemente sentono una vicinanza espressiva con quello che faccio. Con Renato De Maria il rapporto dura da vent'anni, da quando nel 2002 mi chiamò per comporre le musiche di 'Paz!'. All'epoca non avrei mai immaginato di trasformare quell'attività parallela alla mia carriera da cantautore in un lavoro, invece è successo. Ginevra Elkann deve avermi chiamato dopo essersi innamorata di 'Prima di andare via', che già Gabriele Muccino aveva riscoperto nel 2018, inserendola nel finale di 'A casa tutti bene'".

La tua canzone era già presente nella sceneggiatura?

"Sì. Nella copia-lavoro che Ginevra mi ha fatto vedere c'era una registrazione dal vivo, la stessa che poi è rimasta nella versione finale del film. Ho provato a sostituirla con altre versioni, meno 'sporche', ma non c'è stato verso: cercava quel tipo di imperfezione".

È più difficile scrivere una colonna sonora o un disco, per te?
"Quando compongo una colonna sonora mi metto al servizio di un altro artista: è un lavoro di artigianato, di sartoria. Invece scrivere un disco di canzoni è un parto. Tra un album e l'altro cerco di staccare, di fare altro, per scappare completamente dalla scrittura".

Il 2019 è stato un anno particolarmente intenso, tra tour e composizione. La serie di concerti legati a "Ciao cuore" ti ha tenuto impegnato quasi tutto l'anno: te l'aspettavi un calore del genere, dopo essere stato via per un po' di tempo?
"No. Per molti anni ho fatto concerti per pochissime persone: 30, 40, 80 biglietti venduti. Quando andava bene 150, ma raramente. Invece ora il pubblico è cresciuto molto. Non facciamo ancora i palasport, ma mi sembra di esibirmi di fronte a un pubblico che mi conosce e mi capisce. Cosa chiedere di più?".

I palazzetti sono un obiettivo che ti sei posto?
"Non mi dispiacerebbe, ma è difficile che possa succedere e ne sono consapevole. Va bene così".

Da Niccolò Fabi a Motta, passando per Gazzé e i Tiromancino: nel corso della tua carriera finora hai affiancato come produttore quasi solo artisti emergenti o non ancora affermati...
"Però ho fatto anche Luca Carboni, nel 2009, per 'Musiche ribelli'.

Lui e Coez sono tra le persone più amabili con le quali io abbia collaborato. Però per me è importante che il rapporto resti neutro. Cioè che non ci siano delle gerarchie. O meglio: che le gerarchie si stabiliscano lì per lì solo il relazione a quello che stai facendo. Se in questo momento è giusto che io guidi, guido io. Se invece in un altro momento è giusto che guidi tu, guidi tu. Ma questo non deve essere determinato da quanti dischi hai venduto, da quanto sei famoso, da chi c'è dietro di te, dalle aspettative dei tuoi discografici. Quando subentrano queste dinamiche per me è impossibile continuare a lavorare ed è questo il motivo per cui faccio fatica a portare avanti le collaborazioni con artisti che io stesso ho aiutato a diventare famosi. Non sono un direttore d'orchestra che si mette al servizio del divo di turno".

Quindi se ti chiamasse Jovanotti e ti proponesse di produrre il suo prossimo disco, rifiuteresti?
"No, dovrei parlarci e capire che tipo di percorso ha voglia di fare. Ma io non porterei niente dal punto di vista della comunicazione e dei numeri a Lorenzo, rispetto magari a un Rick Rubin. Gli chiederei un impegno difficile e non so se lui è disposto a mettere in discussione tutto quello che ha fatto fino ad oggi".

Quest'anno cade il ventennale de "La descrizione di un attimo", il disco che lanciò la tua carriera e quella dei Tiromancino: c'erano in ballo festeggiamenti, prima che scoppiasse l'emergenza coronavirus?
"Con tutto il bene che ci vogliamo, tra alti, bassi, nervosismi, ingiustizie, rancori e rivalse, c'è poco da festeggiare. Quel disco per noi è importante, ma dentro ci sono anche ferite lancinanti".

Non si sono ancora rimarginate?
"Abbiamo risolto e ora siamo tutti felici. Ma perché riaprirle?".

Dopo un periodo difficile Francesco Zampaglione è tornato a fare musica e corre voce che tu ti sia proposto di aiutarlo a pubblicare il suo nuovo disco. È così?
"Sì. È un album bellissimo che testimonia una storia importante: Francesco è uno degli artisti della mia generazione penalizzati da quelle logiche di cui parlavamo prima, che ho deciso di aiutare lanciando un'etichetta tutta mia. Si chiamerà Dram, tra i soci ci sarà anche mio fratello Daniele (negli anni collaboratore di Tiromancino, Fabi, Roberto Angelini e Marina Rei) e sarà una specie di porto per musicisti di grande livello. Abbiamo già in programma il lancio del disco di un artista africano, Babou Saho, prodotto dal chitarrista Francesco Maschio. E poi stiamo lavorando con il pianista di Nicola Piovani, Sergio Colicchio. Tutto super indipendente".

di Mattia Marzi

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