Sergio Caputo, la storia di “Un sabato italiano”

Quest’estate vi raccontiamo le storie di 45 canzoni italiane che, pubblicate a 45 giri, hanno avuto successo fra gli anni Cinquanta e il Duemila.
Sergio Caputo, la storia di “Un sabato italiano”

“Un sabato italiano”: 1983, S.Caputo, Ed. Mascheroni/Idiosyncrasy

La trasmissione televisiva “Mister Fantasy”, condotta da Carlo Massarini su RaiUno, rappresenta un’anomalia nell’infelice famiglia dei programmi dedicati alla musica.

Invece di limitarsi a dare spazio ai numeri uno in classifica o agli artisti “suggeriti” dalle case discografiche, il programma, in onda nei primi anni ’80, va alla ricerca di proposte più nuove ed originali.

Così, nel 1983, invece di inseguire i re delle classifiche come ad esempio Gazebo (“I like Chopin”) o Robin Gibb (“Juliet”), decide di dare ampio spazio al romano Sergio Caputo: fondamentalmente uno sconosciuto, anche se nella capitale qualcuno ne ha sentito parlare: “In quel periodo mi esibivo occasionalmente al Folk Studio e al Murales, avevo già realizzato un singolo per la IT e un ‘mezzo’ album per la Ricordi. Ma mi stavo avvicinando al jazz”. Nel giro di qualche puntata del programma, questo trentenne privo del fascino ormonale di Miguel Bosè o Simon Le Bon (ma non privo di stile) conquista l’attenzione del pubblico – e della sua casa discografica, incerta sulle potenzialità di un’artista che ripesca nel mare del jazz e dello swing.

Caputo non è l’unico in Europa che ha ‘voglia di swing’: l’inglese Joe Jackson, gettate le chitarre rock dei suoi primi dischi, ha pubblicato proprio in quel periodo un disco di brani anni ’40 intitolato “Jumpin’ jive”, e a metà anni ’80 il fascino discreto del jazz sedurrà molti tra coloro che non credono più nel punk (come gli Style Counci di Paul Weller, ex arrabbiato nei Jam) o che

non sono soddisfatti del pop elettronico (da Carmel a Matt Bianco fino a Sade).

“All’epoca non ero proprio l'ultimo arrivato, avevo già pubblicato delle cose ed ero già piuttosto stimato, anche se considerato poco commerciale”; ricorda Caputo. “Avevo eletto il mio amico Riccardo Rinetti come produttore (e continuò ad esserlo per un po'), e lui mi spinse a fare una cassetta ‘demo’ da far sentire in giro. Ricordo che i discografici perplessi non dicevano niente. Il silenzio era imbarazzante”.

Eppure, Caputo vede più in là degli altri: l’Italia dei primi anni ’80 entra rapidamente in sintonia con le sue “storie di whisky andati”: “Un sabato italiano”, che darà anche il titolo al suo primo album, diventa una sorta di inno alla vita notturna nelle “città da bere”.

L’equilibrio tra la vita notturna “maledetta” e la ricerca di una certa eleganza, accompagnata da testi guizzanti, richiamano più di un paragone con Fred Buscaglione – ma Caputo (come gli inglesi Joe Jackson e Carmel, e i più accattivanti e commerciali Matt Bianco) è innamorato del jazz. Secondo Mario Luzzatto Fegiz del “Corriere della Sera” il cantante romano usa “lo swing come arte della seduzione elegante ma anche come veicolo di ironia. Al suo esordio Caputo è stato capace, con grande successo, di combinare leggerezza formale e ricchezza dei contenuti. ‘Un sabato italiano’ è la fotografia di una realtà a metà strada tra ‘Il sabato del villaggio’ di Giacomo Leopardi e ‘La febbre del sabato sera’ con John Travolta: voglia di divertimento e sapienza delle citazioni (‘Roma felliniana’, ‘Festival dei fiori’). E Caputo canta questa canzone con una scioltezza vocale che le impedisce di diventare solo un'esibizione di acrobazia culturale”.

“Di ‘Un sabato italiano’ ho scritto prima la musica, su un giro armonico "classico" di un certo tipo di canzone jazz alla Fats Waller. Poi è venuto il testo. Scrivevo i testi su pezzi di carta sparsi, man mano che venivano, e i pezzi che poi ritrovavo e riuscivo a decifrare (dato il tasso alcolico dei momenti in cui venivano scritti) diventavano il testo. Mi ricordo di aver fatto sentire il pezzo al telefono a uno dei miei amici e ci siamo commossi tutti e due: è una canzone che descrive la mia vita nei primi anni ’80.

Ero a Roma, non ancora trentenne, professione art director in un'agenzia di pubblicità di giorno, e di notte vagabondo in giro per locali. I ritmi erano demenziali: alle 9 di mattina in ufficio (dove arrivavo in Vespa) a lavorare su campagne pubblicitarie più grosse di me. Alle 5 di pomeriggio via a casa, dormitina (mettevo la sveglia per le 9 di sera) poi mi alzavo, mi vestivo e aspettavo il citofono che immancabilmente suonava verso le 21.30, e via in giro con i miei amici (di stampo "vitelloniano" malgrado l'aspetto fricchettone) tutta la notte in giro per scantinati di musica (Folk studio, Murales, Music Inn etc...). Lo scopo di tutto ciò: la musica in generale, ma anche le donne, una ricerca senza fine che a volte si concludeva brillantemente - donne vestite da sera che la mattina alle 7 dovevano uscire da casa mia e passare davanti alla portinaia esterrefatta - a volte meno, con me e i miei amici all'alba, ad aspettare l'apertura dei bar a Trastevere, completamente distrutti.

Poi lasciarsi con la promessa ‘domani non si esce’, volata a casa per una doccia, di nuovo in Vespa in ufficio, e così via, e il citofono che alle 21.30 immancabilmente suonava nonostante le promesse dell'alba precedente. Vita apparentemente frivola, ma in realtà zeppa di ansie generazionali, descritte poi così bene per certi versi dal primo Nanni Moretti, insicurezze di un'età in bilico tra un futuro paurosamente convenzionale, e miti letterari e poetici di sregolatezza e esistenzialismo che spaziavano selvaggiamente da Bukowsky a Pavese”.

Tutti temi sviscerati nel 33 giri “Un sabato italiano”, un “concept album” che racconta la storia di un gruppo di amici alle prese con le problematiche legate alla condizione di singles: la ricerca ossessiva dell'amore e insieme la paura di "legarsi", nonché il senso di estraneità rispetto alle regole sociali che stanno prendendo forma nei primi anni ’80.

"Un sabato italiano" è un album decisamente atipico per il momento in cui viene pubblicato e per il mercato italiano.

La sua chiara impronta jazz-swing si rifà a un genere musicale che non veniva preso in considerazione da autori, interpreti e tantomeno dalle case discografiche, in quanto considerato "non commerciale" e destinato a pochi eletti specializzati. Non è inquadrabile né nel pop più commerciale né nel consolidato filone dei cantautori. E sicuramente non è rock, anche se Caputo ammette: “In quel periodo ero un fan di Patti Smith. Volevo sposarla e mi piaceva anche fisicamente! Seguivo Springsteen, Dylan e Lou Reed… ma scrivevo jazzisticamente”.

Un particolare che molti ignorano è che Caputo compone alla chitarra (“e non al piano, che non so suonare”). Per accompagnare le sue canzoni, sognava una big band, ma ovviamente non poteva contare sul budget necessario. Ragion per cui, i fiati di “Un sabato italiano” vennero simulati in modo piuttosto avventuroso con dei sintetizzatori avanzatissimi per l’epoca ma che, ascoltati oggi, risultano molto datati. Eppure, curiosamente, conferiscono al brano un sound alieno, in un certo senso lunare: dice Caputo: “A parte il piccolo fatto che riascoltando adesso il brano non li sopporto, tutto sommato quei synth finirono per caratterizzare il brano in modo (ai tempi) innovativo. Probabilmente c'era anche l'inconscia convinzione che fare quel disco troppo ‘stilisticamente preciso’ sarebbe risultato in un manierismo".

Da segnalare qualche problema, in studio, anche per la batteria: “Dovemmo reinciderla tre volte. Sembrava che nessun batterista fosse in grado di azzeccare l'andazzo giusto. Alla fine la palma d'oro andò a Derek Wilson, batterista inglese che, nonostante anni di rock e il pop, si ricordava come suonare lo swing. Incredibilmente a nessuno (neanche a me), venne in mente di chiamare un batterista jazz”.

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Il testo qui sopra, scritto da Paolo Madeddu, è tratto, per gentile concessione del Gruppo Sugar, dal sito “Galleria della Canzone”, sul quale potete trovare le storie di più di 200 canzoni italiane di grande successo.

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