Drefgold racconta “Elo”: “Non voglio essere un automa che sorride sempre”

Il trapper bolognese, primo in classifica con il suo secondo album, spiega il suo rapporto con Sfera, i problemi con la giustizia e l’amore per la musica: “Sperimentare è fondamentale”.
Drefgold racconta “Elo”: “Non voglio essere un automa che sorride sempre”
Credits: Claudio Colombini

Dice sempre quello che pensa, nelle canzoni come nelle interviste. Drefgold è un libro aperto e il suo nuovo album “Elo”, ricco di collaborazioni, è pieno di pagine scritte in questi ultimi due anni. Primo artista a entrare nella Bhmg, l’etichetta di Sfera Ebbasta che ha lanciato il trapper bolognese, ha vissuto anche momenti complicati a causa di alcuni guai con la giustizia (leggi qui) che hanno inevitabilmente cambiato il suo modo di fare musica. Il suo secondo progetto è saldo dentro i confini del genere, ma rappresenta un passo avanti.

Il disco nella prima settimana di uscita è arrivato in prima posizione in classifica Fimi.
Una sensazione incredibile. Da paura. In molti mi dicevano: “Il secondo disco è sempre più difficile del primo”. Con “Kanaglia”, due anni fa, arrivai secondo. Sono riuscito a migliorare, significa tantissimo per me.

In questo progetto ci sono alcune tracce più introspettive. Ti senti più maturo?
Mi interessava che le persone, ascoltando la mia musica, andassero oltre i soli aspetti legati all’elogio materiale o all’essere sempre e comunque “presi bene”. Il titolo, “Elo”, è il mio soprannome, con cui mi chiamano solo le persone che mi conoscono da tantissimo tempo o la mia famiglia. Già da qui si capisce l’intenzione nel voler andare più in profondità. Ascoltando il rap, anche quello di vecchia scuola, mi sono reso conto che molti testi raccontano pezzi di vita vera, non mi riferisco a situazioni criminali, ma a sacrifici, lavoro, momenti di difficoltà. Ed è bello quando qualcuno ci si può rispecchiare. Per questo motivo ho iniziato a scavare più a fondo.

La malinconia?
Forse era inevitabile uscisse fuori. La vita non è sempre felice. Con il primo album volevo spaccare, ritagliarmi uno spazio nella scena e quindi è tutto un disco da preso bene. Ma oggi non voglio essere solo quello, non voglio essere un automa o un’infinita serie tv sempre sullo stesso argomento. Prendi la traccia “Elo”, non solo è personale, ma è anche rappata. Qualcuno mi accusava di non saper rappare, ma non è così, vengo da Bologna, sono nato con quella musica dentro. Anche con questo disco ho voluto spaccare, ma mettendoci più parti di me.

Una delle tracce più interessanti è “Enjoy” con Tedua. In alcune barre si parla anche dei tuoi problemi con la giustizia. Come hai vissuto il processo?
Quando è successo tutto, Mario fu il primo a scrivere su Instagram “Free Dref”, nonostante alcuni del suo staff gli dicessero di non farlo. Abbiamo gli studi vicini, ci vediamo spessissimo. Quando gli ho fatto ascoltare il pezzo gli è piaciuto tantissimo e, una volta tornato con la sua parte di brano in studio, registrandola e sentendola per la prima volta, ho pensato: “Tedua è davvero un grande”. Tocca temi importanti come la legalizzazione e le gang dietro il mercato. Quanti rapper americani hanno avuto i problemi che ho avuto io? Praticamente tutti. Chiaro che in Italia la situazione è diversa. Fosse successo a qualcun altro artista, con un impatto diverso sulla gente, forse la sua carriera sarebbe andata in frantumi. Quello che mi è successo lo ritengo una mezza ingiustizia, per quanto la marjuana in Italia sia illegale. Alla fine di tutto, però, è un problema personale. Ne pago le conseguenze e va bene così. Ora sono qui, con il mio disco, è quello che conta. E quella storia mi ha dato ancora più carica per fare meglio.

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Cosa pensi della trap oggi? Si sta standardizzando?
Amo la trap e tutte le sue sfaccettature, arrivo fino a toccare generi come il reggaeton. Cerco sempre di fare anche altro, l’onda è la stessa, ma si sposta. A Bologna mi dicevano “facciamo solo old school”. Io invece ho fatto pezzi sui beat di Lil Wayne, su altri più classici, rappo e faccio perfino cantare i bambini come in “Calma”. Secondo me l’importante, al di là del rap o della trap, è fare musica nel senso ampio del termine, provare sempre a sperimentare.

La “benedizione” di Sfera Ebbasta?
Un grandissimo orgoglio. Sono stato il primo in cui ha creduto e la cosa pazzesca è che non eravamo amici, io non lo conoscevo, lui non conosceva me. Quando si è preso la briga di supportarmi, alcuni gli consigliavano di aspettare, invece lui ha subito creduto nella mia musica. È il numero uno e sta crescendo sempre di più, gli sarò riconoscente a vita.

Ti mancano i live?
Tantissimo. Speriamo di poter recuperare presto, le gente ne ha voglia. Dobbiamo essere ottimisti e dovremo anche capire le esigenze e i problemi dei locali, che di certo non stanno passando un bel momento.

Il tuo rapporto con Bologna?
Ho vissuto a Bologna fino a due anni fa, prima di trasferirmi a Milano per lavoro. Volevo scendere prima del Covid per il compleanno di mia sorella, ma l’emergenza ha bloccato tutto. Appena si potrà, scenderò perché mi manca tantissimo. Tutti i miei amici storici sono lì, la mia famiglia è lì, per un rapper il rapporto con il proprio quartiere è fondamentale.

(Claudio Cabona)

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