Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la storia di "Voodoo Chile"

Il 18 settembre saranno cinquant'anni dalla scomparsa del grande chitarrista: prepariamoci a ricordarlo
Jimi Hendrix, quasi 50 anni dalla morte: la storia di "Voodoo Chile"

Una notte del maggio 1968, durante uno dei suoi famosi giri nei club newyorchesi, Jimi Hendrix assiste a un concerto dei Traffic di Steve Winwood, da poco sbarcati negli Usa per uno dei loro primi tour americani. In quello stesso club, a un certo punto della serata, compaiono anche i Jefferson Airplane (reduci da un’apparizione al programma televisivo “The Dick Cavett Show”), che avevano alcune ore libere prima di ripartire, la mattina seguente, verso un’altra destinazione. Alla fine della performance dei Traffic, Jimi invitò tutti per una jam ai Record Plant Studios, e così nacque la celeberrima session di "Voodoo Chile", con Jimi alla chitarra, Steve Winwood dei Traffic all’organo Hammond, Jack Casady dei Jefferson al basso e Mitch Mitchell alla batteria.
“L’approccio era abbastanza semplice” ricorda Winwood. “Jimi suonava quello che voleva e gli altri suonavano quello che pensavano di dover suonare. A Jimi piaceva così”. Un approccio decisamente jazz, dunque, quasi totalmente improvvisato, per un pezzo dal sapore blues, dove la magia della musica prende forma solo ed esclusivamente dal talento dei singoli musicisti e dalla loro capacità di comunicare.
“Quando la gente mi chiede com’è stato suonare con Hendrix, dico sempre che è stato molto normale”, dice Casady a proposito. “Nessuna distrazione, solo quell’unico mezzo di comunicazione. Come musicista, apprezzi il fatto di trovare gente che mette da parte tutte le stronzate, si siede e suona”.
È buffo il fatto che Jimi, fino a quel momento, non avesse mai trovato il coraggio di chiamare Steve Winwood, pur avendo da tempo un grandissimo desiderio di lavorare con lui. Un amico ricorda chiaramente che Jimi più di una volta fece marcia
indietro, dicendo: “Non suonerà mai con me!”. Forse cercava solo di trovarsi nel luogo giusto al momento giusto, e finalmente quel momento era arrivato. La jam proseguì quasi ininterrottamente fino alle 7 e 30 del mattino. Winwood ricorda che ci vollero tre take per portare a termine la registrazione: “Nella take 1 imparammo la struttura della canzone, e poi, nella
take 2, Jimi ruppe una corda della chitarra. Così io e Mitch continuammo a suonare per un po’, quindi suonammo la take 3. E quella fu buona”. Come disse una volta Mitchell, a proposito di quella storica session, “in fondo, si trattava di musica. E quella notte la musica funzionò”.
Diametralmente opposta, come processo di creazione, è l’altrettanto epica "Voodoo Child (Slight Return)", che chiude l’album. Introdotta dal famosissimo riff di chitarra wah-wah, "Voodoo Child" è la gemella tutt’altro che “slight” (lieve, insignificante) di "Voodoo Chile", di cui riprende la tonalità e il motivo di base (fortemente alterato), e ci vollero ben
quattordici take per portarla a termine. In questo pezzo, definito dal chitarrista stesso come “l’inno nazionale di Harlem”, Jimi mette tutto se stesso, la sua energia e la sua abilità nel manipolare il suono, amplificato da tonnellate di watt. Se "Voodoo Child" rappresenta la bellezza sconvolgente ed effimera di una jam in una notte newyorchese, "Voodoo Chile" è la summa perfetta dell’intero Electric Ladyland, e di tutta la musica di Hendrix fino a quel momento.

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Domani racconteremo la storia di "Spanish Castle Magic".

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Il testo sopra pubblicato è tratto da "Jimi Hendrix", pubblicato nella collana "La storia del rock - i protagonisti" curata a Ezio Guaitamacchi per Hoepli Editore, per gentile concessione del curatore e dell'editore.

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