Quella volta che Oasis e Blur dissero no al Live 8

L'evento che riuscì a fare l'impossibile - riunire i Pink Floyd - ricevette anche qualche 'no, grazie' da artisti di primo piano, tra i quali quelli dei due pesi massimi del brit rock. Che si giustificarono così...
Quella volta che Oasis e Blur dissero no al Live 8

Poche cose sono riuscite a mettere d'accordo così tanta gente nel mondo del rock come il Live 8, il festival organizzato da Bob Geldof quindici anni fa per sensibilizzare i paesi occidentali a cancellare il debito dei paesi in via di sviluppo: tralasciando l'impressionante lista di nomi di primissimo piano che salì sui palchi che il 2 luglio del 2005 furono allestiti a Londra, Johannesburg, Tokyo, Berlino, Roma, Mosca, Filadelfia, Parigi e Toronto - Madonna, Cure, U2, Bon Jovi, Who, Paul McCartney, Linkin Park, Coldplay, Pet Shop Boys, Muse, R.E.M. ed Elton John, solo per citarne alcuni - basti dire che il megaevento che segnò indelebilmente il panorama della musica dal vivo all'alba del nuovo millennio riuscì là dove nessuno era riuscito prima, ovvero far sotterrare l'ascia di guerra a Roger Waters e David Gilmour, che per l'occasione si esibirono in quella che è stata l'unica apparizione dal vivo dei Pink Floyd con la propria formazione storica dopo l'abbandono del cantante e bassista del 1985.

Eppure l'iniziativa collegata alla campagna Make Poverty History non fece breccia presso alcune delle realtà più rilevanti dell'allora scena pop-rock britannica. Per dire: Geldof riuscì a riunire i Pink Floyd ma non le Spice Girls, che - seppure invitate - rinunciarono per le resistenze di Mel B. Anche i Radiohead, band da sempre impegnata sul sociale, diede forfait: ufficialmente a impedire l'apparizione sul palco della formazione di Oxford fu la fresca paternità del chitarrista Jonny Greenwood e non meglio identificati impegni degli altri elementi, ma Thom Yorke e i suoi non ufficializzarono mai il proprio supporto - seppure in contumacia - all'evento. Furono, però, le assenze dei due pesi massimi del brit rock a fare più parlare stampa e pubblico: quelle, cioè, di Oasis e Blur.

Il gruppo di "Supersonic", il 2 luglio, aveva già un concerto in programma. Non un concerto qualsiasi, ma uno show in casa, allo stadio di Manchester. "Però se fosse stato possibile farlo sarebbe stato bello", commentò Noel Gallagher a Launch: "In generale, le rock star dovrebbero fare qualcosa per risolvere questo cazzo di problema. Suona un po' come 'ok, ecco a cosa servono Bono e Chris Martin'. Ma non mi piace il modo in cui qualcuno di punto in bianco abbia deciso che tutti i gruppi inglesi debbano esibirsi insieme per attirare l'attenzione".

Damon Albarn, per giustificare l'assenza dei Blur all'evento, dieci anni dopo - ai microfoni della BBC - fu più preciso: "Se organizzi una festa per delle persone, di certo non lascerai queste stesse persone fuori dalla porta: sarebbe insensibile", commentà il cantante, stigmatizzando l'assoluta predominanza di artisti di origine anglosassone nel cast di un evento dedicato essenzialmente ai paesi africani. Albarn, dal canto suo, cercò di convincere i colleghi a donare in beneficenza i maggiori guadagni generati dalle vendite inevitabilmente galvanizzate dalla vetrina globale, ma senza successo - eccezion fatta per i Pink Floyd. E in più si attirò le critiche degli organizzatori: "La selezione della line-up non ha avuto prerogative artistiche, questo non è il Womad", chiarirono i portavoce dell'evento, "Il signor Albarn dovrebbe fare delle verifiche e controllare quali siano le iniziative che abbiamo pianificato: vedrai, Damon, resterai sorpreso".

Le critiche, nelle settimane successive all'evento, si sprecarono. Colpì, in particolar modo, un'indiscrezione filtrata dal backstage di Filadelfia, dove agli artisti che si erano esibiti a titolo gratuito fu fatto trovare un pacchetto di cortesia del valore di 12mila dollari comprendente una chitarra Gibson da 2.000 dollari, capi firmati Hugo Boss per 3.500 dollari e un orologio da 6.000. La Germania, che a Berlino aveva ospitato uno degli eventi, non incrementò di un euro il proprio budget destinato agli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Il Canada - che a Toronto per l'occasione fece sfilare sul palco, tra gli altri, Neil Young, Bryan Adams, Deep Purple, Celine Dion e Motley Crue - addirittura lo abbassò.

"Ci sono molte giovani popstar in gamba, oggi, ma la funzione della musica è cambiata", ha spiegato solo qualche giorno fa lo stesso Geldof al Corriere della Sera: "Ai miei tempi il rock era la spina dorsale del dibattito, il modo in cui si trasmettevano le idee e si parlava dei problemi. È durata per 50 anni e poi è finita, più o meno con i Nirvana e gli Oasis. Oggi organizzare un evento come il Live Aid [sorta di "padre" del Live 8, anche se lo stesso Geldof ammise di non voler replicare l'iniziativa del 1985] non sarebbe più possibile e non avrebbe senso, proprio perché il rock non ha più un ruolo centrale".

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