Fabrizio De André e PFM - Il concerto ritrovato: “Non è solo un docufilm, ma uno tsunami artistico”

Dori Ghezzi e la stessa Premiata Forneria Marconi raccontano la pellicola che ripercorre quel legame, partendo dalla ritrovata registrazione video del concerto del 3 gennaio 1979 a Genova: “Un regalo per le nuove generazioni"

Fabrizio De André e PFM - Il concerto ritrovato: “Non è solo un docufilm, ma uno tsunami artistico”

Un viaggio nel tempo con una colonna sonora viva, nonostante siano passati oltre quarant’anni. Patrick Djivas, bassista della Premiata Forneria Marconi, racconta così il docufilm “Fabrizio De André e PFM - Il concerto ritrovato: “È uno tsunami artistico. Vedendolo si capisce perché quelle sonorità siano vive ancora oggi. Fabrizio, si percepisce chiaramente, non sente addosso il peso del concerto perché ci siamo noi a supportarlo. Quella libertà di essere ciò che voleva è il dono più significativo”. Il docufilm, diretto da Walter Veltroni, realizzato da Except, sarà distribuito nelle sale italiane solo per tre giorni, il 17, 18 e 19 febbraio da Nexo Digital (qua l’elenco delle sale). Ripercorre quel legame magico fra la band milanese e il cantautore genovese, partendo dalla ritrovata registrazione video completa del concerto del 3 gennaio 1979 a Genova. Lo storico filmato dello spettacolo, che si credeva perduto, è stato ritrovato con il supporto di Franz Di Cioccio e custodito per oltre 40 anni dal regista Piero Frattari, che partecipò alla realizzazione delle riprese. “Questa registrazione è frutto di combinazioni astrali – svela Frattari – le riprese che feci a quel tempo finirono in un archivio composto da quarantamila cassette. Ma io, oggi come allora, sono un maniaco che accumula tutto, conservo ogni cosa. E questa mia debolezza in realtà mi ha permesso di ritrovare questo capolavoro”.  

Il film inizia con Dori Ghezzi, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas e David Riondino a bordo del trenino di Casella, che fra montagne e mare, attraversa Genova. “Da qui parte il viaggio nel tempo – spiega il regista Veltroni – quello fra De André e la PFM fu un incontro fra diversità, fra il rock e il cantautorato. Fino a oggi di quell’esperienza ne ha potuto godere solo chi partecipò ai concerti. Con questo lavoro, finalmente, si ritrova ciò che si immaginava non esistesse più. Si tratta di uno scrigno con quattordici brani, da lasciare intatto”. Come nacque quel sodalizio che scandalizzò, ma che allo stesso tempo scrisse pagine di storia della musica? “Con Fabrizio ci conoscevamo già dagli anni ’60, quando ci chiamavamo ancora “Quelli”, collaborammo insieme per l’album “La buona novella”. Ma il progetto comune arrivò dopo, sul finire degli anni’ 70 – ricorda Franz Di Cioccio, batteria e voce della PFM - venivamo da due universi molto diversi, per certi versi opposti. Tutti dicevano a Fabrizio di non collaborare con noi, che lo avremmo offuscato. E invece unimmo il cantautorato e il rock come già succedeva in America, passando alla storia. Questo docufilm è importante perché Fabrizio non voleva essere ripreso in quel periodo. Tanti anni dopo scoprì che Frattari aveva questa ripresa unica, a cui Fabrizio acconsentì senza dire nulla a nessuno, e lo contattai. Io nelle riprese non compaio quasi mai a causa della scarsa illuminazione, ma non importa. Tutti ora possono godere di quella forza. Fabrizio, accettando di suonare con noi, ruppe degli schemi. È questo il messaggio che ci lascia: osare”.

Importanti, per riavvolgere il nastro della storia, anche gli scatti di Guido Harari, che immortalò il tour con fotografie evocative, come quella di De André sdraiato per terra accanto a un termosifone. “Fu l’inizio di un percorso e di un’amicizia durata poi vent’anni – dice Harari – di Fabrizio ricordo una frase: ‘Ci crediamo tutti coraggiosi, ma temiamo il momento in cui dobbiamo poi verificarlo’”. Il pericolo nostalgia, però, è scongiurato. “È come se fosse accaduto oggi – sorride Dori Ghezzi – non c’è nessuna malinconia o celebrazione del passato. È la musica a essere protagonista”. Franco Mussida e Flavio Premoli, chitarrista e tastieristadella band, sono d’accordo: “Quello che è rimasta davvero intatta è la voce di Fabrizio, semplicemente magnifica”. Anche David Riondino ricorda quell’incedibile tour: “Aprivo i concerti, giocando con il pubblico. Fabrizio mi diede questa bellissima opportunità. Facevo il giullare. Chiedevo un applauso per un nuovo cantautore che di lì a poco sarebbe salito sul palco. Uscivo ed entravo con la mia chitarra. E nessuno capiva. Facevo i miei tre pezzi e si rompeva il ghiaccio così, partendo da una presa in giro”.

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