Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Prigioniero del mondo”

“Lucio Battisti”, il primo album della discografia del cantautore di Poggio Bustone, uscì il 5 marzo del 1969. Lo ripercorriamo canzone per canzone.

Lucio Battisti, il primo album canzone per canzone: “Prigioniero del mondo”

Il 29 aprile 1968, esce il terzo 45 giri di Battisti: “Prigioniero del mondo” / “Balla Linda”. Il mondo stava esplodendo: le università erano occupate e in rivolta; il primo marzo a Roma c’era stata la “battaglia di Valle Giulia” tra studenti e polizia; il 16 le truppe Usa in Vietnam avevano compiuto il massacro di My Lay,in cui persero la vita 347 civili, per lo più donne, bambini e anziani; il 22 cominciano le agitazioni studentesche in Francia; il 4 aprile viene ucciso Martin Luther King; l’11 anche gli studenti tedeschi cominciarono la loro protesta. Prigioniero del mondo era la classica canzone giusta al momento giusto:

Avere nelle scarpe la voglia di andare.

Avere negli occhi la voglia di guardare.

E invece restare...

prigionieri di un mondo

che ci lascia soltanto sognare

Perché restare? Perché reprimere “la voglia di amare” e “quella di andare”? Eppure in “Prendi fra le mani la testa” Mogol e Battisti avevano fatto cantare a Riki Maiocchi che “due scarpe tu ce l'hai / puoi andare dove vuoi / […] Perché non te ne vai, perché?” La risposta non deve far sorridere:

Se non ci fossi tu io me ne andrei

[…] Se non ci fossi tu io partirei.

Non sarei prigioniero di nessuno e di niente

io sarei fra la gente un uomo che fa

quel che sente

Si potrebbe vedere in questo una pusillanimità del personaggio mogoliano, un rovesciare sulla compagna la colpa della propria irresolutezza. Eppure non è così: mica tutte le donne erano Luisa Rossi. Anzi, diciamocelo, il modello imperante era quello della Dolce di giorno, della Cinquetti che parrocchianamente non aveva l’età. E mica per ridere: è nota la parte preponderante che il voto femminile, influenzato dalla Chiesa più di quello maschile, ebbe nella vittoria della Democrazia Cristiana nel ‘48 e nel suo mantenimento al potere. Ora, a parte le considerazioni sul probabile disastro per il Paese che sarebbe stata una vittoria delle sinistre staliniste, non è che nel ‘68 le cose andassero tanto diversamente: nel ‘70, due anni dopo, Celentano e la Mori vinsero Sanremo con “Chi non lavora non fa l’amore”, in pieno autunno caldo. A pensarci bene, quella canzone val più di un trattato. Così, con “Prigioniero del mondo”, Mogol affonda ancora una volta il dito nella piaga: intuisce che il privato è politico, e il freno che i lacci affettivi, intesi in certo modo, costituiscono per gran parte di noi. Sarà il tema che metterà a nudo De André in “La bomba in testa” (da “Storia di un impiegato”, 1973), quando descriverà la fascinazione crescente dell’impiegato, marito e lavoratore esemplare, di fronte alla protesta delle strade.

“Prigioniero del mondo” Mogol l’aveva scritta con Carlo Donida, uno che aveva quasi cinquant’anni, e aveva sulla coscienza marcette reazionarie come “Vecchio scarpone”. Eppure Donida s’inventa qui un brano che più battistiano non potrebbe essere, con quel misto tra ballata e soul su cui si leva la voce straziata di Lucio. “Prigioniero del mondo” andò al Disco per l’Estate. E ci andò male, perché la gente, di fronte a quel mondo che scoppiava, voleva canzoni allegre e/o balneari, come “Luglio” di Riccardo Del Turco, prima, o “Ho scritto t’amo sulla sabbia” di Franco IV e Franco I, terza, che a pensarci ora pare impossibile siano del 68 e sembrano uscite quattro–cinque anni prima.

Renzo Stefanel

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Domani scriveremo di “Io vivrò (senza te)”

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Il testo è tratto, per gentile concessione dell’autore, dal libro “Ma c’è qualcosa che non scordo”. In vendita qui e qui, è stato il primo studio che ha preso in esame tutti i testi che Mogol ha scritto per le canzoni composte da Lucio Battisti. Rispetto a quella del 2007, questa nuova edizione è riveduta, corretta e ampliata. Riveduta e corretta in base alle nuove affermazioni dello stesso Mogol: sono state prese in esame quelle della Mogol Edition del 2010 dei tredici album composti insieme, più quelle del 1971-72 alla trasmissione di Radio Rai “Per voi giovani”, condotta da Paolo Giaccio. Ampliata perché, rispetto alla precedente, ci sono 32 brani in più: quelli affidati da Mogol e Battisti ad altri interpreti, dai Dik Dik alla Formula 3, da Mina a Patty Pravo, da Bruno Lauzi ad Adriano Pappalardo, più tutti gli altri. “Ma c’è qualcosa che non scordo” diventa così l’unico testo a racchiudere l’analisi di tutta la produzione di Mogol per Battisti.

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Dall'archivio di Rockol - Lucio Battisti: 6 pillole di saggezza
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