Il Boss sbarca a Londra: il primo concerto di Bruce Springsteen in Europa

Il Boss rende disponibili su YouTube i video del leggendario show di londinese del 1975, precedentemente inclusi solo nella ristampa di "Born to run". Ecco il racconto di quella serata
Il Boss sbarca a Londra: il primo concerto di Bruce Springsteen in Europa

La sera del 18 novembre 1975, quando Bruce Springsteen sale sul palco dell’Hammersmith Odeon per il primo concerto in Gran Bretagna della sua carriera, trova Londra pronta ad accoglierlo. L’arrivo in città del nuovo astro nascente del rock americano era stato costruito a dovere, dal martellante lavoro della casa discografica oltre che dal tam tam dei suoi fans della prima ora: poster, pubblicità, promo, jingle radiofonici, l’abile slogan coniato dal giornalista rock – allora ancora inconsapevole di diventare a breve produttore e manager di Springsteen – Jon Landau (“ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”), tutto aveva contribuito a far crescere l’attesa per quello che, oltre ad un evento da tanto annunciato, si sarebbe rivelato per Springsteen e i suoi un appuntamento con il destino.

Il 1975 è l’anno di “Born to run”: è l’anno della definitiva consacrazione di Springsteen come artista internazionale. Ma che tutto fosse pronto per esplodere, e per molti versi esplose quella sera del 18 novembre, lo si capisce da questo concerto, non a caso filmato – e bene – quella sera, con l’atteggiamento e la cura nei confronti della qualità (luci, inquadrature, audio) che si hanno in presenza di grandi eventi e di grandi nomi. Bruce Springsteen un grande nome lo era già, per l’America: quella sera dimostrò “soltanto” di esserlo di fronte a Londra, capitale dell’industria musicale europea. Ora, a 15 anni dalla sua pubblicazione originale nella ristampa per i 30 anni di "Born to run", Springsteen ha messo su YouTube l'intero concerto dell'Hammersmith Odeon di Londra del 1975, la sua prima uscita in Europa.

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Per quanti – e sono i più, almeno in Italia – hanno conosciuto e amato Bruce Springsteen con “Born in the U.S.A.”; per coloro che raccontano del concerto allo Stadio San Siro di Milano tenuto il 21 giugno 1985 come uno degli eventi che gli hanno cambiato la vita; bene, a tutti coloro possiamo dire che questo live all’Hammersmith Odeon di Londra arriva come il concerto che non c’era, come il perfetto prequel della “rock’n’roll supernova” che avrebbero potuto ammirare, dal vivo, soltanto dieci anni dopo. Dieci anni separano quei due concerti tra loro: e sono dieci anni di dischi e di tour mondiali, un’enormità. E lo Springsteen che vedranno qui sul palco, è per alcuni versi lontano anni luce da quello del 1985.

Lo si capisce da come inizia il concerto: buio, una breve introduzione, un pianoforte che sembra un carillon sostiene il primo occhio di bue che si accende sul palco, ad inquadrare un enorme berretto di lana. Un attimo dopo si intravede Bruce, mentre inizia a cantare “Thunder road” nel silenzio pieno di tensione di una sala gremita ma trasformata in un tutt’uno. Man mano che il Boss snocciola il testo - un testo americano, niente trucchi, “Thunder road” è LA storia perfetta di fuga e redenzione a stelle e strisce, sequel e archetipo al tempo stesso di altre mille fughe e redenzioni – il pianoforte di Roy Bittan lo sorregge come unico strumento, e diventa da carillon un piccolo piano, poi un gran piano, poi un’orchestra intera. Ma quello che subito colpisce di questo inizio è l’aver deciso di puntare non sulla potenza ma sulla forza, non sul suono ma sull’emozione. Le prime note di Springsteen che il pubblico di Londra ha ascoltato nella sua storia, sono le note di un’armonica a bocca, di una voce roca e sgarbata, di un pianoforte suonato ad ogni strofa con un differente registro. Cosa serve ancora per inchiodare un pubblico? Cosa serve di più?

Dinamica, quindi. E puntare tutto sulla capacità di farsi ascoltare, appieno, fin dall’inizio. Una scelta spavalda, forse, di certo una scelta da rocker. Ecco, Bruce (& The E Street Band) a quel tempo sono così: sanno di essere dei rocker, di fatto agiscono come dei rocker, e non sono ancora delle rockstar. Stanno vivendo il grande momento di quanti, tra coloro che fanno quel lavoro, passano alcuni mesi o anni della propria vita a dimostrare quello che valgono. E Springsteen e i suoi, sul palco dell’Hammersmith Odeon, eccome se lo dimostrano. Cavalcano una eccellente scaletta, che comprende quasi tutti i brani di “Born to run” mescolati ai pezzi più forti dei loro precedenti due album con in più un paio di chicche live come il “Detroit medley” e la conclusiva e trascinante “Quarter to three”. E suonano come suona una vera e propria macchina del suono.

Quando sale sul palco, alla fine di “Thunder road”, e si schiera in formazione accanto e dietro a Springsteen, la E Street Band dispiega tutta la sua forza. Perché anche la band, nel 1975, è diversa: Clarence è gigantesco e magro, Steve ha dei capelli impermanentati, Roy è più affascinante, Max, Garry e Danny sono solo più giovani. Ma il suono è vivo, brillante, selvaggio eppure sottile, lesto. Fatto di attacchi al fulmicotone, nervosi crescendo all’unisono, assoli, capriole, rallentamenti tattici e nuove esplosioni di ritmo, di musica, di vita. Una musica che romba come un motore. E’ il ritratto del Boss sul palco, tutto nervi, ossa e muscoli, elettricità e passione, guizzante e non ancora rallentato e ispessito dalla “body culture” degli anni ‘80. Altro verrà regalato a tutti noi dalla storia, da quella nostra personale e da quella del Boss, una storia da allora lunga trent’anni: ma se c’è una sola chance per riuscire a fermare per un momento il tempo, e tornare lì, laddove tutto è iniziato davvero, ecco che questo concerto offre a ciascuno di noi quella possibilità.

Quella sera all’Hammersmith Bruce e i suoi, più che delle rockstar in erba, sembravano un ambizioso ladruncolo e i suoi furbi compari, venuti a fare il grande colpo con tanta di quella carica addosso da rischiare di far saltare il locale. Decenni dopo, Dio sa se ci sono riusciti.

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