Don Letts, il regista dei Clash, racconta i 40 anni di “London Calling”

“Io c’ero, posso raccontarvi com’è andata”: il collaboratore storico di Joe Strummer e soci ha parlato del disco-capolavoro a Piacenza, nel negozio di dischi Alphaville.

Don Letts, il regista dei Clash, racconta i 40 anni di “London Calling”

Non era semplice immaginarlo, ma così è stato: “London calling” dei Clash, a quarant’anni dalla pubblicazione, è stato raccontato, ricordato, addirittura ri-immaginato, negli spazi di Alphaville, sontuoso negozio di dischi dal respiro metropolitano; autentico faro in una provincia, Piacenza, poco abituata ad eventi simili. E invece, nel rifugio di Piazzetta Tempio, c’era Don Letts, dj, filmmaker, musicista e produttore che ai Clash è legato non solo da una più che quarantennale amicizia. Per la Storia, Don Letts è stato soprattutto il ponte che ha messo in comunicazione la working-class inglese in odore di punk (e quindi i Clash) con il reggae e la cultura caraibica. Nonché “quello del video di “London calling”. 
Ma non solo. Quello di “The punk rock movie” (1978), aggiungiamo; dei Big Audio Dynamite e di “Westway to the world”, splendido film-documentario sui Clash datato 2000.

Condotto da Marco Botti, l’incontro  ha preso subito la forma di una sgangherata e divertentissima danzaccia punk in cui aneddoti, battute e idee hanno triangolato rapidissime congelando ogni eventuale sbadiglio. Letts è ispirato, “campiona” il passato con audacia, forte di quel ruolo da protagonista e testimone oculare che gli permette con ogni legittimità di dire “io c’ero, posso raccontarvi com’è andata”. “Joe (Strummer, ndr) e Paul (Simonon, ndr) erano gli unici bianchi che frequentavano Acme Addiction (il negozio che all’epoca gestiva in Chelsea Road, ndr). Pensai, coraggiosi quei due!”. “Poi arrivò il Roxy, dove per 100 giorni suonai tantissimo reggae. C’erano loro, i Sex Pistols, e pochi altri. Voglio però precisare: i Clash erano cresciuti insieme alla Windrush generation (gli immigrati, provenienti dai Caraibi, che a partire dal secondo dopoguerra, fra il 1948 e il 1971, sono sbarcati nel Regno Unito, ndr), per cui il reggae, per loro, non suonava esotico, ma del tutto naturale. Lo potete facilmente verificare, è nelle loro basslines!”. Un’annotazione sincera, quasi umile, da parte del “dread che incontrò i punk rockers uptown”. “Ma del resto la working-class bianca inglese ha sempre cercato nella black music la scintilla che scatenasse la ribellione”, prosegue Letts. 

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Nato e cresciuto in una Brixton “multiculturale, durata finché la politica non si è messa in mezzo”, Letts, dopo un viscerale ripasso delle origini, vede il meteorite “London calling”, “un album che cambiò le regole del gioco, mostrando ciò che si poteva fare con il punk. Un album che va oltre il punk, ridefinendolo”. Don Letts ci credeva e ci crede tuttora: la musica può cambiare le cose. E ci crede ancor di più quando nel locale il calore sale e i presenti (molti giovani, altrettanti nostalgici, alcuni esegeti del ’77, qualche obbligatorio hipster) sono ormai parte del vortice da lui evocato e ricreato. Un vortice di storia e idee (“il punk è stato una sottocultura completa: ha generato musicisti, dj, speaker radiofonici, fotografi, registi, stilisti…”); un vortice in cui ad emergere, e non poteva essere altrimenti, è “il punk come spirito: il punk non è questione di chitarre e nichilismo, basta vedere tutto ciò che è germogliato dopo, nella fase post-punk”. L’industria, spingendo su spille, giubbotti di pelle e creste ha banalizzato e sintetizzato il punk per venderlo meglio, ma la questione è diversa. Rispondendo indirettamente agli oltranzisti Crass, che considerarono i Clash dei venduti perché firmarono con una major come la CBS, Letts è chiaro: “I Clash erano soprattutto degli idealisti. Joe Strummer, come Guthrie, Dylan, Scott-Heron o Lennon, credeva che la musica potesse cambiare le cose e voleva fortemente che la musica dei Clash arrivasse a destinazione, fosse ascoltata da più persone possibile”. 
La chiacchierata a questo punto prende direzioni diverse. Parla il pubblico. C’è chi si azzarda a creare un temerario parallelo fra Matteo Salvini e il vecchio politico conservatore Enoch “fiumi di sangue” Powell. C’è chi suggerisce che l’indimenticabile groove dei Clash risiedesse soprattutto nel versatile e visionario drumming di Topper Headon. C’è infine chi suggerisce che il punk, più di altre culture, abbia dato potere alle donne. Una prova: si può partire da “London calling” e, ancora oggi, arrivare piuttosto lontano.
 
E’ stato il presente (o il recente passato), semmai, il punto più irrisolto. Quando si è parlato di social e nuove tecnologie, Letts, intelligentemente, non si è scagliato contro i nuovi modi di comunicare, bensì contro l’uso che se ne fa. Ma la domanda, serpeggiante, è rimasta intatta: dov’è oggi lo spirito punk? In quanto “spirito” e per questo “cangiante” per definizione, vien da credere non possa più riguardare le classi sociali a prevalenza di bianchi, tutto sommato sazie, mediamente acculturate e frammentate. Gli ex-punk oggi guardano spesso nella direzione sbagliata, ma perché la ribellione non è più cosa loro. 
A fine anni ‘80 un certo spirito punk era finito in aperta campagna, nei rave, e già poco c’entrava con chi ancora infiammava una chitarra elettrica. Trent’anni dopo o poco più, nel 2011, aleggiava sopra i Tottenham Riots, volendo, ma la sommossa urbana era quasi completamente un’esclusiva delle comunità nere svezzate a hip hop, trap e grime, tutta una questione social-culturale che davvero non pareva più riguardare la pur impoverita middle class in crisi identitaria (perché la working-class, di fatto, è quasi sparita nei ’90) che trovava comunque il tempo per ragionare sulla storia del rock e intellettualizzarne il lascito artistico. Forse la forza di “London calling” e del movimento punk in generale è che ancora oggi, nel mondo, chiunque abbia provato a organizzare una rivoluzione (in buona parte) musicale, fosse anche una “rivoluzione da cameretta”, usa il termine “punk”, proprio quello che utilizzava sdegnosamente il duro e inflessibile Callaghan per apostrofare la feccia della società che era chiamato a ingabbiare. Da quel ’77, però, tutto ha cambiato forme, contesti, mezzi e destinatari. 

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Due sgabelli colorati con il prisma di “The dark side of the moon” dei Pink Floyd. Tutto casuale, perché Alphaville ama i Floyd, ma tant’è: Don Letts e Marco Botti ci si sono seduti sopra per tutta la durata dell’incontro, rilanciando involontariamente quel fumettistico e molto punk “I hate Pink Floyd” che campeggiava su una celeberrima maglietta di Johnny Rotten.
Autografi (sui nuovi scrapbook di “London calling”, sulle nuove riedizioni del vinile), strette di mano, risate. Letts è stato un Tamigi in piena. La musica che è seguita, a cura di Kubri, Mister Pizza, The Legendary Kid Combo, Betty Blue, John BelPaese, Nagual, Teeepeee e Operation Octopus, non è stata da meno. Feroce, divertente, creativa. Quasi sempre, a suo modo, punk.

Emiliano Raffo

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