Diario di un pentito (che non ha smesso di amare i Clash)

Di un 'piccolo miracolo irripetibile' e della fortuna di aver vissuto in diretta un periodo memorabile. E dell'eterno derby tra incendiari e pompieri...
Diario di un pentito (che non ha smesso di amare i Clash)

di Alfredo Marziano

Non è stato il punk, quando avevo ventidue anni, a convincermi a cambiare radicalmente dieta musicale spingendomi a disfarmi di molti di quei dischi prog che avevo iniziato a comprare quand’ero adolescente. Non è stato il Bruce Springsteen di ‘Darkness’, non sono stati i Talking Heads di ‘Fear of Music’, la new wave o tanto meno la disco. Sono stati i Clash di ‘London Calling’.

La copertina di Pennie Smith, certo, non passava inosservata. Al mio negoziante di fiducia, fan incallito di Presley, non era sfuggita la citazione esplicita del primo leggendario LP RCA del re del rock and roll: così, aveva messo i due vinili in vetrina uno di fianco all’altro facendo scattare in testa un collegamento irresistibile. La musica e i testi, poi, furono una folgorazione, una scarica elettrica: ci trovavi la rabbia e l’insolenza di quei tempi turbolenti, ma anche una prospettiva storica e un idealismo di ampio respiro che apriva una porta a chi non era entrato in sintonia con il nichilismo dei Sex Pistols e con il cinismo di Malcolm McLaren.

Come scrisse Rolling Stone eleggendolo (con una piccola forzatura temporale) miglior album dei vituperati anni Ottanta, c’era in quel disco una grande celebrazione del ‘romanticismo del rock and roll in termini epici e grandiosi’. Passione, slancio utopistico, impegno civile, antenne dritte sul quel che succedeva intorno, rappresentazione cruda e onesta della livida realtà del momento, conoscenza del vocabolario e della storia del rock, una ‘visione’ magari confusa del futuro e soprattutto un fiume impetuoso, inarrestabile di musica. In nessun altro disco (doppio, quando l’uscita di un doppio era un evento raro: soprattutto per una band che arrivava dall’estetica essenziale del punk tradotta in 45 giri di tre minuti) era possibile ascoltare due voci, due autori e due personalità musicali - Joe & Mick - diverse e complementari come quelle di Jagger e Richards e di Lennon e McCartney. Trovare chitarre degne degli Who e degli Stones, lo ska e il reggae degli immigrati giamaicani e i tumulti di Brixton, i film in bianco e nero di Monty Clift e la guerra civile spagnola di fine anni Trenta, il terrorismo e la strategia della tensione, storie di gangster e di alienazione urbana, il rockabilly degli anni Cinquanta e il lounge jazz, i ritmi anfetaminici del punk e il beat irresistibile dei dischi Motown, cover oscure e composizioni originali che misuravano la crescita disordinata ed esponenziale di quei quattro cavalieri dell’apocalisse che rifiutavano l’etichetta di nuovi Beatles e ci invitavano a uscire dai nostri ripostigli ricordandoci che la scelta, ora, era tra ‘morte o gloria’.

Era facile convincersi che i Clash fossero diventati davvero l’’unica band che conta’. Nel 1977, cantava Strummer, non c’erano più Elvis, i Beatles o i Rolling Stones; ma due anni dopo rieccoli lì, fantasmi benevolenti nei cieli nuvolosi di una Londra in fiamme e sulle sponde di un Tamigi pronto a esondare per effetto di un cataclisma postatomico neanche tanto fantascientifico. ‘London Calling’ ribolliva di ritmo e di melodia, di storia e di spirito dei tempi, di sesso e di politica, di testosterone e di ribellismo (a dispetto di chi diceva che i Clash si erano venduti firmando per la CBS). Ci trovavi quello che allora leggevi sui quotidiani o ascoltavi nei notiziari tv: il primo mandato di Margaret Thatcher, la brutalità della recessione e delle cariche della polizia. La recrudescenza della Guerra Fredda, il terrore dell’olocausto nucleare, la nuova crisi energetica, l’affermarsi del turboconsumismo, la frustrazione giovanile e il timore di farsi ingabbiare, la perdita di identità e la ricerca disperata di un riscatto, di uno scopo, di un rinascimento umano. Il suo S.O.S. in segnale Morse arrivava forte e chiaro. Tutto tradotto in una musica pulsante, vibrante, eccitante (merito anche di Guy Stevens, quel produttore storico, folle e ormai fuori mercato che in studio caricava i ragazzi lanciando sedie contro le pareti). Strummer, Jones, Simonon e Headon sembravano gli uomini giusti al momento giusto: teneri e feroci, romantici e incazzati, cool, bellissimi da guardare (nel video di ‘London Calling’ girato in una notte piovosa su una chiatta sul Tamigi; nel film ‘Rude Boy’ che sarebbe uscito l’anno dopo nelle sale cinematografiche; nelle foto in bianco e nero del libro ‘The Clash Before And After’ della Smith) ma soprattutto fantastici da ascoltare in una sequenza di canzoni che restavano scolpite nella memoria. I fendenti chitarristici della title track e i fiati da caotica festa giamaicana di ‘Rudie Can’t Fail’, la melodia malinconica e circolare di ‘Spanish Bombs’ e il ritmo martellante di ‘Clampdown’, la voce atona di Paul e il suo basso prepotente in ‘Guns Of Brixton’, l’urlo liberatorio di ‘Death Or Glory’ e il treno ritmico della ‘Train In Vain’ aggiunta all’ultimo minuto e di cui non c’era traccia in copertina (ognuno ha le sue preferite, e in fondo vanno bene tutte). Un piccolo miracolo irripetibile, indissolubilmente legato al suo tempo ma anche capace di trascenderlo come capita ai grandi dischi rock. Che fortuna, penso oggi, avere avuto la possibilità di viverlo, ascoltarlo, assaporarlo in diretta.

Ps: Siccome si nasce incendiari e si muore pompieri, me li sono poi ricomprati quei dischi dei primi anni Settanta che avevo regalato, venduto o buttato nella spazzatura, mettendo in atto un pentimento tardivo. Ho capito poi che non avrei mai potuto indossare, come Johnny Rotten, una maglietta con la scritta ‘I hate Pink Floyd’. E non ho mai dato la colpa ai Clash per quel mio gesto avventato e giovanile.

Incendiari pompieri.

Rockol, dallo scorso 25 novembre, sta celebrando il quarantennale della pubblicazione di “London Calling” dei Clash, che ricorre il 14 dicembre 2019: a questo indirizzo sono disponibili tutti gli approfondimenti che abbiamo dedicato per l'occasione al terzo disco della band di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon.

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