Marracash presenta “Persona”: “Dopo un periodo di disperazione ho ucciso il mio personaggio"

A distanza di tre anni da “Santeria”, “The king of rap” torna con un lavoro introspettivo: “I testi sono usciti come sangue da una ferita”

Marracash presenta “Persona”: “Dopo un periodo di disperazione ho ucciso il mio personaggio"

La vera vocazione di ogni uomo, forse, è una sola: conoscere davvero se stessi, trovare, nel duro cammino della vita, la propria identità. L’esortazione Conosci te stesso” è una massima incisa in greco nel tempio di Apollo a Delfi. Ha sempre custodito risvolti filosofici perché riguarda il significato più profondo e imperscrutabile del perché siamo al mondo. Marracash, con l’album “Persona”, in uscita il 31 ottobre per Island-Universal Music, a distanza di tre anni da “Santeria”, scrive con il linguaggio del rap il suo nuovo e personale manifesto esistenziale in cui “mi sono liberato del personaggio: Fabio ha vinto su Marracash”, confida l’artista. Un’opera d’arte, sospesa fra il contemporaneo e il classico, suddivisa in quindici pezzi: a ognuno è legata una parte del corpo. “Quella di creare un legame fra anatomia e canzoni è un’idea che ho da anni – confida Marracash – in un primo momento proprio perché volevo raccontare il mio dualismo, quello fra l’uomo e l’artista, volevo chiamare l’album “Avatar”. Poi Venerus mi ha consigliato di intitolarlo “Persona” come il film di Bergman. In inglese il termine coinvolge anche la sfera del “personaggio”, e quindi si è dimostrato perfetto”.

All’interno dell’album sono presenti nove featuring, nove persone a cui Fabio Bartolo Rizzo, questo il suo vero nome, ha affidato un pezzo di se stesso per definire al meglio Marra, l’artista: Coez, Cosmo, Guè Pequeno, Luchè, Madame, Mahmood, Massimo Pericolo, Sfera Ebbasta, tha Supreme. “Non chiamo nel mio disco gli artisti che ammiro, non solo e non tutti almeno, ma quelli che possono aggiungere qualcosa alla traccia in cui sono ospiti, o che hanno talenti che io non ho”, ha spiegato il rapper prima del lancio del disco. La persona e la sua proiezione artistica si guardano occhi negli occhi, si sfidano a duello per conoscersi e riconoscersi. I feat non sono svelati nel nome della traccia proprio per permettere all’ascoltatore di compiere questo viaggio. “Ho scritto questo lavoro in tre mesi, nei restanti 2 anni e 9 mesi ho vissuto un lungo periodo buio e una relazione tossica, ne parlo nella canzone “Crudelia” – continua il rapper – sono rimasto isolato, ho provato ad andare dallo psicanalista, ero disperato. Ho visto sgretolarsi tutto: è impossibile, oggi, credere alla politica, si aprono i social e non si capisce dove sia finita la verità. Tutto è messo in discussione fra cui la sacralità di certi valori, anche a causa dello sfaldamento delle famiglie. Io sono molto legato al mio quartiere, Barona, ma vedo che ai ragazzi queste radici interessano meno. Per un certo periodo mi sono sentito un Ronin, l’ultimo a credere, senza sapere chi o cosa combattere. I pensieri che avevo dentro sono usciti come sangue da una ferita: ora sto bene, dormo sereno come non succedeva da molto e non vedo l’ora di portare questo disco in giro per l’Italia”.

Un disco rap che torna a parlare più che mai di cambiamenti, rivoluzione, spirito e valori di strada. Non mancano attacchi politici diretti come in “Quelli che non pensano”, che riprende dodici anni dopo “Quelli che benpensano” di Frankie hi-nrg mc, o riflessioni sul successo e i mostri che cela, nell’intima “Tutto questo niente”, passando per la dinamitarda “Poco di buono”. Marra si guarda indietro, “sono un randagio ora come prima” canta in “Appartengo”, fa i conti ancora una volta con le sue radici, con la sua natura, con il suo sangue. “Per la prima volta Fabio vince su Marracash – racconta – in Italia c’è una sorta di pregiudizio nel parlare di depressione o problemi mentali. Questo lavoro è una catarsi: nel pezzo di chiusura “Greta Thunberg” avrei voluto provocare, augurandoci l’estinzione, ma avrei sbagliato. “Persona” non è così oscuro, c’è della luce. Ho corretto il brano e ho dato fiducia alla fame di cambiamento”. È un viaggio introspettivo, maturo, figlio dei suoi quarant’anni. Un guardarsi allo specchio, ma anche un gettare lo sguardo oltre, verso il sogno che qualche cosa possa cambiare se non intorno a noi, almeno dentro di noi. Tutto puntando su se stessi, mettendoci il cuore come suggerisce il brano “G.o.a.t.”. Nella ricerca di un “io” c’è anche ciò che non si vuole essere: il divorarsi a vicenda per emergere, l’ignoranza sbandierata, la vacuità. Marra colpisce rima su rima e allontana i mostri. “La parte live sarà la chiusura di questo cerchio – conclude il rapper – è presto per parlarne, ma sto pensando anche di portare con me una band. Voglio che un pubblico eterogeneo, di ragazzi ma anche di persone più adulte, possa ritrovarsi anche solo in un pezzo di questo disco”.

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