Darkness live al Carroponte: il report e la scaletta

La band londinese ha suonato a Sesto S. Giovanni la sera del 20 luglio. Rockol c'era e vi racconta come è stato...

Darkness live al Carroponte: il report e la scaletta

Non c’è molta confusione all’apertura dei cancelli, verso le 19:00. Si entra rapidamente passando l’esame di una security certosina (mi sequestrano il portachiavi, dandomi anche una dimostrazione pratica di come avrei potuto, volendo, usarlo come tirapugni – prendo nota, anche se in realtà non ho mai avuto particolari pulsioni in quel senso, anzi… ma dicono che ogni giorno bisognerebbe imparare qualcosa di nuovo!) e si accede all’area ristorazione dove, fra un panino e una bibita, si può attendere l’inizio dei live.

Ad aprire le danze, puntualissimi, sono i napoletani Hangarvain che regalano un onesto set di alt, classic e roots rock con forti venature grunge (Pearl Jam su tutti). Sono piacevoli anche se non sorprendenti: dalla loro hanno sicuramente passione, dedizione alla “causa” e un buon mestiere acquisito sui palchi.
Seguono i bolognesi Noise Pollution e l’acustica misteriosamente sembra peggiorare. Il cambio d’atmosfera è palese e persino un filo stridente: siamo nel regno del groove/alt metal melodico (con tocchi elettronici e industrial rock). I ragazzi ce la mettono tutta e portano a casa la serata, nonostante una certa ripetitività dei brani e qualche problema tecnico.

Giunge il turno dei Darkness – e nel frattempo il Carroponte si è riempito. Il carisma della band londinese è evidente: con zero scenografia, solo ampli, strumenti e una bella dose di sbruffonaggine rock cattura immediatamente l’attenzione di tutti. E nulla importa se la voce di Justin Hawkins spesso è troppo bassa o se il pubblico invoca a gran voce più volume: la band macina pezzi su pezzi, facendo cantare e ballare un po’ tutti.
Justin è perennemente in movimento: salta, corre, fa versi e passi divertenti, scherza… una specie di David Lee Roth dei tempi d’oro fuggito da una puntata dei Simpson. E infatti, dopo qualche brano, a forza di scatenarsi, si accorge di avere sbagliato look: i pantaloni lunghi tengono troppo caldo. Quindi non gli resta che chiedere in prestito al pubblico un paio di calzoncini corti, che vengono lanciati sul palco. Lui li indossa, si leva la T-shirt e continua imperterrito il suo show (a ripensarci poteva anche essere una gonnellina a righe, ma Justin non si è comunque fatto il minimo scrupolo).

Fra lanci di palloni tricolori, reggiseno che volano sul palco, botta e risposta fra Justin e il pubblico – che viene sfidato a ripetere gorgheggi e falsetti – e una classicissima camminata finale fra i fan (Justin sulle spalle di un addetto alla security, sfila in mezzo alla gente, continuando a suonare la sua Les Paul candida: un momento di tipica liturgia rock d’altri tempi) il live giunge alla conclusione.
L’impressione è di avere assistito a un bellissimo spettacolo rock – di quelli che mettono d’accordo un po’ tutti: sia chi ama le sonorità più hard, sia chi propende per il lato melodico… del resto da sempre la musica dei Darkness è intrisa di suggestioni che spaziano dai Thin Lizzy agli Zeppelin, passando per i Queen, i T-Rex, i Faces,  e gli Stones, il tutto con una smaccata sensibilità pop. Insomma, se ne avrete l’occasione, non perdeteveli dal vivo.

(Andrea Valentini)

 

La scaletta:

  • Black Shuck
  • Growing on Me
  • Open Fire
  • Love Is Only a Feeling
  • One Way Ticket
  • Barbarian
  • Southern Trains
  • Friday Night
  • Roaring Waters
  • Givin' Up
  • Japanese Prisoner of Love
  • Stuck in a Rut
  • I Believe in a Thing Called Love

Bis:

  • Get Your Hands Off My Woman
  • Love on the Rocks With No Ice
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