NEWS   |   Cinema / 20/03/2019

Michael Jackson: l’opinione di Rockol su “Leaving Neverland”

Michael Jackson: l’opinione di Rockol su “Leaving Neverland”

La notizia che abbiamo pubblicato alcune ore fa, in cui si segnalava la messa in onda sul canale 9 del documentario “Leaving Neverland”, ha suscitato critiche sul nostro Facebook. Siamo stati accusati di “pubblicizzare” il documentario, e quindi indirettamente di schierarci dalla parte degli accusatori di Michael Jackson. Niente di più sbagliato; come abbiamo scritto, “guardate e deciderete”.
Abbiamo guardato la prima parte, e qui di seguito troverete la nostra opinione.

“Leaving Neverland” ha un limite (evidentemente) intrinseco: raccoglie le dichiarazioni di due persone che sostengono di essere state molestate sessualmente da Michael Jackson, e lo fa senza che i loro racconti siano stati verificati - e senza che siano verificabili. Per quanto mi riguarda, non sto da una parte né dall’altra: non faccio parte di una giuria di tribunale, né mi compete stabilire se e quanto siano attendibili i ricordi di James Safechuck e Wade Robson. I fedelissimi fan di Michael Jackson hanno già deciso da che parte stare, e non ha alcun senso dar loro torto o ragione. Personalmente ritengo, e lo dico in totale sincerità, che i comportamenti personali di un artista non debbano influenzare la mia opinione sulle sue produzioni - che siamo musicali, cinematografiche o letterarie. Non mi sognerei mai di mettere in discussione le fantastiche capacità attoriali di Kevin Spacey (e considero eccessivo l’ostracismo al quale è stato sottoposto). Analogamente, la mia opinione sull'importanza e sulla qualità della produzione musicale di Michael Jackson non è condizionata dalle accuse che riguardano il suo comportamento privato.
Ho guardato martedì sera la prima parte del documentario, ed è stata un’esperienza piuttosto disturbante. Appesantito da un doppiaggio italiano inutilmente melodrammatico, che ha reso troppo “recitate” le testimonianze di Safechuck e Robson, “Leaving Neverland” mi ha messo a disagio, soprattutto per l’insistenza morbosa sui dettagli delle presunte interazioni sessuali fra i due e Jackson. Non sono una verginella, intendiamoci, ma a mio avviso non ci sarebbe stato bisogno di specificare con tanta insistenza quante volte, dove e come si sarebbero consumate le molestie sui due (allora) bambini. Mi è parsa pornografia, nel senso stretto del termine (“descrizione esplicita di un atto sessuale”); una pornografia fredda e clinica, oltre che moralistica, quindi ancor più sgradevole.
Le quasi due ore di visione mi hanno lasciato però con una convinzione precisa: ed è che le due autodichiarate vittime, ammesso che lo siano state, di Jackson, lo sono state però sicuramente di madri ambiziose, abbagliate dalla celebrità quanto e più dei loro figli, e che dal rapporto “speciale” che questi avevano con il cantante si sono sentite personalmente gratificate e beneficate, sia socialmente sia economicamente. Più volte, guardando il documentario, mi sono chiesto se mia moglie ed io avremmo lasciato che nostro figlio bambino frequentasse tanto assiduamente, e spesso da solo, un adulto - chiunque fosse questo adulto. E mi sono risposto che no, non l’avremmo permesso. “Ci sembrava una favola, avevamo perso il senso della realtà”: è in questa frase di una delle due madri che condenserei il comportamento delle famiglie - piuttosto disfunzionali - Safechuck e Robson. E sinceramente mi domando con quale coraggio le due signore abbiano acconsentito a farsi intervistare ammettendo candidamente la loro, chiamiamola così, “leggerezza”. Le colpe di queste due madri sono gravi e imperdonabili, e accertate, anzi ammesse e quasi dichiarate; quelle di Michael Jackson sono tutte da dimostrare, e lo rimarranno per sempre.
Franco Zanetti

 

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