Emidio Clementi dei Massimo Volume: “A chi si schiera su tutto, oggi preferisco chi osserva disincantato” - INTERVISTA

Emidio Clementi dei Massimo Volume: “A chi si schiera su tutto, oggi preferisco chi osserva disincantato” - INTERVISTA

Nel rivendicare il diritto “a non prendere per forza una posizione” su tutto, si può nascondere un retrogusto amaro e di disillusione, ma non la rinuncia a combattere con la vita. Anzi, è in quello scontro con se stessi che si cercano le risposte. Il nuovo album dei Massimo Volume, “Il nuotatore”, è una fotografia esistenziale dei personaggi che lo attraversano, ma anche di Emidio Clementi, voce e anima di una band che dopo quasi trent’anni riesce ancora a farci guardare dentro. Giovedì 14 saranno in concerto a Milano, all'Auditorium di Largo Mahaler. Abbiamo intervistato Clementi.

In che periodo della tua vita è uscito “Il nuotatore”? 
Prima il gruppo era la parte più importante delle nostre vite, ora non è più così. Abbiamo altro, abbiamo delle famiglie. In parte ci siamo liberati dall’idea assoluta e primaria della band e questo ci permette, quando ci mettiamo a suonare di nuovo insieme, di avere paradossalmente un’energia maggiore. 

I protagonisti del disco sono degli ultimi, ma allo stesso tempo dei combattenti.  
Spesso veniamo etichettati come portatori di mestizia. Tutto questo non ci appartiene. Molti di quei protagonisti non sono vincitori, ma ci hanno provato. È quel tentativo che mi affascina. 

Gli “altri” dove sono? 
In qualche modo ci sono sempre. Penso che la copertina del disco risponda alla domanda. È una foto scattata su una spiaggia ligure. Tutti hanno la loro porzione di sabbia, vivono la propria giornata. Praticamente nessuno interagisce con chi occupa un altro spazio. Gli “altri” ci sono, ma sono isolati, ognuno nel suo microcosmo. 

È uno dei mali del nostro tempo?
Probabilmente anche io, su quella spiaggia, oggi non avrei parlato con nessuno. È la fotografia di una situazione esistenziale che riproduce la difficoltà a entrare in sintonia con l’altro. Mi ricordo quando sono arrivato a Bologna a metà anni ’80: c’erano più spazi per socializzare, facevo parte degli “alternativi”, esistevano locali ad hoc per noi. Ma erano ghetti. Oggi ci si mescola di più in realtà, c’è meno senso di appartenenza. Rimango curioso, ma tutta questa voglia di socializzazione non ce l’ho più. 

“Fred” è una canzone dedicata a Nietzsche. Era necessario spogliarlo dal “superomismo”? 
È un filosofo spesso banalizzato. Studiando la sua storia e le sue fragilità, mi sono reso conto che se lo avessi mai incontrato in strada, alla fine dell’800, sarei riuscito tranquillamente a prendere un caffè con lui parlando del più e del meno. Avevo voglia di toccare con mano la storia di un uomo monumentale. Quando si studia a scuola, questa operazione non si riesce a compiere, eppure approfondendo si riesce a capire che Dante in realtà è un punk e che Goethe ha una freschezza incredibile. 

I Massimo Volume nelle canzoni riportano sempre tutto al presente. Il futuro, da padre di due figlie, non ti interessa? 
Quello che splende è per forza vivo, quindi è nel presente. Da qui il nostro continuo fotografare l’oggi. Al futuro preferisco non pensare. Mia moglie qualche giorno fa mi ha mostrato un articolo sui cambiamenti climatici. Volgere lo sguardo al domani sembrerebbe inevitabile. Stessa cosa se penso al governo attuale, uno dei più pericolosi degli ultimi anni. Ho sempre votato a sinistra e ho creduto di poter cambiare il mondo, ma oggi non riesco a togliermi dalla posizione di osservatore. Se in futuro si superasse un certo limite, probabilmente troverei la forza di rompere questo status.

È disillusione?
Semplicemente mi annoia chi prende posizione su tutto, chi dice di sapere perfettamente che cosa accadrà. La mia posizione da osservatore è pericolosa, ma chi si schiera, sempre e comunque, è un ingenuo. 

Da autore di libri e canzoni, che potere attribuisci alle parole?
La musica e la scrittura mi danno la possibilità di mostrare la bella copia di me stesso. Rifiuto la banalità, ma non cerco per forza la profondità. Chi parla con me pensa sempre di dover toccare argomenti “alti”. Tutto questo non sono io. Mi piace parlare di vita davanti a un tramonto tanto quanto scherzare sul nulla al bancone di un autogrill. 

(Claudio Cabona)

 

 

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