NEWS   |   Recensioni concerti / 07/02/2019

Intrappolati in un loop: i Massive Attack in concerto al Forum di Assago – Recensione e setlist

Intrappolati in un loop: i Massive Attack in concerto al Forum di Assago – Recensione e setlist

E chi lo sapeva, vent’anni fa, che “Mezzanine” sarebbe diventato la colonna sonora perfetta di questi tempi confusi e tormentati? Chi l’immaginava che quelle canzoni piene d’angoli bui e sequenze angoscianti avrebbero fornito una chiave di lettura di questi giorni di paranoie e paure? Il concerto per il ventennale di “Mezzanine” che i Massive Attack portano in giro per l’Europa e che ieri sera ha toccato il Forum di Assago (si replica venerdì a Roma e sabato a Padova) non è una passeggiata nostalgica negli anni ’90, ma un commento politico sul tempo disgraziato in cui viviamo e una riflessione sugli effetti nefasti dell’ossessione della nostra società per il passato. “Siamo intrappolati in un loop perenne”, dicono le ultime parole (in italiano) proiettate sul grande schermo. “È tempo di mettersi il passato alle spalle e iniziare costruire il futuro”.

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Il bello è che queste cose i Massive Attack le dicono usando un disco del 1998 – e del resto illustrano gli effetti nefasti degli oppiodi con una musica che ne evoca rallentamento e sfasamento sensoriale. L’evento si chiama Mezzanine XX1 e inizia con la cover di “I found a reason” dei Velvet Underground. Il gruppo non suona “Mezzanine” dalla prima all’ultima canzone. Lo ripropone sì interamente, ma con la sequenza rimescolata e inframmezzata dai pezzi che all’epoca erano campionati o citati nel disco. Alcuni sono fenomenali: oltre a “I found a reason” si ascolta una versione dall’atmosfera sospesa e irreale dell’inno pacifista di Pete Seeger “Where have all the flowers gone” (erano entrambi usati in “Risingson”), “10:15 Saturday night” dei Cure in chiave quasi ska-punk (“Man next door”), “Rockwrok” degli Ultravox in una micidiale versione punk-rock (“Inertia Creeps”), “See a man’s face” di Horace Andy (“Exchange”), persino una formidabile “Bela Lugosi’s dead” dei Bauhaus. L’idea è che un disco costruito con un lavoro sui dettagli snervante e maniacale come “Mezzanine” venga de-costruito dal vivo.

E quindi niente “Karmacoma”, “Protection” o “Unfinished Sympathy”. Il concerto è un’immersione in un singolo album, un’ora e 40 senza pause, senza bis, senza ammiccamenti. Con una novità. Nel 1998 queste canzoni erano tetre e cupe, evocavano angosce e fobie, aprivano sì lo stile del gruppo al rock, ma in modo tutto sommato discreto. Oggi hanno un suono decisamente più carico e sbandano fragorosamente fra trance, noise e psichedelia. Sul palco sono in sette, compreso Robert Del Naja: due tastieristi, due chitarristi, due batteristi, un bassista. Stanno quasi nascosti, in ombra, non cercano alcun tipo di scambio col pubblico, ma mettono assieme un sound favoloso e modernissimo, fra rock e trip-hop, elettrico ed elettronico. Gli altri cantanti – Grant Marshall, Horace Andy ed Elizabeth Fraser – salgono e scendono dal palco senza alcuna presentazione com’è giusto che sia in uno spettacolo concettuale come questo. La mancanza di connessione col pubblico è ampiamente bilanciata dalla narrazione musicale e visiva. È uno spettacolo fatto di umori tetri, potenza e intensità. Dimostra che puoi fare un gran concerto pop, uno show solido, avventuroso e rilevante senza usare le scorciatoie comunicative di successo nel 2019.

Non è una questione di nostalgia, anche se la gente canta a memoria “Angel” e “Teardrop”, che il gruppo tiene per il finale. È invece l’occasione per guardarsi indietro e considerare che cos’è accaduto negli ultimi vent’anni. È un modo per chiedersi: come diavolo siamo arrivati qui? E come ne usciamo? Com’è che le paranoie individuali di “Mezzanine” sono diventate psiche collettiva? Per raccontarlo, vengono in soccorso i visuals di Adam Curtis dove s’incrociano slogan inquietanti (anche in lingua italiana) e montaggi di immagini di fatti e protagonisti di questi ultimi vent’anni, una miscela di sesso, politica, intrattenimento e guerra che replica la mancanza della logica spazio-temporale che sperimentiamo ogni giorno.

Si esce da Mezzanine XX1 scossi, attraversati da strane vibrazioni, sopraffatti dal flusso di immagini e suoni, ma anche rinvigoriti e ispirati. Neil Postman raccontava un mondo distopico in cui l’intrattenimento diventa oppressione e morte. Nella “cupola del piacere” evocata dai Massive Attack, il mondo è popolato da fantasmi bidimensionali del passato che seducono con la nostalgia e la diffidenza se non l’odio nei confronti del prossimo si diffonde come virus. Finché il sospetto diventa esso stesso una forma di controllo. Lo si legge a un certo punto sullo schermo alle spalle dei musicisti: le cospirazioni sono una cospirazione. Ventun anni dopo “Mezzanine”, i Massive Attack sono ancora rilevanti.

(Claudio Todesco)


SET LIST

I Found a Reason (Velvet Underground)
Risingson
10:15 Saturday Night (Cure)
Man Next Door (con Horace Andy)
Black Milk (con Elizabeth Fraser)
Mezzanine
Bela Lugosi’s Dead (Bauhaus)
Exchange
See a Man’s Face (di e con Horace Andy)
Dissolved Girl
Where Have All The Flowers Gone? (Pete Seeger, con Elizabeth Fraser)
Inertia Creeps
Rockwrok (Ultravox)
Angel (con Horace Andy)
Teardrop (con Elizabeth Fraser)
Levels (Avicii) / Group Four (con Elizabeth Fraser)

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