Coldplay (nei cinema con "A head full of dreams"): il pop-show perfetto

Coldplay (nei cinema con "A head full of dreams"): il pop-show perfetto

Arriva al cinema a novembre il film evento "A head full of dreams", che racconta la carriera dei Coldplay dagli esordi fino ad oggi. La pellicola sarà nelle sale cinematografiche italiane solo per un giorno, il 14 novembre (con distribuzione Nexo: qua l'elenco delle sale): diretto da Mat Whitecross (già dietro la cinepresa per "Supersonic", il docu-film sugli Oasis), il film ripercorre vent'anni di prove e concerti della band guidata da Chris Martin, tra episodi della storia del gruppo e riprese girate durante il tour di "A head full of dreams", a quello show che al tempo chiamammo il "Il pop-show perfetto", recensendo il concerto di San Siro.
Per l'occasione, e in attesa del film, ripercorriamo quel concerto, con la recensione scritta il 3 luglio del 2017.

 

Fuochi d’artificio. Coriandoli. Braccialetti luminosi. Megaschermi. Laser. Cannnoni che sparano fuoco. Palloncini colorati. Un palco che cambia colore in continuazione. Canzoni da cantare a squarciagola, dalla prima all’ultima, nota per nota.  Con "A head full of dreams", i Coldplay hanno portato a San Siro uno show spettacolare che più non si può. Il pop, fatto alla perfezione.
Sono le 21.20 quando nella stadio di San Siro risuona le voce di Maria Callas: sta per cominciare la serata. In pochi minuti i Coldplay definiscono le coordinate dello show: prima, sul megaschermo, un video con il countdown all’inizio, che si conclude con gruppo di ragazzi italiani che annuncia "La band migliore del mondo". Quindi iniziano a lampeggiare i braccialetti che gli spettatori hanno ricevuto all’entrata dello stadio. Dal palco partono fuochi d'artificio, la band entra poi attacca "A Head Full of Dreams". E il pubblico inizia a cantare, e non smetterà per le due ore dello show.  

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Oltre gli effetti speciali, ci sono le canzoni: i Coldplay hanno un repertorio enorme, se possono permettersi di mettere “Yellow” come secondo brano, e poco dopo “The scientist” (con Chris che passa al piano), subito, a freddo. Ma ogni canzone è uno show a sé stante, con gli stessi elementi rimescolati, ogni volta con un colore dominante diverso.  Fino al caleidoscopio di “Paradise”, con lo stadio arcobaleno, e la coda del remix EDM, che non fa che esaltare il suono della batteria che già risuona potente nella (brutta) acustica di San Siro.

Nella seconda parte la band si sposta sul palco a centro platea e i ritmi rallentano. I Coldplay si focalizzano più sulla musica, con "Always in my head" e poi "Magic" cantata a squarciagola. “So che ne avete passate di tutti i colori per essere qua, dal traffico ai prezzi dei biglietti. Grazie”, dice Chris che, piano e voce attacca “Everglow”. La parte “intima” dello spettacolo è solo una delle due parentesi. La seconda, più avanti nella serata quando band passa in mezzo alla platea per raggiungere il terzo palco, il più piccolo. Attacca in versione semiacustica "In my place", e canta in coda "Don't look back in anger" degli Oasis, con lo stadio che segue in coro, con a ruota da "Don't Panic" e "Us Against the World", la canzone scelta dal pubblico attraverso i social. 

Ma tutte le volte la band ritorna sul palco principale e ricominciano i laser e gli effetti speciali. Dopo il primo intermezzo, lo show riparte con “Clocks”;  con un trucco da consumato showman Chris Martin interrompe "Charlie Brown” dopo poche battute: "Per una canzone, niente telefonini: solo noi e voi 60.000. Facciamo tremare lo stadio”, dice, mentre la band riprende a suonare. 

E lo stadio trema davvero, diverse volte: letteralmente, con le vibrazioni che si sentono fino al terzo e al secondo anello. E anche metaforicamente, per le emozioni: bisogna essere insensibili per non commuoversi con “Fix you” (e chissà cosa avrà pensato la ex Gwyneth Paltrow, per cui la canzone è stata scritta, presente allo stadio); così come non si può non ballare su “Viva la vida”, con la band che chiama sul palco l’italiano Davide Rossi, che ha scritto la partitura d’archi originale della canzone.

Il gran finale fa tremare ancora di più lo stadio, se possibile: il ballo di “Something Just Like This”, i cori liberatori di  “A Sky Full of Stars" e “Up&Up” chiudono la serata, tra altri fuochi, altri coriandoli. 

I Coldplay hanno messo in piedi il pop-show perfetto: eccessivo, divertente, corale e liberatorio. Più show che concerto, certo, ma puro intrattenimento, perfetto per uno spazio come lo stadio, perfetto scenograficamente e musicalmente, dalla prima all’ultima nota. Per fare fare grande pop ci vuole la stessa classe che serve per il grande rock. I Coldplay hanno dimostrato di averla tutta, e di avere anche la marcia in più dei grandi.

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