NEWS   |   Pop/Rock / 16/10/2018

I Greta Van Fleet e il rischio di bruciare le tappe: chi (e cosa) c'è dietro la nuova grande speranza del rock

I Greta Van Fleet e il rischio di bruciare le tappe: chi (e cosa) c'è dietro la nuova grande speranza del rock

La storia dei Greta Van Fleet fino ad oggi, pur con le dovute differenze, richiama per certi versi quella dei primi Strokes: nel 2001 cinque compagni di scuola newyorchesi si trovarono con solo un EP tra le mani, "The Modern Age", a gestire una fama mondiale e aspettative enormi che poi non vennero disattese dall'album di debutto della band guidata da Julian Casablancas, "Is This It".

Certo, i fratelli Kiszka non sono figli dell'alta società newyorchese ma del Michigan operaio e rurale, eppure c'è più di una corrispondenza tra la rapida ascesa della loro band e quella della band di "Last Nite". Oltre all'hype condiviso tra una (buona) parte di pubblico e critica, i primi passi sia degli Strokes che dei Greta Val Fleet sono stati mossi all'ombra di riferimenti ingombranti - i Velvet Underground per i primi, i Led Zeppelin per i secondi - sicuramente indispensabili per caratterizzarsi agli occhi del pubblico ma difficili da superare per trovare una propria strada. Con Casablancas e compagni com'è andata lo sappiamo: dopo la vampata iniziale, gli Strokes hanno conosciuto un progressivo calo di popolarità, almeno a livello mainstream, che li ha portati a diradare le attività in studio e dal vivo disperdendo i propri elementi in diversi progetti solisti. Il futuro dei Greta Van Fleet, invece, al momento non è scritto. Non abbiamo ragioni di credere, oggi come oggi, che la carriera della band di Frankenmuth non possa essere radiosa: le prime indicazioni, in merito, ci arriveranno questo venerdì, quando l'album di debutto "Anthem of the Peaceful Army" verrà spedito nei negozi, e il prossimo 24 febbraio, quando il gruppo calcherà il palco dell'Alcatraz di Milano - guarda caso, la stessa venue che vide gli Strokes debuttare sui palchi tricolori, il 12 marzo del 2002 - per la loro prima apparizione dal vivo in Italia.

In mancanza di una sfera di cristallo che permetta di vedere nel futuro dei Greta Van Fleet, conviene considerare come siano arrivati a questo punto. Se la svolta, per i cinque rampolli di Manhattan, fu la spedizione di una demo alla gloriosa etichetta indipendente britannica Rough Trade di Geoff Travis, che a sua volta riuscì a farli "adottare" (editorialmente parlando) dal New Music Express, che ne creò il mito di "salvatori del rock and roll" prima ancora che uscisse il primo disco, per i Kiszka le cose sono andate diversamente.

Perché Frankenmuth non è Manhattan, e i genitori dei Greta Van Fleet non sono titolari né di grandi agenzie di moda né di una solida carriera da cantautori. "Non pensavamo di andare da nessuna parte, abbiamo iniziato solo per divertirci", ha spiegato il bassista Sam Kiszka: "Semplicemente, ci piace suonare insieme". Il talento, però, c'è, e a notarlo è Al Sutton, produttore che ha nel curriculum una lunga collaborazione con Kid Rock e crediti sparsi nelle discografie di Sheryl Crow, Detroit Cobras, Don Caballero e un'altra band del Michigan che in questi anni ha saputo fare parlare di sé: i Pop Evil.

"E' un produttore fantastico, oltre che un grande mentore", assicura Kiszka: "Ci ha insegnato a lavorare in studio e a registrare ottime canzoni. Siamo stati in studio due anni, gettando le basi per il disco e finendo i due EP. Fatto questo, Al ha molti agganci in discografia, e grazie a lui siamo stati introdotti nella scena". L'operazione Greta Van Fleet, quindi, appare molto più studiata di quanto non sembri a una prima occhiata. Anche perché Sutton non sarà Rick Rubin, ma resta uno che con la discografia ha molta familiarità: infatti il produttore, già per l'EP d'esordio del gruppo - "Black Smoke Rising", uscito nell'aprile del 2017 - non ha cercato l'abboccamento con una piccola etichetta per permettere ai suoi pupilli di farsi le ossa, ma ha mirato direttamente al bersaglio grosso, facendo firmare al gruppo un contratto discografico con la Republic Records.

Il nome, al pubblico italiano, dirà poco, ma dal 2000 la label - fondata nel 1995 da Avery Lipman e Monte Lipman - è a tutti gli effetti una delle controllate di punta del gruppo Universal, che oltre alla pubblicazione di classici (Black Sabbath) e star già ampiamente affermate (Drake e Lil' Wayne, tra gli altri) assolve per la major alla funzione di incubatore di next big thing: la Republic, non a caso, sta seguendo sin dagli esordi le carriere discografiche di Lorde e Post Malone, due artisti che seppure in ambiti differenti - il pop per la prima, l'hip hop per il secondo - sono stati capaci di diventare fenomeni mondiali già nelle primissime fasi delle rispettive carriere.

Quindi va bene riconoscere il talento e farsi prendere dall'entusiasmo, ma gridare al miracolo e alla rinascita del rock and roll - probabilmente - è eccessivo: i Greta Van Fleet di fine 2018 sono quello che sono anche perché guidati e sostenuti da una squadra - Sutton e la Republic - che la ricetta per creare fenomeni la studia da anni. Come siano regolati i rapporti tra le parti - cioè quali siano i termini dell'accordo tra il gruppo e Sutton (il produttore ha percentuali sulle royalties e/o sulle vendite? Come hanno pagato i Greta Van Fleet i suoi servigi prima di firmare un contratto discografico?) e l'etichetta (per quanti album il gruppo è vincolato alla Republic?) - non è dato sapere. Le accelerazioni estreme della gavetta sono in genere rischiose, a meno che non si possiedano un equilibrio e una lucidità di visione decisamente fuori dal comune. Venire da Frankenmuth, cittadina rurale di 5000 abitanti dove metà dei residenti è di origine tedesca, potrebbe essere il loro asso nella manica, perché tenere i piedi per terra è sempre un buon inizio. Poi ci sono le canzoni che verranno, e quelle dipendono solo da loro.
(dp)

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