George Ezra, l’antistar del pop britannico, racconta il nuovo album “Staying at Tamara’s” – INTERVISTA

George Ezra, l’antistar del pop britannico, racconta il nuovo album “Staying at Tamara’s” – INTERVISTA

George Ezra è l’antistar del pop britannico. Ha modi gentili, è privo di pose e grandi ambizioni, non sembra granché interessato a raccontare la contemporaneità. La sua musica gli somiglia. Emerso quattro anni fa con il singolo “Budapest”, che ha cominciato la rincorsa alle classifiche di mezzo mondo partendo dall’Italia, e con l’album “Wanted on voyage”, 3 milioni e mezzo di copie vendute nel mondo, il cantautore inglese ha pubblicato a fine marzo il secondo disco “Staying at Tamara’s”, un altro concentrato di carinerie cantautorali, con testi d’amore e qualche lontana eco d’inquietudine esistenziale. “È il disco di un venticinquenne che non si sente ancora uomo, ma non è più un ragazzo”.

L’unica irrequietezza nota di George Ezra ha a che fare col metodo che usa per scrivere canzoni. “Conosco amici che riescono a scrivere stando a casa. Li invidio perché io invece sento il bisogno di andarmene da qualche altra parte, a vedere nuovi orizzonti. Il primo album è il risultato dei miei viaggi per l’Europa e ha avuto più successo di quel che m’aspettavo. E difatti, in tour, mi nascondevo nel backstage perché uscendo avrei incontrato i fan e vederli mi avrebbe costretto ad ammettere che qualcosa era cambiato nella mia vita”. Questa volta, dopo due anni passati a girare il mondo, Ezra ha scelto di cercare ispirazione in un solo posto, Barcellona. “Avrei potuto prendere un appartamento oppure andare in albergo. E invece ho scelto un Airbnb, quello della Tamara del titolo, per sentirmi più a casa. Avevo la chitarra: in un mese ho messo giù un po’ di appunti e quando sono tornato a casa ho scritto le canzoni”.

“Staying at Tamara’s” nasce da un periodo di crisi, di domande e di forte ansia: una storia che la stampa inglese ha ingigantito. “Diciamo che con quest’album volevo dare un senso a quel che mi era successo dopo l’esordio. E no, non ci sono riuscito a capirlo. Queste canzoni nascono dal fatto che ho 25 anni, un’età in cui si mette in dubbio ogni cosa. Cerco di capire chi sono e dare un senso a quel che vedo attorno a me. E non ci posso fare niente, ma non posso non vedere il mondo in chiave positiva. Sono tempi confusi, anche spaventosi. La gente crede di avere le risposte. Non le ha. E non credo nei ribelli, è tutta una recita. Io, poi, ho avuto una bella infanzia, faccio una bella vita. A cosa dovrei ribellarmi?”.

Ezra dice di avere in qualche modo camuffato i testi più tristi con arrangiamenti festosi e che comunque “la gente non li ascolta proprio, i testi”. Fatto sta che tolto “Saviour”, un pezzo con le First Aid Kit dai toni scuri che nemmeno Ezra sa cosa significa, “una di quelle canzoni di cui scopri il significato dopo tre anni”, “Staying at Tamara’s” è soprattutto il disco di un uomo innamorato e felice. Canzoni come l’iniziale “Pretty shining people”, con quell’appello a stare bene tutti assieme, segnano la distanza dall’esordio: quello sembrava il canto di un ragazzo solitario, questo il tentativo di trovare una comunità. “Avendo cumulato un po’ d’esperienza nei concerti, volevo che le canzoni fossero euforiche e cantabili. L’ho imparato da Woody Guthrie, che interpretava da solo le strofe e aggiungeva altre voci maschili nei ritornelli. Volevo un effetto call-and-response tipo gospel, solo che le voci le faccio quasi tutte io, imitando Liam Gallagher o Elvis. Divertente”.

L’album è attualmente il terzo più venduto nel Regno Unito nel 2018, dietro alla colonna sonora di “The greatest showman” e a “Divide” di Ed Sheeran, eppure nasce da un insuccesso. Il singolo “Don’t matter now”, uscito nel giugno 2017, si è fermato al numero 66 della classifica britannica. La casa discografica ha perciò deciso di rimandare la pubblicazione dell’album. “Avendo del tempo libero, ho ripreso in mano un progetto che avevo abbozzato, il podcast ‘George Ezra & Friends’ [in cui intervista colleghi, da Ed Sheeran a Elton John, nda]. Sto registrando la seconda serie, ma è difficile, non ho più tutto quel tempo a disposizione”.

Deluso per il mancato successo di “Don’t matter now”? “Più che altro è stata una lezione. Ho capito che in questo mestiere ci sono alti e bassi. E adesso apprezzo di più le cose che ho”. Un’altra lezione che ha imparato ha a che fare coi concerti, come quello che terrà il 26 ottobre al Fabrique di Milano. “Ho capito che si sale sul palco per soddisfare non sé stessi, ma il pubblico”. E parlando con Ed Sheeran ha imparato qualcosa? “Che non importa quanto grande tu sia: devi comunque far promozione per far sapere alla gente che hai fatto un disco. Ecco perché gli U2 sono sempre in copertina”.

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