DrefGold racconta il suo album e la nuova generazione di (t)rapper: 'Non siamo tutti sballati'

DrefGold racconta il suo album e la nuova generazione di (t)rapper: 'Non siamo tutti sballati'

DrefGold ha capito che nella vita voleva fare il (t)rapper solamente un anno fa. Così, di colpo, ha salutato l'adolescenza passata sulle panchine del quartiere bolognese di San Vitale, ha messo da parte la sua passione per il videomaking e si è dedicato esclusivamente ai suoi pezzi, cominciando a fare le cose sul serio. Con i singoli "Casco momo", "Quello vero", "Kanaglia" e "Occupato", arrivati uno dopo l'altro negli ultimi nove mesi, ha cominciato a farsi conoscere anche fuori da Bologna e ad attirare l'attenzione di Sfera Ebbasta, che gli ha offerto di firmare un contratto con la sua etichetta, BillionHeadz Music Group (distribuita da una major, Universal). Il primo frutto di questo contratto è "Kanaglia", l'album d'esordio ufficiale in uscita domani, venerdì 6 luglio: "È la prima volta che faccio promo. Venti interviste in un solo giorno, cosa mai fatta. È snaturante, ma mi piace", ci racconta al telefono il (t)rapper bolognese, mentre esce da un ufficio per andare a fare un'altra intervista.

La copertina di "Kanaglia":

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Classe 1997, figlio di un muratore e di un'infermiera, DrefGold (vero nome Elia Specolizzi) si è avvicinato al rap da ragazzino, entrando a far parte di alcune crew bolognesi. Ha sempre avuto le idee piuttosto chiare sul genere e sulla percezione che il pubblico italiano ha del rap. A soli 14 anni, in un'intervista per un quotidiano locale, disse: "Siamo ancora qui a lottare contro il pregiudizio diffuso che chi ama questo genere di musica sia un drogato o un violento. Invece noi raccontiamo quello che altrimenti sarebbe difficile esprimere". Gli chiediamo se in questi anni è cambiato qualcosa: "È cambiato prima di tutto il genere. Siamo riusciti a toglierci dal nemico immaginario della situazione, il rapper che parla solamente di cose cattive o che elogia sé stesso, da vero ego tripper", risponde lui.

Anche se negli ultimi anni il rap è diventato un genere "pop" (forse quello che riesce a conquistare i risultati più importanti, a livello di vendite) e i media "mainstream" hanno cominciato a dare spazio a questo genere e ai suoi protagonisti, a livello di percezione generale c'è ancora un po' di pregiudizio e Dref se ne rende conto: "Oggi il rapper è visto come uno che fuma tutto il giorno e che di base dovrebbe prendere qualche psicofarmaco, non si sa bene perché. Oggi la cosa si è evoluta, perché tutti capiscono meglio le canzoni. È da sdoganare questa cosa qui, che siamo tutti degli sballoni e gente senza la testa sulle spalle. Però per ogni dieci ragazzi che vanno al concerto mio, di Sfera e di Capo Plaza ce ne sono altri cinque che rimangono a casa. I genitori non li portano ai nostri concerti perché hanno paura di quello che diciamo nei nostri pezzi", commenta lui. Che in "Boss" rappa "Io non sono mai stato un drogato eh-ehi! / fumando kush solo per fare nottata": "A me ogni tanto qualcuno dice 'Sei un drogato'. Ma in realtà sono la persona più pulita del mondo".

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Negli Stati Uniti, secondo Elia, le cose vanno diversamente: "Qui in Italia il business del rap non è così aperto come in America, dove basta poco per portare dei soldi a casa". E cos'è che manca? "Lì gli artisti più piccoli riescono a far diventare virale la musica che fanno da soli, senza l'aiuto di manager e direttori artistici. In Italia senza un direttore artistico, un manager vero e proprio o un ufficio stampa rischi di non riuscire a raggiungere certi tra guardi da solo". Però c'è lo streaming, che ha favorito l'esplosione delle cose che vengono davvero "dal basso" - e infatti i (t)rapper di nuova generazione, prima di arrivare a firmare per le major, macinano numeri impressionanti su quelle piattaforme: "Andare a comprare il disco è una cosa che si sta perdendo. I ragazzi comprano il disco solo per farsi la foto al firmacopie. Io, che sono del '97, avrò comprato una decina di dischi nella mia vita. Oggi parla solamente la musica. Se uno fa da due anni hit che la gente ascolta, allora deve essere rispettato come un 'big'. Poi si può migliorare, certo, ma bisogna riconoscergli rispetto. Penso che tutti stiano capendo che quando c'è qualcosa di qualità, che si tratti di rap, pop o indie, è giusto che quella cosa sia prima in classifica".

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Tutti i pezzi dell'album sono prodotti da Daves The Kid, che come DrefGold ha firmato per l'etichetta di Sfera Ebbasta: "L'ho conosciuto quando Charlie Charles, dopo avermi contattato su Instagram, mi disse di andare a Milano ad incontrare Sfera, che mi aveva iniziato a seguire quando avevo ancora solamente 2.000 follower. Daves e Charlie sono molto amici. Un rapper ha bisogno di un produttore, non può farne a meno. Gli era piaciuta tantissimo 'Casco momo' e così abbiamo iniziato a lavorare insieme a nuove tracce. Incontrare Daves The Kid è stato come beccare all'improvviso quella persona che mancava nella tua vita", racconta.

Mentre esce dall'ufficio dove ha registrato un'intervista, Dref viene bloccato da un gruppo di ragazzini: "Scusami, non sto capendo niente", ci dice dall'altra parte del telefono. Lo salutiamo con un'ultima domanda: cosa ti aspetti dai prossimi mesi? "Mi aspetto che tutto cresca. Voglio vedere i risultati del disco e godermi questo inizio".

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