Tears For Fears, tutto come prima ('Ma oggi siamo molto più rilassati')

Tears For Fears, tutto come prima ('Ma oggi siamo molto più rilassati')
La storia è nota, e tutt’altro che inconsueta. Pop star di successo in crisi di identità litigano e si separano dopo aver condiviso per anni sogni e illusioni, stress e trionfi. Anni dopo, sbolliti gli ardori giovanili e stemperate le rabbie, si riconciliano cercando di rinverdire gli antichi fasti. Così han fatto anche Roland Orzabal e Curt Smith, anime e fondatori dei Tears for Fears: divorziati con strascichi legali nel lontano 1989, dopo la pubblicazione del sofferto “The seeds of love”, e ritornati clamorosamente fianco a fianco l’anno scorso con un disco, “Everybody loves a happy ending”, accolto con un certo interesse negli Stati Uniti e pronto, ora, ad uscire in tutta Europa (in Italia il 28 febbraio, per la indie napoletana Planet Records).
“Ci eravamo semplicemente stufati uno dell’altro” ricorda ora Smith, il transfuga emigrato in America, prima a New York e poi a Los Angeles. “Non avevamo neanche trent’anni e metà della nostra esistenza l’avevamo trascorsa suonando in gruppi musicali. Tutti e due avevamo bisogno di trovare la nostra strada e di scoprire una identità personale”. “Ci siamo incontrati di nuovo al Beaujolais, uno dei ristoranti più noti di Bath, la nostra città” aggiunge Orzabal, che da allora ha retto da solo sulle spalle, con alterne fortune, il marchio Tears For Fears. “C’erano la mia consorte Caroline, la moglie del nostro primo produttore Chris Hughes e altra gente. Abbiamo mangiato, bevuto un po’ di vino ed è venuto naturale progettare di fare di nuovo qualcosa insieme”.
Quel qualcosa è, appunto, “Everybody loves a happy ending”: disco che avrebbe inizialmente dovuto uscire per la Arista/BMG, ma che dopo l’annunciata fusione tra la casa tedesca e la Sony era finito in una sorta di limbo. “Meglio così”, commenta Orzabal. “Ce lo hanno riconsegnato, sgravato di ogni debito, e con i costi di registrazione già interamente coperti abbiamo potuto cominciare a proporlo in giro. Si sono fatti avanti in molti, era come avere tante carote che penzolavano dal bastone anche se qualcuno poi si è anche tirato indietro. A Londra mi sono imbattuto per caso in Guy Holmes, il titolare della Gut Records. Gli ho fatto avere l’album ma sinceramente non avrei mai pensato che potesse interessargli, dato che di solito insegue solo i dischi da classifica. Invece si è rifatto vivo dicendomi che nel disco c’erano degli hit potenziali. Davvero?, gli ho risposto…”. “A ripensarci, in effetti, aveva ragione”, interviene Smith. “Non ci eravamo posti inizialmente il problema di confezionare dei singoli. Ma la musica, con la sua forte inclinazione melodica, si prestava anche a questo. Ci sono molte cose orecchiabili anche se mentre lo realizzavamo pensavamo all’album come a un corpo unico, e abbiamo posto molta attenzione anche alla sequenza: per noi il disco sono i dodici pezzi della versione base, disposti esattamente in quell’ordine”. Due “bonus tracks” farciscono ora l’edizione europea: e una di queste, “Pullin’ a cloud”, propone i vecchi campioni del techno pop nientemeno che in versione folk/acustica. “Un po’ alla Neil Young, in effetti”, ammette Orzabal. “Insieme a ‘Size of sorrow’ era l’unica canzone che avevo già pronta prima di rimettermi al lavoro con Curt. Abbiamo registrato ‘Pullin’ a cloud’ molto in fretta, perché inizialmente era destinata ad essere pubblicata su un singolo, ma ci piace. Non siamo autori prolifici, di solito, ma per questo disco una volta tanto avevamo materiale in abbondanza. Per ‘Seeds of love’ avevamo fatto fatica a mettere insieme gli otto pezzi del disco. Quell’album è stato un buco finanziario e una sofferenza, in quel momento abbiamo capito di non essere contenti della piega che avevano preso le nostre vite”.
Nel salto lungo 15 anni, i due hanno cambiato anche modello di ispirazione, passando da John Lennon a Paul McCartney. “‘Sowing the seeds of love’ è stata la nostra canzone lennoniana, il clima politico di allora, in Gran Bretagna, ci sembrava adatto a rispolverare la canzone di protesta. Ora, è vero, ci ispiriamo a McCartney: più quello dei Wings che quello dei Beatles, comunque”. Nel frattempo, però, non è che le tensioni politiche si siano attenuate, anzi… “E’ vero, ma siamo noi ad essere cambiati. Più diventi vecchio, più tendi a rilassarti e a diventare obiettivo. Cerchiamo di fare quel che possiamo, per cambiare le cose, ma oggi la canzone politica non rientra più nei nostri intendimenti. McCartney formò i Wings con l’intenzione di tornare a divertirsi, e questo è anche lo spirito con cui abbiamo realizzato ‘Everybody loves a happy ending’, che è un disco molto meno cupo dei nostri precedenti. C’è qualche eccezione, come ‘The devil’, con uno stile che richiama le nostre vecchie cose e un testo che va dritto al sodo invece di girare intorno alla questione. Ma il mood generale è più leggero, e il suono è più aperto di quanto sia mai stato in passato”. Raccontano che c’è voluto un po’ di rodaggio, per far funzionare le cose come una volta: “Un pezzo come ‘Closest thing to heaven’ ci è venuto fuori tutto in una volta, musica e parole, in un giorno appena di lavoro. Prima però avevamo girato a vuoto per parecchio tempo, in sala di registrazione”. E di come, stavolta, abbiano privilegiato i suoni naturali di chitarre, archi e pianoforti: “Lo studio dove abbiamo inciso (il Charlton’s Garage di Sherman Oaks, California) era zeppo di strumenti vintage, e anche le canzoni sono state scritte usando strumenti acustici”. “Charlton Pettus, il titolare dello studio, è la persona che mi ha convinto a riprendere a scrivere e ad esibirmi, ed era sempre accanto a noi”, spiega Smith. “E così”, aggiunge Orzabal, “potevamo anche accomodarci sul sofà e giudicare il lavoro fatto, scegliere le cose buone e scartare le porcherie”. Ci sono altre influenze, oltre a quelle beatlesiane? “Ci puoi sentire magari un po’ di Flaming Lips, persino un po’ di Led Zeppelin, sicuramente Bacharach in un pezzo come ‘Secret world’. Quando la suoni su una chitarra acustica sembra una canzone dei Coldplay. Se ci metti un’orchestrazione e gli cambi il ritmo, il suono diventa molto più rétro”.
Alla pubblicazione del disco negli Usa, lo scorso mese di ottobre, ha fatto seguito un tour in terra americana. “Pubblico misto, tra i 10 e i 50 anni, vecchi fan che forse si sono portati i figli e ragazzi del college che hanno riscoperto la nostra vecchia musica. E’ stato bello, l’unico inconveniente di suonare dal vivo sono i viaggi: l’ideale sarebbe farlo sempre nella propria città e poter tornare a casa a piedi”. La buona accoglienza riservata ai concerti dei Tears For Fears è un altro segnale che gli anni ’80, forse, sono tornati di moda: Morrissey, i Duran Duran e persino Billy Idol, tutti riapparsi da poco sotto i riflettori dei media, arrivano come loro da un decennio spesso liquidato come uno dei periodi più bui della musica e della cultura rock. Concordano con quei giudizi, Curt & Roland? “Mah, una volta che un periodo è passato lo si riconsidera solitamente con affetto. Si tende a diventare nostalgici, e quelli della nostra generazione hanno fatto lo stesso con gli anni ’60 e ’70: ti guardi indietro e vedi un tempo irrimediabilmente perduto, oltre che un periodo importante della tua vita. Gli anni ’80 sono stati peggio degli altri? Difficile dirlo, come sempre ci sono state cose buone e cose orribili. Anche oggi c’è musica insulsa e gente che sa scrivere belle canzoni pop come i Keane o i Jet. Quanto a noi e ai nostri coetanei, non è che siamo rispuntati dal nulla, siamo musicisti professionisti e avevamo continuato a fare il nostro lavoro”. Quelli erano anche i tempi del boom dei videoclip, e i Tears For Fears erano tra i cocchi della prima Mtv: una benedizione o una trappola, Roland? “Più una trappola, direi. E’ imbarazzante continuare a rivedere quei vecchi clip, coi nostri goffi tentativi di accennare passi di danza. Ne facciamo ancora, di video, ma cerchiamo di metterci in un angolo proprio per evitare di provare imbarazzo da qui a dieci anni”. Allora, cantava il duo, “tutti volevano governare il mondo”; mentre oggi “tutti vogliono un lieto fine”. C’è forse un’autocitazione, un richiamo esplicito, in quei titoli? “Non è intenzionale, no. Ma forse è qualcosa che affiora dall’inconscio”. E a proposito di “Everybody wants to rule the world”: è vero che Joe Strummer li avvicinò, in un’occasione, rivendicando scherzosamente una royalty per aver usato la stessa frase, anni prima, su “Sandinista!”? “E’ vero, sì”, ricorda Orzabal. “Mi sembra di ricordare che fossimo a una mostra d’arte di qualche comune amico, seduti a tavoli diversi. Lui si alzò e mi si avvicinò dicendomi: ehi Roland, per quella canzone mi devi cinque sterline! Io gli diedi un biglietto da dieci perché non avevo altro. Joe ce lo fece autografare e se lo mise in tasca”.
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