NEWS   |   Italia / 23/02/2018

Manuel Agnelli commenta la prima puntata di 'Ossigeno': i contenuti, la paura della tv, lo spirito del tempo e l'inquinamento culturale

Manuel Agnelli commenta la prima puntata di 'Ossigeno': i contenuti, la paura della tv, lo spirito del tempo e l'inquinamento culturale

"Non è un programma che vuole essere snob. Poi se io lo sono, okay: lo accetto. Ma non lo faccio per essere snob. E spero che il programma possa essere guardato da tutti": così Manuel Agnelli commenta la prima puntata di "Ossigeno", che è andata in onda su Rai3 ieri, in seconda serata. Il programma segna il debutto del frontman degli Afterhours nei panni di conduttore, dopo l'esperienza come giudice a "X Factor": "Il talent mi ha insegnato a come stare in televisione e ad essere me stesso. Adesso, però, faccio la tv che vorrei", dice. Abbiamo incontrato Manuel a Roma il giorno dopo il debutto, per farci raccontare le sue impressioni e per parlare insieme a lui di "Ossigeno".

Come è nato questo progetto?
L'idea è degli autori Paolo Biamonte, Massimo Martelli e Sergio Rubino, che conosco da tempo. La proposta mi è arrivata dopo la prima edizione di "X Factor": secondo loro avrei potuto fare qualcosa di diverso. Non sono stati gli unici a contattarmi, ma la loro idea era quella più a fuoco, quella che mi piaceva di più. Sono tre a autori a cui piace improvvisare e cambiare le cose in corsa. Io lavoro così: se voglio cambiare qualcosa, anche all'ultimo secondo, devo poterlo fare.

Quanta libertà avete avuto da parte della Rai?
Carta bianca, libertà totale. Ci hanno indicato l'orario e la durata e per il resto abbiamo messo in piedi tutto noi. I dirigenti hanno avuto grande coraggio, nel voler riportare un certo tipo di qualità in televisione. Parlo di qualità a livello di contenuti: bisogna tornare a fare una televisione di contenuti, non di "scatole". Abbiamo voluto concentrare tutto in cinquanta minuti per una serie di motivi. In primis perché i contenuti, appunto, sono di un certo spessore. Farlo durare due ore sarebbe stato eccessivo. Soprattutto in seconda serata.

Il titolo del programma, "Ossigeno", è chiaramente ispirato alla canzone degli Afterhours. Tu che significato gli dai?
Un significato di apertura. È l'ora d'aria (ride).

Quali sono gli elementi di base del programma?
Abbiamo provato a tenere in considerazione prima di tutto l'empatia che si poteva venire a creare, perché secondo me in tv quell'elemento manca. Poi abbiamo pensato di portare la musica che non si ascolta mai in televisione. Infine l'approccio: e dunque interviste non scritte nei dettagli, ospiti di una certa intelligenza e - di nuovo - contenuti. Volevo che le interviste fossero "vere" e che parlare con gli ospiti mi permettesse di uscire fuori dai binari e affrontare temi importanti.

Parliamo dei contenuti, allora. Con lo scrittore Paolo Giordano, durante la prima puntata, avete parlato della fama e dell'importanza dei numeri: quanto contano oggi?
Oggi la gente ha solo i numeri per valutare la qualità. È talmente destrutturata - non certo, o non solo, per colpa sua - che pensa: "Se vendi un milione di copie hai senso, altrimenti no". La storia dell'arte ci insegna che questa cosa è falsa.

E infatti come esempio hai portato il primo album dei Velvet Underground, "la banana", che a livello di vendite nel 1967 fu un flop.
Vendere 6.000 copie, negli Stati Uniti del 1967, era davvero ridicolo. Volevo un esempio contemporaneo e quello dei Velvet Underground mi sembrava valido. Avranno venduto pure poco e saranno conosciuti da poche persone, ma i Velvet Underground sono stati un gruppo seminale, come ho detto alla fine della puntata: quel disco ha influenzato quasi tre generazioni di musicisti. E così i Suicide, che sono ancora più sconosciuti dei Velvet Underground: hanno influenzato il Bruce Springsteen di "Nebraska". Ecco: io voglio partire dalla musica per parlare di altro, politica compresa.

A proposito di politica. Ad un certo punto, nel corso della puntata, hai detto: "La cultura è politica quando promuove le idee e prende posizione". Quanto spesso succede?
La cultura in sé è politica, indipendentemente dal risultato che può avere. Alimenta il pensiero e quindi, in un modo o nell'altro, ci rende capaci di prendere posizione. Alimentare il pensiero e aiutare le persone ad essere in grado di decidere, almeno secondo me, è fare politica. Quella con la "p" maiuscola, ovviamente, mica la politica dei partiti.

Domanda marzulliana: cos'è la cultura, secondo te?
Per dare una risposta facile e omnicomprensiva potrei dire che la cultura è informazione. Che può essere trasmissione degli eventi o trasmissione del pensiero: fai informazione anche trasmettendo un'opinione, non solo un evento. Puoi dire "C'è stato un incidente". Ma puoi anche dire "C'è stato un incidente e io la penso così...": anche quella è trasmissione del pensiero. La cultura, soprattutto, è fare informazione: dal punto di vista filosofico, politico e anche dal punto di vista dell'attualità. Credo che poi ci siano diversi livelli e diverse sfaccettature della cultura. E potremmo anche accettare quella divisione tra "cultura alta" e "cultura bassa"...

Tu l'accetti, quella divisione?
No, assolutamente. Non me ne frega niente e non mi interessa discuterne. Secondo me le cose vengono fuori in maniera molto naturale anche da sole, senza doverle necessariamente incasellare.

Ti senti cambiato rispetto a qualche anno fa?
Sì, come persona mi sento cambiato. Per tanti motivi. Alcuni funesti, come la morte di mio padre, che mi ha dato una visione del mondo totalmente diversa rispetto a quella che avevo prima. Si cresce, si cambia e di conseguenza cambiano le esigenze e le priorità.

C'è stato un cambiamento anche a livello di pensiero e di attitudine?
Un'apertura c'è stata. Quando ho rotto il ghiaccio è svanita tutta la paura che avevo nei confronti dell'ignoto. Quando ho conosciuto la televisione, ad esempio, ho imparato a non averne più paura.

Prima avevi paura della televisione?
Sì, non mi fidavo. "X Factor" è stato importantissimo, in questo senso. Mi ha insegnato la televisione, mi ha insegnato a come stare in televisione e ad essere me stesso in televisione. Questo programma, "Ossigeno", io lo sto facendo in questo modo perché sono sicuro di me stesso: gli impappinamenti, le pause... Non voglio correggere niente, questo sono io. È chiaro che ci sono delle cose scritte, ma non le imparo a memoria. Non sono testi recitati. Lo stesso discorso vale per le canzoni. Le scrivi, le impari a memoria e poi le canti: ma non è così che funziona. La spontaneità, in "Ossigeno", è una cosa voluta: è uno dei contenuti del programma, perché la sincerità comunicativa non la si vede in televisione. "X Factor" è stato fondamentale per rapportarmi con la televisione in maniera naturale.

Al centro di "Ossigeno" c'è la musica. Con Joan As Police Woman, che è stata tra gli ospiti della prima puntata, avete parlato della "morte" delle scene musicali. Pensi davvero che non esistano più?
Non ci sono scene così centrali come quelle di una volta. L'ultima scena è stata il brit pop. Le scene erano un grosso fenomeno sociale, attitudinale o, nel peggiore dei casi, di costume. Interessanti anche a livello sociologico. Oggi non è che non ci siano più scene: è che ce ne sono tantissime e di conseguenza non c'è la scena dominante. Lo spirito del tempo, insomma. A me non mancano le scene, eh, quella che abbiamo fatto con Joan voleva essere una semplice analisi. Quello che c'è adesso è una libertà potenziale che però - almeno finora - non si è trasformata in niente di così potente quanto erano potenti le scene, che cambiavano i costumi della gente e quindi anche il modo di pensare. Basti pensare al post-punk: è stato pura filosofia. Il grande sogno del post-punk io l'ho visto realizzarsi nel grunge, che è stata l'unica scena socialmente forte (e non a caso è stata contemporanea ai grandi movimenti di reazione, in primis quello dei "No global"). Sembrava un nuovo 68. È stata una rivoluzione, sarà durata poco, tre o quattro anni, ma ha cambiato le cose. Ci ha fatto capire che non è così impossibile cambiare il mondo.

E secondo te cos'è che manca, oggi?
Quelli che stiamo vivendo sono anni cupi, ma di grandi cambiamenti. Oggi in giro ci sono cose interessanti. Il problema è che non creano aggregazione. E di conseguenza non creano spinte per il cambiamento. A livello di qualità musicale, ad esempio, secondo me oggi ce n'è di più che negli ultimi vent'anni. Ma non si vede, perché è tutto molto sotterraneo. Internet, che doveva essere il motore dell'aggregazione, in realtà ci tiene a casa. E ci illude, facendoci credere di partecipare alla vita democratica da casa, twittando.

Pensi che questa sia una forma di dittatura?
Non è internet. Internet è un mezzo. Ed è un mezzo meraviglioso, seppur dai tratti un po' orwelliani (ci ha reso tutti tracciabili). Io non attacco internet, ma il modo con cui lo stiamo utilizzando, senza responsabilità. Dobbiamo imparare ad usarlo. Internet è arrivato come è arrivata l'eroina negli anni '70. Fu sperimentata in Vietnam e poi buttata in giro per il mondo. L'eroina ha annientato una generazione di protesta: sono diventati tutti delle amebe. Non è stata causale, l'eroina. E non è stato casuale nemmeno internet. Perché la gente diventa pericolosa quando si aggrega fisicamente. Se invece rimani a casa, sei solo un rompicoglioni, più controllabile e influenzabile.

Tornando al programma, e chiudendo questa intervista. Tra gli ospiti della prima puntata c'è stato anche Ghemon, che è molto seguito dai giovanissimi. Hai detto che è uno degli artisti che preferisci di più, tra quelli che si sono fatti strada negli ultimi anni. Secondo te cos'ha in più rispetto agli altri?
Scrive meglio degli altri e secondo me le sue canzoni sono più belle. Inoltre, ha una vocalità diversa. Oggi le vocalità sono di uno scontato pazzesco: lui, invece, è avventuroso nel modo di cantare, anche se fa pop. Mi sembra più sincero degli altri in quello che fa e questo lo rende più potente. È forte, ma ha anche una fragilità pazzesca. Detto in maniera più sintetica: ha più cose da dire. E secondo me questo fa la differenza.

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