NEWS   |   Pop/Rock / 09/11/2017

Carla Bruni racconta le cover di ‘French touch’: “Le canzoni non sono sacre” – INTERVISTA

Carla Bruni racconta le cover di ‘French touch’: “Le canzoni non sono sacre” – INTERVISTA

Li chiama “amori a prima vista” e “profumi che mi riportano a quand’ero giovane”. Sono le canzoni che rifà in “French touch”, primo album di Carla Bruni cantato in lingua inglese. Nasce da un’idea del produttore David Foster, che avrebbe voluto canzoni originali: “Ma in inglese non sono riuscito a scrivere, perciò abbiamo optato per le cover”, spiega la signora Sarkozy, a Milano per presentare l’album alla stampa. Lanciato da “Enjoy the silence” (Depeche Mode) e “Miss you” (Rolling Stones), quest’ultima accompagnata da un video diretto da Jean-Baptiste Mondino, il disco mette assieme pezzi portati al successo da Tammy Wynette, Patsy Cline (“Crazy”, duetto con Willie Nelson), ABBA, Lou Reed, ma anche AC/DC e Clash. “Ho gusti antichi, classici. Sono le canzoni che suonavo da ragazza per allenarmi e divertirmi”.

Una delle sue doti è l’adattabilità, dice. Effettivamente Carla Bruni ha vissuto più vite – top model, cantautrice, moglie del presidente francese Nicholas Sarkozy – apparentemente senza alcun dramma esistenziale. Di sé dice, con onestà: “Non ho talento o intelligenza particolari, ma ho tanta fortuna e l’ho sfruttata al massimo”. Non possiede grandi doti vocali, in compenso studia canto, “e continuerò a farlo per tutta la vita, anche se non sembra sono molto timida e le lezioni di danno fiducia e piacere”. Rilegge i classici citati interpretandogli in modo soffice, con approccio estetizzante. Fa uno strano effetto sentirla cantare brani di rocker con un certo vissuto esistenziale. Il suo “french touch”, il suo tocco vocale, il timbro dolce e sussurrato non suggerisce investimento emotivo, ma distacco. “È un modo di cantare femminile”, ribatte lei, “è qualcosa di più dolce”.

Sa di non potersi neanche lontanamente paragonare ai musicisti di cui rifà le canzoni e quando le si chiede se non si senta a disagio a interpretare il repertorio di quei mostri sacri, spiega che “quando ti metti a scrivere i tuoi pezzi, come ho fatto io, la canzone perde la sua sacralità. Ti accorgi che è una cosa semplice. C’è qualcosa di ludico nell’essere cantautrice. E sì, un po’ mi sento collega di questi geni”. Poi spiega che è stato il figlio Aurélien a spingerla a scegliere “Highway to hell” degli AC/DC, “una canzone dove si dice che la terra promessa è l’inferno. Mio figlio ascolta metal a volumi assurdi. Poverino, ogni tanto lo obbligo a venire ai miei concerti, ma per lui la mia musica è come una ninna nanna. Magari dice che gli piace, ma è per non offendermi”.

Non ha nostalgia per le sfilate e dice che a 50 anni “sarebbe “sconcertante sfilare con la pelle un po’… andata”. Quando l’ha fatto in settembre per Versace con Claudia Schiffer, Naomi Campbell, Helena Christensen e Cindy Crawford “eravamo solo noi, ma sfilare in mezzo alle bambine, proprio no”. Verrà a suonare in Italia dopo la primavera. Come mai così tardi? “Non riuscirei mai a fare come Bob Dylan, mi verrebbero ansia e nostalgia. Ho una figlia piccolina, non voglio star via più di 10, 15 giorni di fila, perciò faccio tour… allungati”. Sul caso Weinstein dice che “questo scandalo è benvenuto, anche per le donne anonime che non hanno la forza di denunciare. Vedo una perversità che non sta solo nell’abuso sessuale, ma anche nell’idea che si possa sottomettere l’altro. Forse perché da giovane ero molto prudente, ma non ho mai incontrato predatori. Ero paurosa e perciò tenevo gli occhi aperti”. Infine racconta di quando, nel 1991, Trump sparse la voce di una relazione fra loro due, che lei subito smentì. “Mi ha fatto molto sorridere”, dice. E aggiunge, scherzando: “Ops, ora spero non mi tolgano il visto di lavoro”.

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