Sanremo 2017, un Festival da dimenticare: l'ultimo commento

Sanremo 2017, un Festival da dimenticare: l'ultimo commento

E anche per quest'anno è finita, grazie a Dio.

Potrei anche fermarmi qui, ma immagino che sia più professionale che argomenti un po' l'espressione di sollievo.
Di Festival ne ho seguiti tanti, 37 con questo, dal luogo in cui si sono svolti: sia nelle mansioni di discografico sia come giornalista.  Questa del 2017 è stata un'edizione particolarmente tranquilla: zero polemiche, zero scandali, zero scontri. Zero nel senso che quelli di cui hanno cercato di nutrirsi i quotidiani e i programmi televisivi, che per tutta la settimana devono riempire paginate e ore di trasmissione su quel che succede qui a Sanremo, sono stati polemiche, scandali e scontri puramente strumentali, funzionali solo a cercare di vivacizzare una cronaca che per il resto è stata piatta e prevedibile.


Fra trenta canzoni - 22 dei cosiddetti Campioni e 8 delle cosiddette Nuove Proposte - non saprei quali indicare come particolarmente belle o particolarmente brutte. E questo è già, purtroppo, un pessimo segno: è indizio di un appiattimento qualitativo che ha tante motivazioni e tante origini, ma la cui causa principale sta nel peccato originale del Festival di Sanremo.
Quando è nato, il Festival si chiamava Festival della Canzone Italiana: e funzionava così: gli editori musicali selezionavano le canzoni migliori fra quelle che erano state fornite dai loro autori, la Commissione del Festival (o il patron del Festival) fra le canzoni proposte sceglievano quelle che consideravano a loro volta migliori, e poi quelle canzoni venivano affidate ai cantanti che le avrebbero interpretate.
Poi tutto è cambiato, si è cominciato a invitare i cantanti che a loro volta sceglievano una canzone; e da qui è iniziato il declino.
La brutta abitudine è diventata ormai una regola, e questa regola genera conseguenze davvero tristi.

Come questa edizione del Festival, in cui una canzone decorosa, retorica quanto basta e interpretata in maniera del tutto prevedibile ("Che sia benedetta"), assurge al ruolo di grande favorita; in cui la riscrittura, un anno dopo, di una canzone divertente e sorprendente come "Amen" - una riscrittura meno felice, meno originale ("Occidentali's Karma") - ha bisogno di una coreografia buffa per divertire davvero; in cui il premio della critica - come avevo preconizzato settimane fa senza nemmeno averla ascoltata - va a una canzone che ha nella rilevanza sociale della tematica la sua principale ragion d'essere ("Vietato morire"). E potrei continuare, ma insomma tre esempi direi che bastano. Se fra vent'anni qualcuno farà un elenco delle canzoni in gara a questo Festival che saranno diventate memorabili nel tempo, temo che l'elenco sarà molto breve, brevissimo. Anche più che brevissimo.
(Ma per capire cosa intendo basta aver guardato e ascoltato l'esibizione di Zucchero sabato sera: un gigante, paragonato a quelli che per tutta la settimana abbiamo definito Campioni).


Mentre scrivo, il Festival è finito; non so voi che l'avete visto da casa, ma io da qui - da Sanremo - non mi sono divertito, non mi sono appassionato, non ho fatto il tifo pro o contro nessuno del cantanti in gara. Mi atteggio a snob? No, credetemi. Avrei voluto che andasse diversamente: mi sarebbe piaciuto avere una canzone da amare, un interprete da sostenere, un autore al quale mandare auguri convinti di vittoria.
Sarà per l'anno prossimo. Forse.

(Franco Zanetti)

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