Sanremo, il festival senza gruppi e iper-classico - il commento al cast

La premessa è la solita, che facciamo tutte le volte: che Sanremo sarà lo si capirà solo ascoltando le canzoni direttamente sul palco dell’Ariston.  Sulla carta, è difficile ipotizzare veramente cosa “Sarà Sanremo” nel 2017. Ma  una prima idea è possibile, vedendo i nomi del cast (trovate la lista completa qua), rivelati ieri sera nel programma di Carlo Conti.

I cast precedenti del direttore artistico toscano erano equilibrati e popolari come si conviene a Sanremo - che non è e non deve essere il luogo dell’avanguardia, ovviamente.  Erano cast senza bassi e senza alti, senza eccessi nel sanremese spinto e con qualche ecumenica concessione ai generi “altri” e non festivalieri.
 
Quello del 2017 sembra un cast decisamente più pop e più sanremese nel senso tradizionale del termine. C’è una nutrita pattuglia di ritorni classici: Al Bano, Gigi D’Alessio,  Masini e Ron che da soli fanno 36 partecipazioni complessive, ma anche Michele Zarrillo (11 partecipazioni) e Fabrizio Moro (alla 5° partecipazione)

Le concessioni ai generi "altri" sono poche, quasi nulle: due rapper (Raige e Clementino). Mancano completamente i gruppi e la quota di derivazione rock - se si esclude Samuel, che però è in veste solista, senza Subsonica.
Si potrebbe ragionare sulla “quota talent”, ma ormai è un dato di fatto - e sarebbe sbagliato ascrivere ancora a quella provenienza Chiara Galiazzo, Giusy Ferreri, pure Michele Bravi (già vincitore di X Factor, ma ora rilanciatosi con nuovo sound e ripartito da YouTube).
Semmai si può sottolineare qualche incongruenza incongruenza, in questa quota: Sergio Sylvestre ed Elodie tra i big, mentre La Rua, Lele e Chiara Grispo erano in lizza per i giovani: tutti provengono dall’ultima edizione di Amici.

Ci sono le solite presenze un po’ forzate: Alice Paba, brava, ha vinto The Voice, ma dopo il talent è praticamente sparita. La sua partecipazione è in coppia con Nesli.  O Bianca Atzei, già presente tra i big, ma senza grandi onorificenze in carriera. Meriti che invece hanno Gabbani (vincitore tra i giovani l’anno scorso) o Ermal Meta (anche lui tra i giovani, ma con una solida carriera  con La Fame di Camilla, poi come autore e quindi come solista). C’è la quota TV, Ludovica Comello, che però è di un’altra emittente e come cantante è pressoché sconosciuta, e Giulia Luzi (in coppia con Raige, arriva da I Cesaroni e da Tale e Quale Show).

Le compensazioni al nazionapopolare e allo spettacolo sono il colpaccio del ritorno di Fiorella Mannoia (che manca da quasi 30 anni su questo palco ma nel frattempo ha fatto una carriera decisamente più alta rispetto al pop del Festival) e la presenza di Paola Turci, cantautrice di livello. Ma basteranno, assieme a Samuel?

Giustamente Conti dice che più che i cantanti contano le canzoni. Ma se dovessimo ragionar solo sulla carta non sembra però che ci fosse necessità di passare a 22 big dai 20 inizialmente previsti, come nelle precedenti edizioni. Sanremo è Sanremo, come dice il vecchio adagio dell’inventore del nazionalpopolare. Ma non farebbe male un po’ di diversità e di attenzione a quel rock che ora riempie i palazzetti e i club.

Tra i giovani, invece è stata inspiegabile l’eliminazione dei La Rua (pur con il “solito” sound alla Mumford & Sons), e spiace anche quella degli gli Shalalalas, una botta di freschezza. Ha colpito Marianne Mirage (con un pezzo co-firmato da Bianconi dei Baustelle e prodotto da Tommaso Colliva), e divertente Tommaso Pini, che con “Cose che danno ansia” ha trasformato Sanremo nell’Eurovision. Ma anche qua, aspettiamo di risentire le canzoni sul palco. Ci si vede a febbraio.

(Gianni Sibilla)

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