Bob Dylan, un re con sei milioni di corone

Bob Dylan, un re con sei milioni di corone

Non avevo molto da aggiungere all’indignazione e all’ironia dilagate dopo l’annuncio che Bob Dylan non ritirerà personalmente il premio Nobel per la letteratura assegnatogli dall’accademia svedese. Idem sulla notizia che comunque sarà a Stoccolma per il Nobel.

Bob Dylan è un genio della manipolazione, oltre che un artista sublime. Manipola pubblico e media con uguale dimestichezza ed efficacia. Nella prima parte della sua carriera cinquantennale è stato un rabdomante impareggiabile: sentiva le cose, anticipava le tendenze e le abbandonava sempre in tempo. Nei primissimi anni Sessanta scelse il folk acustico per rappresentare una marca di controcultura innovativa: cambiò la scena newyorkese e inventò la canzone di protesta senza fare dichiarazioni né scendere in politica. Ai colleghi indicò la strada, sdoganando nel rock l’importanza delle liriche e l’importanza relativa della voce e del canto. En passant, accettò il Tom Paine Award dalla Emergency Civil Liberties Union: il discorso di accettazione non fu proprio un successo: forse l’irresistibile voglia di sorprendere lo spinse a identificarsi con le ragioni di Lee Oswald, l’assassino di JFK, e lo costrinse poi a smentire sé stesso con un tardivo comunicato stampa. Tempo dopo la svolta elettrica e Newport furono una benedizione mascherata da disgrazia: come Alì contro Foreman, incassò i colpi degli aficionados e dei media traditi e, all’improvviso, trasformò gli strali in peana: d’altra parte le canzoni erano fantastiche, e Re Bob attirava intorno a sé la créme dei musicisti. Vennero poi la folgorazione country sulla via di Nashville, la conversione religiosa e tre decenni di abitudine: tour mondiali sempiterni alternati a un discreto disco qua e là.

Nel frattempo, premi a go-go: la solita consegna del silenzio veniva interrotta da presenze ai Grammys, alla Rock and Roll Hall of Fame, agli Oscar, dal presidente Obama (ma anche da Re Gustavo di Svezia per il Polar Prize, accettato a Stoccolma con un non-discorso). Eccetera.

Circa il Nobel, il suo atteggiamento rientra solo nel prevedibile e morettiano “mi si nota di più se…”. Accettarlo o condividerlo è un discorso a parte, comunque soggettivo. Di oggettivo c’è che sorprendersi è fuori luogo. Bob Dylan ha sempre utilizzato assenza, mutismo e controversia come strumenti di comunicazione e di attrazione e, quando proprio non ha potuto ricorrervi, ha inforcato i Rayban scuri.

Ora una domanda: che differenza fa accettare o meno il Nobel? Risposta semplice: 6 milioni di corone. Non in senso monarchico o metaforico, ma di valuta svedese. Al cambio, circa 650.000 dollari, qualcosa di simile in euro: è l’ammontare del premio.

Una domanda tira l’altra: e quando verranno sborsate le corone dall’Accademia? Un’altra risposta semplice: quando il premiato terrà la sua ‘lecture’ – una lezione, una lectio magistralis, una conferenza incentrata sulla motivazione che gli ha fruttato il premio. Il regolamento prevede che ciò accada entro sei mesi dall’assegnazione del premio, nella fattispecie entro il 10 giugno 2017.

Chiudo con altre tre domande, delle quali però non conosco la risposta.

Che dirà Bob Dylan sulla canzone americana? Non me lo immagino né disquisire dotto, né tenere un keynote ad alto tasso di intrattenimento come quello di Bruce Springsteen ad Austin nel 2012. Soprattutto perché – riguardo al Nobel – si è dichiarato “senza parole”.

Chi ritirerà il premio per lui? La vera sorpresa potrebbe essere scartata proprio allora...

Ed infine: dove sarà e cosa farà Bob Dylan il 10 dicembre 2016?

(gdc)                                                

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