‘Acoustic’, i Simple Minds tolgono la spina – INTERVISTA

‘Acoustic’, i Simple Minds tolgono la spina – INTERVISTA

“Detestavo quella roba”, dice ridendo il chitarrista Charlie Burchill. “Quella roba” sono le esibizioni unplugged che andavano di moda nella prima metà degli anni ’90. I Simple Minds ricevettero varie di proposte per esibirsi in acustico. Le rifiutarono tutte. “Non ci sembravano adatte alla nostra natura”, spiega il cantante Jim Kerr. Le cose evidentemente sono cambiate. La band scozzese ha appena pubblicato “Acoustic”, un disco registrato in studio contenente versioni scarnificate di undici vecchi pezzi (quattordici nella versione deluxe), più la cover di “Long black train” dell’inglese Richard Hawley. “È un party album”, assicura il cantante per scacciare l’idea che si tratti di un disco dalle atmosfere intime e raccolte, noioso insomma.

Fino a due anni fa l’idea di un disco acustico era fuori discussione. Del resto, i Simple Minds hanno basato il proprio sound soprattutto su frasi di sintetizzatore, chitarre elettriche fragorose, batterie potenti, su un’enfasi da stadio o su un’elettronica mitteleuropea che mal s’adatta al formato unplugged. “Più che altro”, afferma Kerr, “non mi piaceva l’idea di semplificare le canzoni. E poi le nostre composizioni hanno così tante parti che non c’è un’essenza a cui ridurle”. Poi, durante un tragitto in automobile, il cantante ha ascoltato in radio una versione unplugged di “The American” fatta dai King Creosote. “Non era ancora uscito ‘Big music’. Lì ho capito che sì, anche le canzoni dei Simple Minds potevano essere suonate in versione acustica”. E così, memori dell’esperienza di una session del 2014 per BBC Radio 2, quando all’inizio di quest’anno è arrivata la proposta di esibirsi allo Zermatt Unplugged Festival in Svizzera, i Simple Minds hanno raccolto la sfida. Oggi utilizzano gli arrangiamenti base di quel concerto per “Acoustic”. “Ci siamo detti: se lo facciamo, dobbiamo farlo a modo nostro. E in fin dei conti la storia della band è partita dalla chitarra acustica di Charlie”. Come scrive il cantante nel libretto del cd, registrare le nuove versioni al Gorbal Sounds Studio di Glasgow, dove gli allora sedicenni Simple Minds tennero la prima esibizione pubblica, rappresenta una sorta di ritorno al passato, un tema ricorrente nelle ultime produzioni del gruppo.

Per Jim Kerr la parola chiave, però, non è nostalgia: è energia. “Quando pensi all’unplugged”, dice, “magari per un tuo pregiudizio immagini due tipi seduti sugli sgabelli intenti a fare musica intima. Non pensi certo all’energia, alla potenza, al ritmo. In altre parole, la sfida era non diventare noiosi. Non siamo una band che può fare ‘Tangled up in blue’ di Dylan o ‘Nebraska’ di Springsteen”. Per l’occasione, il gruppo ha momentaneamente cambiato formazione. Kerr e Burchill sono affiancati dal chitarrista Gordy Goudie, che gioca un ruolo fondamentale negli arrangiamenti, e dalla percussionista Cherisse Osei, oltre al bassista Ged Grimes e alla corista Sarah Brown (più l’ospite KT Tunstall in “Promised you a miracle”). È la line-up che vedremo sui palchi italiani nell’aprile 2017, sei date dal 21 al 27 nei teatri di Torino, Ancona, Roma, Bologna, Firenze, Milano.

“Per un fan le versioni iconiche sono quelle registrate in studio”, spiega Burchill, “ma per un musicista è diverso. Prendi ‘Waterfront’. Parla della nostra città, del posto in cui siamo cresciuti. Ha un che di industriale ed è quella l’essenza della canzone che deve emergere da qualunque versione suoniamo”. Secondo Kerr “Waterfront”, che nel disco acustico è suonata con l’introduzione che viene eseguita dal vivo, è una canzone astratta. “Non ha verso, non ha ritornello, è come una poesia nello stesso modo in cui lo è ‘Street hassle’ di Lou Reed. Una delle canzoni che preferisco in assoluto è ‘Won’t get fooled again’ degli Who. È tutto nella versione originale, che è iconica. Eppure poco tempo fa ho visto Pete Townshend suonarla alla chitarra acustica e l’essenza era intatta, emozionante e potente”. Mai nessuno vi dice: avete rovinato l’originale? “Succede. Ma non abbiamo rovinato un bel niente. L’originale è lì, sui dischi dell’epoca, lo si può ancora ascoltare, mica l’abbiamo distrutto”.

La novità di “Acoustic” è la versione di “Long black train”, resa in versione rispettosa, ma meno delicata dell’originale di Richard Hawley. Kerr spiega che è stata arrangiata pensando a certe cose di “Transformer” di Lou Reed, “che era un disco elettrico, sì, ma con molte parti acustiche di piano, contrabbasso, fiati. Per me il lungo treno nero rappresenta la chiusura di una fase della vita, la fine di un’era. Stiamo invecchiando, vediamo le cose finire, la gente con cui siamo cresciuti muore”. Come i vostri eroi: Bowie, Prince… “La gente nasce e muore, ogni giorno. Certo fa effetto perché gente come Bowie o Prince sembrava venire da un altro pianeta. Il bello dell’arte è che resta lì, anche dopo la mote di chi la crea, e trova sempre nuovi contesti”.

Nel futuro dei Simple Minds, dopo la fine del tour acustico c’è un nuovo album in studio. Un anno fa Kerr l’aveva descritto come un lavoro “più electro, più dance, con grandi linee di basso e poche chitarre rock”. Oggi dice che “abbiamo di nuovo cambiato direzione. Lo vedo come il seguito di ‘Big music’, partiremo da lì”. Kerr e Burchill si dicono sicuri che la loro vecchia casa discografica produrrà un cofanetto dedicato a “New gold dream (81-82-83-84)” dopo quelli usciti su “Once upon a time” e “Sparkle in the rain”. Nel 2017, infine, cadrà il quarantennale della band. “Hai ragione, provammo per la prima volta assieme nel novembre 1977. Però il primo concerto l’abbiamo fatto nel 1978. Quindi sì, faremo qualcosa per il quarantennale e credo sia giusto farlo cadere nel 2018. Peccato, perché sulle t-shirt il numero 77 sta molto meglio del 78”.

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