La storia dei Temple of The Dog, da Andrew Wood ai Pearl Jam

La storia dei Temple of The Dog, da Andrew Wood ai Pearl Jam

Domani, 30 settembre, esce la ristampa dello storico album dei Temple of The Dog, ovvero il supergruppo di Seatttle formato 25 anni fa da Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready con Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden, in onore di Andrew Wood. Il cantante dei Mother Love Bone, in cui militarono Gossard, Amen e McCready, era morto nel '90, a soli 24 anni. Al gruppo si sarebbe aggiunto Eddie Vedder, e da quella formazione sarebbero nati i Pearl Jam.
Raccontiamo qua la storia dei Temple of The Dog,  con un estratto, per gentile concessione dell'autrice e dell'editore, dal libro: "Andy Wood. L’inventore del grunge. Vivere (e morire) a Seattle prima dei Pearl Jam", di Valeria Sgarella.
Il libro è basato su interviste originali ed inedite a Stone Gossard e alla famiglia di Wood, racconta la storia del cantante e la scena di Seattle tra anni '80 e '90, anche con foto e documenti inediti: in questo estratto dagli ultimi due capitoli Valeria Sgarella racconta la nascita dei Temple of the Dog. Il libro, edito da Area51, si può acquistare in versione ebook a 4,99€ su Amazon (l'edizione cartacea arriverà ad ottobre)

Il tour americano di Louder Than Love non era cominciato bene, per i Soundgarden. Il bassista Hiro Yamamoto, insoddisfatto del proprio ruolo nella band, aveva deciso di andarsene per tornare a studiare. Era stato rimpiazzato al volo da Jason Everman, il chitarrista misterioso dei Nirvana; quello che compariva nelle note di copertina di "Bleach", ma che in realtà non aveva suonato nulla, se non un paio di live.

Il suo merito era piuttosto quello di aver prestato a Kurt i seicento dollari necessari per pagare le sessioni di registrazione dell’album; soldi che, ovviamente, non gli erano mai stati restituiti. Come gesto di riconoscenza, e per farlo sentire più a casa, Kurt aveva deciso di farlo figurare come parte integrante del gruppo. Il tour dei Soundgarden, se possibile, era finito anche peggio: la band aveva portato a casa l’ultima data a Brooklyn, quindi Chris e Susan Silver erano rientrati immediatamente a Seattle per andare al capezzale di Andy. Erano stati gli ultimi ad arrivare, in quella dolorosa stanza; erano tutti lì ad aspettare loro. Che responsabilità.

Andy, sprofondato nel suo letto, aveva il viso gonfio e i capelli spettinati; respirava di quel respiro perfettamente cadenzato e meccanico che precede la fine. La fine dell’innocenza di Seattle.

Ora Andy non c’è più, e Chris deve ripartire per la tranche europea del tour, ma non sta bene per niente. Questa storia l’ha fatto a pezzi. Per qualche motivo, crede che sia tutta colpa sua, e non sa come allontanare quel profondo e lacerante dolore.

Come si può condividere così tanto, e poi non vedersi mai più. Come si può comporre insieme una canzone che si chiama "Island of summer" e poi morire così, come l’ultimo degli stronzi, senza neanche un assaggio di quel successo che hai plasmato con le tue stesse mani.

Andy non aveva mai parlato a Chris della propria condizione, quando vivevano insieme. Si vergognava, non voleva dargli l’impressione di non avere in pugno la propria vita. Doveva sembrargli uno molto in gamba, Chris; lui aveva sempre un lavoro, pagava tutte le bollette per tempo, aveva in mano il timone della sua band. Aveva pure un cane. Chris sì, che aveva trovato il suo posto nel mondo. Mica come lui.

In realtà era stato proprio Andy a farglielo trovare, quel posto.

Ora, chiuso nella sua stanza d’albergo in una città europea qualunque, Chris ora non sa neanche dove si trova. Potrebbe essere Berlino, o Londra, non fa differenza. Il dolore è il suo unico, vero compagno di viaggio. Deve scrivere qualcosa, per farlo andare via; deve sublimare quel grande vuoto.

Improvvisamente ripensa all’enorme talento che aveva Andy di immedesimarsi nella sua folla, su e giù dal palco; quella straordinaria capacità di tenere il pubblico tra le mani. Di “chinarsi verso la folla per elevarla”. Reach Down, To Keep The Crowd Up. La prima canzone per Andy parte da qui.

Il progetto Temple Of The Dog nasce da un bisogno: quello di Chris Cornell di fare i conti con la morte di Andy. L’unico modo per scrollarsi di dosso quel dolore era scrivere qualcosa per lui; e così erano nate due canzoni, "Reach down" e "Say hello 2 heaven".

Una volta rientrato dal tour europeo, Chris le aveva incise a casa sua, con i propri mezzi. Per l’occasione, aveva rispolverato altri vecchi pezzi che erano lì, in un angolo, ad accumulare tempo e polvere. Wooden Jesus per esempio, incisa anni prima nel suo vecchio appartamento, nello stanzino della caldaia: era il suo posto preferito per comporre canzoni. Quella roba però non andava bene per i Soundgarden: era troppo morbida. Chris non sapeva esattamente cosa farne, né con chi avrebbe potuto suonarla. Allora aveva chiamato Jeff Ament, gli aveva detto di aver scritto delle cose per Andy, e si erano trovati per ascoltarle. Jeff ne era rimasto folgorato. “Bello. Facciamo un intero album”. […]

Eddie Vedder è arrivato a Seattle da poco più di un’ora. “Non cazzeggiamo, andiamo subito in studio”, aveva detto a Jeff e Stone, incontrandoli per la prima volta in aeroporto. Eddie se ne sta seduto in un angolo dei London Bridge Studios, come in castigo. Non si capisce se è molto timido, o se semplicemente è uno che ama stare al suo posto. I Temple Of The Dog stanno provando una canzone dal titolo "Hunger Strike".

Stone Gossard e Mike McCready alla chitarra, Matt Cameron alla batteria, Jeff Ament al basso, e Chris Cornell alla voce. Metà Mother Love Bone, metà Soundgarden; tutti lì, a fare i conti con i propri abissi esistenziali, e con i vuoti lasciati da gente che non c’è più. 

"Hunger strike" ha un ritornello impegnativo: richiede il passaggio repentino da una tonalità bassissima a una altissima, e Chris, nonostante possa contare su una grande estensione vocale, fatica a completarla. Eddie, dal suo punto d’osservazione defilato, capisce la difficoltà: si alza, si avvicina lentamente al microfono, e con umiltà - ma con le palle, canta la parte più bassa, alternandosi a Chris.

Gli sguardi di tutti si incrociano simultaneamente, da una parte all’altra della sala. Qualcosa è scoccato, e mette d’accordo tutti; così sì, che il pezzo gira bene.

Per Mike McCready e la sua riproduzione di Stratocaster del 1962, è la prima vera esperienza di incisione in uno studio; sull’intro di "Hunger Strike", dopo aver ascoltato le indicazioni di Chris, si concede un esperimento: prova a utilizzare la quarta posizione, tra il pick-up al ponte e quello di mezzo, per ottenere un suono più morbido; poi passa al primo pick-up nella parte centrale del pezzo, dove serve un po’ più di grinta. Il suo assolo su "Reach down" è un buona-la-prima, ed è per lui fonte di grande orgoglio. Finisce il suo take paonazzo in volto e con i cavi delle cuffie attorcigliati sulla faccia.

Ci vorranno solo quindici giorni per incidere l’intero album omonimo dei Temple Of The Dog; senza pressioni, senza scadenze, con la stessa leggerezza che accompagna certe jam tra amici. Prodotto da Rick Parashar, fratello del co-fondatore dei London Bridge Studios, sarà pubblicato dall’A&M da lì a poco, senza scossoni alle classifiche. Quest’album è una vera boccata d’ossigeno. "Apple", in confronto, era stato un parto.

(Valeria Sgarella)

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