Afterhours, fare rock nell’età adulta: Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo raccontano “Folfiri o Folfox” (e X Factor)

Afterhours, fare rock nell’età adulta: Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo raccontano “Folfiri o Folfox” (e X Factor)

“Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va”, dice una delle canzoni più famose e amate degli Afterhours. Una grossa parte di Manuel se n’è andata: suo padre, morto per cancro. E Agnelli ha messo a nudo la sua fragilità nel nuovo album della band, fin dal titolo, i nomi dei medicinali della chemioterapia. Da lì sì parte per arrivare ad una riflessione in musica non solo sull’elaborazione del lutto, ma anche sul diventare definitivamente adulti.

E’ stato un periodo intenso per la band milanese, dopo “Padania” (2012) e dopo “Hai paura del buio? - Reloaded and Remastered”: l’uscita, dopo 25 anni, di Giorgio Prette e dopo 15 di Giorgio Ciccarelli, sostituiti da Fabio Rondanini e Stefano Pilia. E, non ultima, la decisione di partecipare ad X Factor come giudice di Agnelli, con il contorno di polemiche - che hanno replicato quelle di quando la band andò al Festival di Sanremo (2009). 

Abbiamo incontrato Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo qualche giorno fa. Via il dente, via il dolore: si parte dal talent - una domanda sola, ma una risposta molto articolata - per arrivare a parlare della storia del disco. E per arrivare a dare una risposta al vero quesito di “Folfiri o folfox”: come si può essere rocker e adulti contemporaneamente?

(Gianni Sibilla)

 

Manuel, più che del disco, negli ultimi tempi si è parlato della tua partecipazione ad X Factor come giudice.
Non è la prima volta, nella tua carriera, in cui sei stato pesantemente criticato per una tua scelta. Provi a spiegare perché hai accettato la proposta di Sky?

Agnelli: Facciamo presto a distruggere tutto, ma la realtà è che la musica in televisione è rimasta lì. Con tutti i limiti che ci possono essere, per carità, perché è uno spettacolo televisivo. Ma secondo me è meglio esserci, nei posti, che non esserci. Vado a occupare un posto, con la speranza di portare  una visione diversa, fatta di urgenza: non il suonare per avere successo, ma il suonare perché è una necessità.
Considero i talent e X factor come una tappa, grande e impegnativa, e credo di voler trasmettere proprio questo ai ragazzi. Che anche per loro sia una tappa e non un punto d’arrivo - se no vanno dallo psicologo appena fuori.
E poi: quel tipo di visibilità è potere. E io so cosa ci voglio fare - che è quello che ho sempre fatto fino ad adesso, per esempio quando siamo andati a Sanremo. X Factor, per me è una risorsa, o almeno la considero tale. Una piattaforma sulla quale andare a parlare di cose e attirare l’attenzione su situazioni musicali diverse. Non credo ci sia mai stato in Italia un musicista con un background alternativo con quel tipo di visibilità. Vediamo come va, magari va malissimo. Ma io mi sento di provare.

A pensar male, si potrebbe dire che avete scelto “Il mio popolo si fa” come primo singolo, per compensazione. Una canzone dura, quasi dissonante, diffusa negli stessi giorni in cui il tuo nome diventava nazional popolare per un programma TV.
E’ casuale: ho avuto la conferma della mia partecipazione a X Factor proprio in quei giorni.
L’uscita di un disco richiede una mole di lavoro che si incrocia con la mole di lavoro del programma: la cosa più saggia sarebbe stata rimandare la pubblicazione dell’album, ma non abbiamo voluto farlo.
Per noi, in questo momento, il disco rimane la cosa principale: vogliamo parlarne, vogliamo farlo ascoltare. E’ una coincidenza che mentre sto per andare in TV esca un disco così complesso e così completo. Ma è una coincidenza che mi fa ovviamente piacere: dimostra che la musica non è messa in discussione.

“Folfiri o folfox” è un concept album sull’elaborazione del lutto. Il rock che parla di morte non è una novità.
Noi suoniamo per urgenza, appunto. Si suona per sublimare quello che ti succede, dalla ragazza che ti molla, all’aver vinto alla lotteria, ad una cosa così brutta e pesante come una malattia. E’ una fortuna avere un mezzo come la musica per potersi liberare dalle tossine e da qualcosa che ti tiene prigioniero nella negatività e nel dolore.
E’ vero che nella musica si parla di morte, anche di malattia. Ma in Italia parlare di tumore è ancora tabù: lo si chiama “brutto male”, ci si tocca le palle…  Abbiamo scelto un titolo come “Folfiri o folfox” , invece, perché tutto parte da lì. Ma il viaggio del disco non parla neanche solo di quello, ma di un sacco di cose che sono derivate dalla morte e dalla malattia: chiudere dei cerchi, il passaggio di energia che avviene in quelle situazioni. Il fatto di diventare definitivamente adulti, senza appigli e senza rete.

Chiamare le cose con il proprio nome, quindi. Nell’album gli intermezzi strumentali hanno come titolo altri nomi di medicinali.
Sono quelli che usava mio padre. Non ti puoi liberare veramente se mascheri le cose delle quali parli.

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Rodrigo, la band come ha reagito all’idea di centrare l’album su questo tema?
Rodrigo D’Erasmo: quando Manuel ci ha detto la sua idea, gran parte della musica era già impostata. La nostra reazione è stata molto di pancia, entusiasta: ci siamo riconosciuti immediatamente, alcuni di noi sono passati in situazioni simili. Anzi, l’abbiamo spinto a seguire quell’ispirazione. E’ una scelta che ci ha compattato, ci ha resi complici.  Quando si fa gli album da grandi e non da pischelli - come siamo noi - trovare una motivazione comune forte  rende speciale il lavoro.

Questo è il primo album dopo l'uscita di Giorgio Ciccarelli e Giorgio Prette. Manuel, sei rimasto l’unico membro originale.
Agnelli: In realtà lo ero anche prima: Giorgio era un membro storico, arrivato nel ’91, ma la band si era formata nell’85.

Gli ultimi anni, comunque, sono stati un periodo di trasformazione per la band. Cosa vi ha portato a prendere strade diverse con Ciccarelli e Prette?
Una band non è qualcosa fatto per dei 40enni, figuriamoci per dei 50enni: ti sta stretta. Più cresci più vuoi i tuoi spazi, fai fatica a rendere conto agli altri, magari diventi padre di famiglia e fatichi ad accettare di non avere un ruolo di primo piano.
Era una situazione già minata dall’essere degli adulti in una struttura da non adulti. Poi quando vengono a mancare delle persone importanti - cosa che appunto non è successa solo a me - ti fai delle domande su quello che vuoi essere nella vita prima che finisca. Succede che tutti i compromessi che hai messo in piedi per far funzionare una cosa non contano più niente, perché il tuo scopo non è più farla funzionare, ma essere te stesso.
E’ questo processo che ci ha allontanati tantissimo: eravamo persone molto diverse, che hanno fatto un compromesso, anche eroico, che però non aveva più senso di esistere. Ci siamo fatti male, negli ultimi anni, anche senza cattiveria vera.

Questo tuo atteggiamento diverso si sente nel disco: leggendo i testi dell’album ti mostri più fragile.
Più fragile, sì, ma non più debole. Perché mi sento più forte, ma meno duro. Ti apri, raccontando queste cose: non devi farti domande su come la prenderanno gli altri, se capiranno la tua sincerità. Mi capita spesso di citare David Foster Wallace, ultimamente: diceva che gli artisti che verranno recupereranno un certo tipo di romanticismo pieno, che se ne fregherà del cinismo. Io mi sento descritto in pieno, da questa idea.
Mi è capitato di essere descritto come cinico: a me sembra una cosa così strana e stramba, perché io non voglio solo essere “cheesy”, non voglio piegarmi sulle mie emozioni e basta, ma mi riconosco in un nuovo romanticismo forte e potente. E mi sento capace di poterlo fare, ora.

David Foster Wallace diceva anche che l’ironia è sopravvalutata, che è una forma di cinismo.
E’ un modo di proteggersi. Sono cose che si possono accettare, siamo umani. Il mio punto non è più criticare qualcuno se non la pensa come me. Il mio punto è: non mi interessa se non la pensi come me, per me va bene, ma io sono così.

Il disco è molto vario, musicalmente, sia nelle scelte sonore che nella strumentazione. Avevate un’idea musicale, prima di lavorare ai temi?
Rodrigo D’Erasmo: siamo partiti da spunti soprattutto miei e di Manuel, nati nel dopo “Padania”. Abbiamo un nostro modo di fissarli, con video self-made, per ricordarci poi come li facciamo sulla chitarra. Siamo pieni di questi micro video che intasano i nostri telefoni…
Siamo andati nei nostri studi e abbiamo “sbobinato” queste idee per capire che direzione potesse prendere il disco, continuando a scrivere a due  nel frattempo. Una parte importante l’ha avuta anche Fabio Rondanini, il nuovo batterista, nello strutturare dal punto di vista ritmico e nel dare un’ossatura al materiale.
Da questa preproduzione - molto bella, molto quotidiana, molto libera - siamo passati ad una fase più estesa, basata soprattutto sulla condivisione di file, e dando ad ognuno la libertà nei proprio spazi di integrare come credeva, senza censure e senza sentirsi giudicato dagli altri.

Lavorando individualmente non si rischia di perdere il suono della band?
Agnelli: Ne è venuto fuori un disco molto compatto, invece: con molte soluzioni, molti strumenti, ma con forme ricorrenti. Questo aspetto ludico e giocoso in fase di composizioni ha salvato il disco dall’essere un piagnisteo lugubre e noioso, cosa che nessuno di noi voleva.
Il concetto principale del disco, alla fine, è quello del passaggio di energia e l’energia dei pezzi è fondamentale per evitare di trasformare le canzoni in litanie.

Come si porta in tour un disco così complesso?
D'Erasmo: E’ meno complesso dei precedenti, paradossalmente: essendo così scritto e strutturato, rende chiare le parti e i ruoli di ognuno. “Padania” era un po’ sovraprodotto, invece, e ci ha creato dei problemi quando lo abbiamo portato sul palco. Ci siamo dati la regola che in questo momento complesso per la promozione, ognuno studia a casa e si arriva alle prove preparati.
Agnelli: Aggiungo in maniera molto poco politicamente corretta che i due nuovi musicisti, Fabrizio Rondanini e Stefano Pilla, sono straordinari: questo facilita tantissimo la realizzazione delle cose dal vivo. Ma inizieremo comunque facendo uno spettacolo di rock ’n’ roll, anche con molto repertorio, e magari più avanti nell’inverno, uno spettacolo nei club rappresentando il disco in toto nella sua complessità.

Tornando ai temi del disco: aveta parlato diverse volte  del diventare adulti. Come si riesce  a fare rock a questa età, conciliandolo con tutte le responsabilità che si hanno in questa fase della vita da 40-50enni?
Il fatto di scrivere, buttare giù idee, comporre quotidianamente: ci ha aiutato a prenderci degli spazi. Se decidi che devi fare il disco in un mese, in quel momento sei blindato, non vivi più. L’abbiamo fatto spesso in passato di imporci dei tempi così chiusi e stretti e ci ha sempre creato dei grossi problemi.
Andare tutti i giorni in studio ha il grosso vantaggio di potersi gestire con più tranquillità. Non dovendo essere tutti insieme nello studio rendeva più semplice: se uno aveva qualcosa da fare con la figlia o con la fidanzata, si poteva andare avanti lo stesso con il lavoro.
Ci voleva una disciplina: ci aiutato ad essere più liberi. Ho letto di Nick Cave che va in ufficio ogni giorno a fare musica, mi sono detto che volevo provare anche io.
E, cazzo, funziona.

 

 

 

 

Dall'archivio di Rockol - Due soli concerti nel 2019: il presente e il futuro della band
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