Credits: Vincenzo Nicolello / Concessione in uso a Rockol
Tornano i newyorchesi Interpol con “Antics”, secondo album dopo l’incensato esordio di “Turn on the bright lights”. E subito si pone il problema della riconferma. Registrato e mixato nel Connecticut col fido Peter Katis, ce ne ha parlato il chitarrista Daniel Kessler. Cosa è cambiato rispetto a “Turn on the bright lights”? “Non saprei. Non sta a me stabilire la differenza fra il primo e il secondo album. In entrambi i casi abbiamo seguito l’istinto e l’immediatezza, senza stare a chiederci più di tanto cosa volevamo fare. L’abbiamo fatto e basta. Non siamo quel tipo di band che si siede attorno ad un tavolino a dire ‘sarebbe bello esplorare questo genere musicale’ oppure ‘facciamo una canzone come quella di…’. Non è certo questo il modo in cui componiamo. L’unica cosa che forse abbiamo ‘forzato’ nella stesura dei pezzi è che volevamo canzoni più concise e brevi rispetto al primo album”. Riascoltando il disco ora che è terminato, quali pezzi vi soddisfano di più? “Difficile da dire. Tutte le canzoni contengono almeno un passaggio grandioso. Forse, dopo averla incisa, ‘Take you on a cruise’ è andata oltre le nostre aspettative. Ma mi piace pensare a ‘Antics’ come ad un album d’insieme. Non è come quei dischi in cui c’è una canzone che traina le altre, più insignificanti. Potresti paragonare l’album ad una squadra di football”. Sin dal debutto, gli Interpol sono stati associati ai Joy Division. In questa seconda prova però, accanto ai consueti accompagnamenti di chitarre monocordi, si sentono anche arpeggi e ritmi più sincopati. “Ogni membro della band viene in studio e porta le proprie idee. E’ quindi difficile parlare di influenze musicali, ognuno di noi ha le proprie. Ma capisco anche i giornalisti e i lettori, che hanno bisogno di contestualizzare un certo tipo di sound in una categoria”.
Daniel Kessler è nato in Inghilterra ma vive in America da molti anni. Ti senti più inglese o americano? “Fino ai sei anni sono rimasto in Inghilterra, poi cinque anni in Francia, successivamente a Washington D.C. e poi New York. Mi definirei un ‘no man’s land’, anche se New York è una città così internazionale…”. Avete sentito la pressione della riconferma? “Paul (Banks, cantante del gruppo) ne ha sofferto molto. L’ha perfino somatizzata, con crisi di vomito e senso di nausea. Per quanto mi riguarda mi sono impegnato al massimo per dimostrare che non siamo un fuoco di paglia”. Vi sentite parte della cosiddetta scena newyorchese? “No, credo che la nostra musica sarebbe esistita indipendentemente dal fatto che una serie di gruppi emergenti siano emersi nello stesso momento”. E fra queste band ce ne è qualcuna con la quale vi piacerebbe collaborare in futuro? “Beh, gli Strokes per esempio. Perché no?”.
Daniel Kessler è nato in Inghilterra ma vive in America da molti anni. Ti senti più inglese o americano? “Fino ai sei anni sono rimasto in Inghilterra, poi cinque anni in Francia, successivamente a Washington D.C. e poi New York. Mi definirei un ‘no man’s land’, anche se New York è una città così internazionale…”. Avete sentito la pressione della riconferma? “Paul (Banks, cantante del gruppo) ne ha sofferto molto. L’ha perfino somatizzata, con crisi di vomito e senso di nausea. Per quanto mi riguarda mi sono impegnato al massimo per dimostrare che non siamo un fuoco di paglia”. Vi sentite parte della cosiddetta scena newyorchese? “No, credo che la nostra musica sarebbe esistita indipendentemente dal fatto che una serie di gruppi emergenti siano emersi nello stesso momento”. E fra queste band ce ne è qualcuna con la quale vi piacerebbe collaborare in futuro? “Beh, gli Strokes per esempio. Perché no?”.
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