‘Copie di canzoni scritte per amore’: Zibba racconta il nuovo album ‘Muoviti svelto’ - INTERVISTA

‘Copie di canzoni scritte per amore’: Zibba racconta il nuovo album ‘Muoviti svelto’ - INTERVISTA

Dice che scrivere gli viene facile. E infatti lo fa spesso: per sé, per Jovanotti, Cristiano De Andrè, Michele Bravi, Patty Pravo, Francesco Renga. Ha pure pubblicato un libro, “Me l’ha detto Frank Zappa”. Sorride: “Sono un ciccione quasi pelato, almeno m’è capitata questa fortuna”. Non è solo fortuna: Zibba ci ha lavorato parecchio da quando ha esordito una dozzina d’anni fa e oggi le cose stanno andando piuttosto bene. Nel 2014 il cantante ligure ha partecipato a Sanremo dove s’è aggiudicato il premio della critica con “Senza di te”. Da allora è stato quasi costantemente in tour oppure in sala d’incisione dove ha registrato il nuovo album con i suoi Almalibre. Dentro “Muoviti svelto” sono finiti pensieri ed esperienze dell’ultimo anno, molte collaborazioni, qualche suono nuovo. Ora riparte in tour. La prima data è il 12 marzo, uno spettacolo speciale al Blue Note di Milano con quasi tutti gli ospiti dell’album: Omar Pedrini, Bunna, Patrick Benifei, Leo Pari.

 

Muoviti svelto” ha un suono diverso dagli altri tuoi album. Che disco volevi fare?

Volevo che mi somigliasse il più possibile, a partire dai testi. Da Sanremo in poi sono stato a casa al massimo per tre giorni di fila. Un delirio. E quando sei sempre in giro, con un bimbo appena nato, le sensazioni che senti nello stomaco sono tante e forti. Le canzoni sono state scritte in viaggio, alla ricerca di una motivazione per continuare a fare questa vita, che mi piace parecchio. E poi volevo che mi somigliasse nelle musiche.

 

In che senso?

Cercavo un suono diverso, che ricordasse i dischi che mio padre aveva in casa e che mi hanno ispirato quand’ero ragazzino, quelli di Lucio Dalla, di Battisti, del primo Pino Daniele. Diciamo le cose a cavallo fra anni ’70 e ’80. Abbiamo registrato in Spagna perché lì c’è un banco mixer che ci ha permesso di ottenere quelle sonorità senza usare per forza il digitale. Per la band è stata una bella sfida suonare in modo diverso dal solito.

 

Hai citato artisti che, in modi differenti, si sono allontanati dal classico cantautorato italiano.

E infatti io non mi considero un cantautore. Ma sai, scrivo canzoni e sono ligure, e a quanto pare questo fa di me un cantautore. Mi piace pensare di essere a cavallo di più mondi. Ho fatto Sanremo, ma ho anche ricevuto una Targa Tenco e lo scorso anno una mia canzone ha vinto X Factor. Essere trasversale mi fa sentire in pace con la coscienza. La musica è una sola.

 

Perché “Muoviti svelto”?

Viviamo in un Paese in cui si fanno tante parole e poca azione. Il consiglio che mi do ogni mattina è: muoviti svelto, fai delle cose, crea, costruisci, tieni vivo il tuo spirito.

 

Come nasce il duetto con Niccolò Fabi “Farsi male”?

Nasce in un furgone mentre pensavo a un amico che ogni tanto si fa del male, per non pensare. È una canzone importantissima per me. Niccolò l’ha cantata come se l’avesse scritta lui, mettendosi in gioco in una tonalità particolare.

 

In che senso farsi male? Alcol, droga, autodistruzione?

No, non è quello. Il modo peggiore di farsi del male è non essere consapevoli della vita per com’è, immaginarsi una realtà parallela. Nasci e inizi subito a recitare un personaggio: che veste così, che parla in un certo modo, che frequenta certi posti. Finché un giorno ti rendi conto che hai sbagliato personaggio. A scuola t’insegnano cose di cui non hai bisogno e poi ti stupisci se a 30 anni vai dall’analista a chiedergli perché non ci capisci più un cazzo. Perché non insegniamo ai bambini che la vita è bella? E che è questa qui: non ce n’è una di scorta. Io sono arrivato a 30 anni con la testa incasinata, non è stato bello.

 

È come se in questo disco ti crogiolassi nella malinconia…

Un po’ sì. Quando stai lontano da un figlio che sta crescendo vengono fuori queste atmosfere, è normale.

 

Hai bisogno del dolore in quanto autore?

A volte ho bisogno di chiudere certi sentimenti da qualche parte. La malinconia si scarica nella canzone e io mi svuoto. È come fare una seduta psicanalitica, stessa cosa.

 

Quanto t’è piaciuto collaborare con Omar Pedrini per “Il giorno dei santi”?

Mi ha riportato nel mondo dei Timoria, la musica che ascoltavo a 18 anni.

 

Nel testo c’è anche un riferimento al loro album “Colori che esplodono”…

È una citazione che ha fatto molto sorridere lo zio. Ora sto scrivendo anche con Francesco Renga. Ci mettiamo sul divano a cantare i pezzi dei Timoria. È il sogno della mia vita. È come se Keith Richards venisse a casa mia e mi chiedesse di suonare assieme “Jumpin’ Jack Flash”.

 

Cos’avevano di speciale i Timoria?

Prendi “Colori che esplodono”, un disco su Kandinsky con riferimenti all’eterno, alla vita, all’arte: è roba che a 18 anni ti buca lo stomaco. E la voce di Francesco spaccava, si avvicinava al metal, ma sapeva anche essere dolcissimo.

 

Le chiese impongono l’ora”, dice un passo di “Il giorno dei santi”: sarebbe a dire?

Un giorno abbiamo dovuto interrompere un soundcheck per via dello scampanio di una chiesa. Mi è sembrata una metafora di come certe realtà in Italia sono talmente potenti da decidere i tempi della tua vita.

 

In “La medicina e il dolore” invece c’è Patrick Benifei dei Casino Royale.

È il mio pezzo preferito, la canzone da cui è nato il suono dell’album. L’ho scritta su un materasso buttato sul pavimento dello studio, una notte che siamo tornati alle 5 del mattino da un concerto e non avevo la forza per tornare a casa.

 

Sei uno a cui piace collaborare con gli altri, è evidente. Hai contribuito a “Scintille” che sta su “Lorenzo 2015 CC.”…

Un gigante. Peccato non si sia riusciti a vedersi di persona. Ma non finirà qui, ci siamo ripromessi di fare un duetto, un giorno. Devo ricordarmi di mandargli una foto di quando avevo 11 anni: io con un cappellino con su scritto “Yo”. La usa ancora, quell’espressione.

 

Con chi altri hai scritto di recente?

Ho composto una canzone per Patty Pravo, una ballata pop romantica per il suo disco che credo uscirà in autunno. Lei è una che arriva e ti racconta di Keith Richards e di Jimi Hendirx. Che vuoi di più?

 

Cos’hai imparato dagli artisti con cui hai lavorato?

Imparo da qualunque persona, cerco di assimilare il più possibile visto che mi sento sempre inadeguato. Dagli artisti pop, ad esempio, ho imparato che cosa è bene mettere in una canzone.

 

In che senso?

Nel pop ci sono cose devi tenere per te, cose che il pubblico non ha voglia di sentire. Il pop che deve andare in radio deve essere spensierato. Ci sono contesti in cui la gente non ha bisogno che tu gli rompa le palle dicendogli com’è la vita.

 

Non lo trovi sminuente?

Ma no, è un gioco, un gioco bellissimo con le sue regole. Al posto di polemizzare, cerco di cogliere il buono da ogni situazione.

 

Parlavi d’inadeguatezza: perché?

Non è un problema solo mio. Di questi tempi ci sentiamo tutti inadeguati perché diversi da quel che ci circonda. E così quando incontriamo una persona onesta ci sembra un esempio morale e quando sentiamo un artista di talento parliamo di magia. In un’anima sensibile come la mia – lo so che è una brutta espressione – queste cose destabilizzano. Mi sento fuori luogo. È una sensazione che provo da quando avevo 13 anni. Mai passata.

 

Nemmeno il successo ha sanato questo senso d’inadeguatezza?

La musica è solo un ambito della vita. Lo spirito e il corpo hanno bisogno anche di altro. Se penso al mio lavoro e alla mia famiglia sono la persona più fortunata che esista: ho un bimbo di un anno che sorride sempre e ha un gran senso del ritmo, ho una moglie che mi capisce e accetta il mio lavoro, ho la band che vorrei, ho fuori il disco che volevo fare. La gente s’intristisce perché non trova la persona giusta o perché la carriera non gira. Ma è davvero quello il problema? No, il problema è che c’è un gran casino intorno e si fa fatica a stare a galla. È il messaggio del disco: muoviamoci svelti, facciamo qualcosa.

 

Ti spingono le stesse motivazioni che avevi da ragazzo?

Da bambino volevo fare il cantante famoso. Adesso mi piace fare il cantante e basta. L’ho capito il giorno in cui mi hanno chiesto il primo autografo. Mi piace produrre, scrivere, partecipare. Quelli che amano competere e vincere non dovrebbe fare i cantanti, dovrebbero darsi alla politica. La musica è espressione di sé, un modo per sorridere durante le giornate, un gioco per la vita.

 

Ti sei mai chiesto se c’è un modo per fare canzoni originali nel 2015?

La verità è che la musica non è infinita. Stiamo facendo copie di quello che è già stato fatto sperando che venga fuori qualcosa di bello o per lo meno di divertirci.

 

Pochi autori sono disposti ad ammetterlo…

Faccio copie di cose che mi sono piaciute. Come tutti, del resto. Ci sono artisti pazzeschi in giro, ma sono almeno vent’anni che cantiamo tutti la stessa canzone. Me ne sono accorto mentre stavamo producendo un pezzo, non ti dico per quale artista. Abbiamo usato un giro armonico che veniva sfruttato già ai tempi di Jimi Hendrix e di Emerson, Lake & Palmer. Il nostro fonico si è girato e ci ha detto: “Ma quante altre volte volete riscrivere questa canzone?”.

 

Eppure queste copie di canzoni continuano a parlare alla gente, no?

Non siamo diversi dal ragazzo del liceo che scrive una poesia per la fidanzata. Non abbiamo la pretesa di dire qualcosa d’originale, lo facciamo per amore ed è l’amore che muove il mondo. Ecco perché continuiamo a fare musica: non smettiamo mica di amare, abbiamo solo finito le idee.

 

(Claudio Todesco)

 

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