Gianna Nannini, intervista: "Con Hitalia celebro la melodia" VIDEO

Gianna Nannini, intervista: "Con Hitalia celebro la melodia" VIDEO

Su una parete è appeso il ritratto della madre Giovanna, l'aria eterea, il profilo inconfondibile. Sulla parete opposta c'è la foto di un concerto: lei chinata sul palco abbraccia la figlia Penelope, 4 anni. In mezzo c'è lei, in carne e ossa: 60 anni, giubbotto rosso, fisico asciutto da ragazzina. Rockol è nell'ufficio milanese di Gianna Nannini per farsi raccontare di "Hitalia", il suo primo disco di cover È un manifesto d'arcitalianità.

Spaziando da Sergio Endrigo a Lucio Dalla, da Pino Donaggio a Demetrio Stratos, Nannini rivendica con orgoglio l'appartenenza alla grande tradizione melodica nostrana. Nel disco c'è di tutto, dalle creazioni dei sanremesi a quelle dei cantautori colti, più le ospitate discrete di Gino Paoli ("Il cielo in una stanza") e Vasco Rossi ("C'è chi dice no"), e quella più appariscente di Massimo Ranieri ("'O sole mio"). La scommessa? Rifare i monumenti della canzone popolare italiana mettendo assieme chitarre rock e orchestrazioni. "Erano anni che volevo fare un progetto così", dice Gianna. "Ogni tanto bisogna cambiare rotta, spiazzare, voltare pagina. E poi mi piaceva l'idea di incidere un disco un po' heavy".

Nel senso di heavy metal?

Sì, nel senso di un disco di chitarre. Col mio produttore Wil Malone non mi riesce di farlo perché quando lavoriamo sui miei pezzi ci vengono fuori cose romantiche come "Sei nell'anima". E allora mi sono detta: facciamolo con le canzoni degli altri.

Tu non sei una che ama fare cover...

In passato ne ho fatte solo due: "Lontano lontano" di Luigi Tenco e "Amandoti". Quest'ultima neanche sapevo che fosse dei CCCP. Pensavo l'avessero scritta i miei amici del Teatro Dionisi di Milano. Solo quando si è trattato di registrare il pezzo per la SIAE ho scoperto che è di Ferretti.

Come hai selezionato le canzoni da interpretare su "Hitalia"?

Ho scelto quelle che ricordo, mi sono basata sulla mia memoria. Ho voluto misurare il percorso della canzone italiana del Novecento, da Beniamino Gigli a Vasco Rossi. È un disco sul Novecento. Mi guardo indietro per andare avanti.



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Cosa raccontano di te queste cover?

Le considero canzoni mie. Perché fanno parte della mia vita. Perché le ho fatte mie. Perché in passato sono entrata in contatto con chi le ha scritte e cantate, Guccini, Demetrio Stratos, Ranieri... E poi una canzone popolare non è di chi l'ha scritta. È di tutti.

E cosa dicono dell'Italia, queste canzoni?

Ho voluto celebrare l'italianità senza scadere nel tricolorismo. Il messaggio di questo disco è che la nostra cultura ha bisogno di essere esaltata, non repressa. Non deve diventare una cosa per turisti. Riprendiamoci la pizzica, la tarantella. Sono ritmi nostri, dobbiamo esserne orgogliosi.

Abbiamo bisogno di più italianità?

È quel che ho sempre detto, no? A farmelo capire è stato Conny Plank (produttore tedesco e collaboratore della Nannini scomparso nel 1987, nda). Mi disse: "Scrivi testi forti, però poi usi arrangiamenti copiati dagli americani". Non ci avevo mai riflettuto. Da quel momento ho iniziato una ricerca su arrangiamenti più consoni alla mia mediterraneità. E così ho chiamato Mauro Pagani che su "Latin lover" ha fatto delle cose pazzesche, che magari fra dieci anni verranno riscoperte.

L'album si apre con "Dio è morto" scritta da Francesco Guccini per i Nomadi.

È la mia canzone preferita del disco. Adoro come mi esce dalla voce. È stata la più impegnativa perché il canto è molto serrato, c'è poco spazio per la melodia. Il testo condensa tutto quello che ho scritto io nell'arco quindici dischi.

Hai fatto da supporter a Guccini nel '79. Eri finita in galera in Grecia, ma riuscisti lo stesso ad arrivare alla prima del tour...

Fu in quell'occasione che scoprii "Dio è morto". Non avevo provato, ero distrutta dai giorni passati in prigione, per stare sul palco mi scolai una bottiglia di whisky. Non avevo voce, non si sentiva nulla, era la prima volta che facevo "America" e la gente non la conosceva. Mi presi della "scema" da tutto il pubblico. Fu un troiaio. Solo una persona venne dietro al palco per farmi i complimenti per la cover di "Me and Bobby McGee" in italiano. Per me Janis Joplin era quello che Jimi Hendrix era per un chitarrista. Mi ha insegnato a cantare con tutto il corpo.

Dimmi di Gino Paoli, che canta con te in "Il cielo in una stanza"...

Per ogni canzone abbiamo dovuto trovare la tonalità giusta. Questa risultava comunque troppo bassa per la mia vocalità. "Chi può venire a cantarne una parte?", mi ha chiesto Wil Malone. Ho chiamato l'autore. Wil è impazzito per lo stile di Gino Paoli, così rilassato e cool, con quegli armonici caldi nella voce...

"Dedicato" fu scritta da Ivano Fossati per Loredana Berté, un'altra cantante sui generis degli anni '70 e '80...

Ho voluto darne una mia interpretazione aggiungendo una variante musicale e nel testo. Ho chiesto il permesso a Fossati, che ha accolto con gioia l'idea di rinnovare la canzone. Ivano la pensa come me: la musica popolare esiste solo se la rinnovi, non invecchia finché assorbe nuovi significati da chi la interpreta.

È un concetto estraneo al pop, ma molto importante nel folk.

Io l'avrei fatto con molti altri pezzi, ma non tutti gli autori, forse per pigrizia, sono disposti a rimettere mano alle loro composizioni. Ho studiato musica popolare con Caterina Bueno e lei si raccomandava di cambiare le canzoni per rinnovarle. La tradizione è il futuro.

Conosci Berté?

La Berté è una bomba. La incontrai per la prima volta a Verona, quando vinsi il Festivalbar con "Fotoromanza". Insisteva a mandarmi dal suo parrucchiere perché i miei capelli erano un disastro... È l'unica donna che canta il rock in Italia. Chi ha quella grinta?

Emma ha cantato in concerto "Dedicato" proprio con Berté. Lei si rifà parecchio al tuo modo di cantare. Che effetto ti fa ascoltarla?

Fa molto piacere. Emma è l'unica che ha avuto il coraggio di dire apertamente che si rifà a me. Vuol dire che ho fatto qualcosa di giusto.

"Hitalia" contiene pezzi di Guccini, Dalla, De André, Fossati... Pensi che quella generazione di cantautori sia irripetibile?

Forse non ci sono più belle canzoni. Me lo sono chiesta facendo questo disco: perché dai tempi di "Volare" non c'è stata più una canzone italiana in grado di spopolare in tutto il mondo? Gli inglesi e gli americani dovrebbero imparare il nostro repertorio. Loro non hanno più niente da dire, noi sì. I talenti li abbiamo, mancano l'organizzazione, le strutture, i club.

Forse le nostre canzoni non arrivano all'estero anche per questioni puramente musicali...

All'epoca di "Volare" c'era il coraggio della melodia. Ai tempi di "Fotoromanza" mi hanno massacrata perché c'era troppo melodia. Sono italiana, non voglio reprimere il mio istinto melodico. La nostra forza è quella? E allora la dobbiamo esaltare. Il periodo del cantautorato, oltre a porre l'attenzione sul testo che all'estero non possono comprendere, ha messo fine all'idea che una canzone debba essere costruita da un team di persone. Dov'è oggi un Morricone che lavora alle canzoni pop?

Hai citato "Fotoromanza" di cui cade il trentennale. È lì che sei esplosa...

È il momento in cui sono nata. Ma se vedi le foto o le interviste dell'epoca, come quella con la Carrà, capisci che non c'ero tanto...

Che ti era successo?

Mettiamola così: c'è chi fa l'iniziazione in Africa, io l'ho fatta in Germania.

A quell'epoca esplodeva anche Vasco Rossi, che oggi canta con te "C'è chi dice no"...

Il rock in Italia non c'era quando iniziammo noi due. Lo conobbi nel 1979, gli piaceva "America". Mi disse: "Mi piace questa strada qua, il rock". Tempo fa mi ha detto che "Sei nell'anima" è la migliore canzone degli ultimi vent'anni.

A proposito, nel libro di Bruno Vespa "Italiani volta gabbana" si legge che, ai tempi del corteggiamento, Francesca Pascale aveva abbinato la suoneria di "Sei nell'anima" al numero di Silvio Berlusconi...

Mi fa piacere. Le canzoni sono fatte per essere apprezzate da tutti, non hanno bandiera politica. Non so se sia vero, ma chi lo conosce dice che effettivamente Berlusconi apprezza la mia musica.

La scelta di cantare "Mamma" ha a che fare con tua madre?

Sì, mia madre è morta lo scorso maggio. Diceva che non le avevo mai dedicato una canzone. Faceva un po' l'offesa per via del testo di "Ballami", di trent'anni fa: "E la mia mamma è un Pastamatic, e la mia mamma è un frigobar". Perciò ho inciso "Mamma". Purtroppo non ha fatto in tempo a sentirla. Il disco è dedicato a lei.

Nel marzo 2015 partirà il tour tedesco Rock Meets Classic con Ian Gillan dei Deep Purple, John Wetton degli Asia, Rick Parfitt degli Status Quo, Eric Martin dei Mr. Big e un'orchestra sinfonica. Sarai special guest. Cosa canterai?

Un paio di pezzi da "Hitalia" e un paio dei miei classici. Sicuramente "Dio è morto" e "America". Finalmente faccio hard rock. Del resto in Germania ho un'immagine più heavy che in Italia. In maggio, partirà il mio tour italiano. Poi i festival rock e l'Europa.

La piccola Penelope canta?

Canta quando le pare, in inglese e in italiano. Ha una voce con una bella sonorità. Non la spingo.

Tu hai dovuto lottare con i tuoi per riuscire a cantare.

Mi era quasi proibito. A casa mia musica non ne girava. Mio padre non voleva che andassi in tour, perciò scrisse a Mara Maionchi che all'epoca lavorava in Ricordi: "Mia figlia deve cambiare cognome. Non voglio che vada in giro di notte a far la troia con le band".

(Claudio Todesco)

 

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