Counting Crows a Milano: il report del concerto all'Alcatraz

Counting Crows a Milano: il report del concerto all'Alcatraz

Adam Duritz sale sul palco dell’Alcatraz ciondolando, e si va a sedere per terra, appoggiato ad una gamba del pianoforte. Guarda per qualche secondo in aria, quasi cercando concentrazione, un modo per entrare in trance agonistica. Evita il contatto visivo con il pubblico che lo acclama e riempie la sala, dove ancora risuonano le note di “Lean on me”, la canzone diffusa in sottofondo per accompagnare l’entrata in scena della band. Poi parte l’arpeggio di “Round here”, si avvicina al microfono,  e comincia a cantare, quasi posseduto.

Il ritorno a Milano dopo 14 anni dei Counting Crows si consuma così, con la più bella canzone del gruppo messa in apertura, a freddo, a tradimento. In dieci minuti c’è già tutto ciò che di meglio ha da offrire il concerto: intimismo, passione, un alternarsi di recitativi teatrali e di aperture rock possenti e dirette, con tre chitarre e un piano a supportare i cambiamenti di umore, di ritmo e di tono di Duritz.

In realtà, quando Duritz si alza e va al microfono, la prima cosa che pensi è un’altra: “non si esce vivi dagli anni ’90”, per parafrasare gli Afterhours: nel presentare il ritorno della band, tutti hanno ricordato quanto siano simbolo di quel periodo, breve parentesi in cui il rock dritto e classico dominava le classifiche.

Un periodo passsato, che ha lasciato i suoi segni: il fisico di Duritz è imbolsito, e parecchio. In testa sembra avere un casco di banane scure, lontana memoria posticcia dei dreadlocks che lo resero un’icona anche visiva. Ma è solo un attimo: il magnetismo è lo stesso, la voce se possibile è ancora meglio.

Dopo un inizio così si potrebbe già andare a casa contenti, ma il viaggio sulle montagne russe continua per due ore, in cui i Counting Crows alternano pezzi più dritti dal recente "Somewhere under wonderland" (“Scarecrow”, “Cover up the sun”), ballate romantiche e minimali (“Colorblind”), folk (“Omaha”) e intense cavalcate (“Like teenage gravity”, “Miami”), quelle in cui la band dà il meglio di sé, contemporaneamente compatta nel suono e pronta a divagare seguendo Duritz Che canta tanto e, stasera, parla poco: riserva un lungo monologo alle sue selvagge notti milanesi con l’amico Paolo, che gli facevano sperare di non dover andare al concerto successivo. 

C’è pure l’inaspettata “Mr. Jones” - che non suonano quasi mai, nonostante sia la loro hit maggiore; in Italia l'hanno eseguita addirittura per due sere di fila, anche al concerto della sera prima a Padova. “I want to be Bob Dylan/ Mr. Jones wishes he was someone just a little more funky”, dice la canzone. Dopo il riff e lo “Sha-la-la-la” iniziale, la suonano alla Dylan, in maniera un po’ sbilenca - ma senza destrutturarla del tutto. 

Il bello dei Counting Crows è che sono usciti vivissimi dagli anni ’90: musicalmente sono migliorati, come il buon vino.  Come molte band di quel periodo, hanno vissuto male la loro fama, e alla fine hanno trovato una loro dimensione. Il bello è proprio come giocano con le loro stesse canzoni, con la scaletta (qualche pezzo debole di troppo, stasera?), con le strumentazioni (belli gli intermezzi acustici, grazie soprattutto all’apporto del polistrumentista e vero fulcro della band David Immergluck), con i riferimenti musicali, un vero bigino di classic rock. Paradossalmente, le canzoni più dritte (come il rock di “1492"), sono quelle che gli riescono meno bene. Ma non ce n’è per nessuno quando si divertono, come nella cover di “Big yellow taxi” (Joni Mitchell) o nel finale festa di “Hanginaround”, con l'inglese Lucy Rose e  band sul palco a far casino (avevano aperto senza infamia e senza lode la serata).

E’ l’ultima data del tour europeo, forse c’è un po’ di stanchezza, la band qua e là perde qualche colpo. Ma prima dei bis infila una “Long december”, con tutto l’Alcatraz a fare il coro: il pubblico canta tutte le canzoni, quasi a memoria. Bello vedere il locale esaurito nonostante la lunga assenza dalle scene italiane (ultimi concerti, ad un festival, nel 2008) e una domenica sera milanese dominata dal derby calcistico. 

Poi un tris di chiusura: “Palisades park”, “Rain king” (emozionante l’intermezzo quasi recitato con “Someone to watch over me”) e il finale con “Holiday in Spain”. La band saluta, dice “dobbiamo andare”. Domani mattina c’è un aereo da prendere per tornare a casa negli Stati Uniti, e magari prima un’altra selvaggia notte milanese, prima di andare all'aeropotto. Partono le note di “California Dreamin’” in sottofondo. Duritz torna sul palco, sale sui monitor, in piedi, a braccia aperte, a prendersi per l’ultima volta il calore del pubblico, canticchiando la canzone dei Mamas & Papas. Poi esce, e dice: “Torneremo, davvero presto, questa volta, la prossima estate”. Speriamo sia vero e che non passino altri anni prima di rivedere dal vivo una band così.

(Gianni Sibilla)

 

SETLIST

Round Here 

Scarecrow 

Richard Manuel is dead 

Cover Up the Sun 

Mr. Jones 

Colorblind 

Mercy 

Omaha 

Possibility Days 

1492 

Miami 

Like Teenage Gravity 

God of Ocean Tides 

Goodnight L.A. 

Big Yellow Taxi 

Earthquake Driver 

Blues Run the Game 

A Long December 

Hanginaround 

 

BIS

Palisades Park 

Rain King 

Holiday In Spain 

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