Foo Fighters, "Sonic highways", il primo ascolto - AUDIO

Foo Fighters, "Sonic highways", il primo ascolto - AUDIO

“Sonic Higways” non è un concept album e non è una colonna sonora. L’ottavo disco dei Foo Fighthers esce oggi, 10 novembre, in tutto il mondo. E’ un disco particolare, come ben sapete: 8 canzoni, ognuna registrata in una città diversa, ognuna influenzata dalla storia musicale di quella città, ognuna con un ospite musicale di quella città, ognuna soggetto di una puntata di un documentario diretto dallo stesso Dave Grohl, andato in onda in america su HBO (in Italia andrà su Sky Arte a partire dal 12 novembre).

“Sonic highways”, al di là di ciò che lo circonda, è soprattutto uno dei dischi più attesi di questa stagione, il ritorno di una band che ormai riempie gli stadi ed è unanimemente considerata il simbolo del rock ’n’ roll “vecchia maniera”, per stile, credibilità e carica. “Alla vecchia maniera” non significa che i Foo Fighters suonano retrò, anzi. Suonano semplicemente come loro stessi e fanno le cose a modo loro.

Ecco le nostre prime impressioni sul disco, canzone per canzone  - tra parentesi la città di registrazione e l’ospite. Vi rimandiamo invece a domani per una recensione più ragionata.

"Something from nothing” (Chicago, Rick Nielsen dei Cheap Trick)

La prima canzone ad essere diffusa, già la conoscete probabilmente: una cavalcata (quattro chitarre elettriche!) che parte lenta e gioca con la struttura musicale della canzone. Deve parecchio al rock un po’ sbilenco dei Cheap Trick, non a caso. Grohl gioca sul processo di creazione che ha voluto mettere in discussione con il metodo di registrazione di questo disco: “Sono qualcosa che arriva dal nulla” 

 

"The feast and the famine” (Washington, Pete Stahl Skeeter Thompson degli Scream)

Un riff secco, in controtempo, la seconda chitarra che entra, e poi la terza a riempire, sopra tronegga la voce di Grohl: i Foo Fighters sono riconoscibilissimi. Più che riferimenti musicali diretti, dell’hardcore di Washington c’è la voglia di ritrovare quel tiro e quell’aggressività (che ai Foo Fighters è sempre piaciuta, in realtà)

 

“Congregation” (Nashville, Zac Brown della Zac Brown Band)

I Foo Fighters più pop (anzi più power pop), con le chitarre aperte, persino un po’ alla R.E.M.. Ritornello che ti si appiccica addosso, con quell’urlo “A jukebox generation”, che ricorda un po’ “My hero”. Rimanendo alla musica, di Nashville c’è poco - ma è una gran canzone, dritta e senza fronzoli, fino al finale, che prima rallenta e poi riparte con un bel crescendo.

 

"What did i do?/God as my witness” (Austin, Gary Clark Jr.)

Registrata agli Austin City Limits Studios. sede di una storica trasmissione TV di musica dal vivo iniziata nel ‘76, che ha messo la città sulla mappa ben prima dell’esplosione del SXSW; inizia lenta, piano e voce, poi esplode in un’altra cavalcata elettrica, un'altra chitarra aggiunta (quella del nuovo "guitar hero" Gary Clark Jr.) che sembra a finire a metà brano, e poi riparte - da qui il doppio titolo -  con un’altra cavalcata, ma un po' più lenta. I Foo Fighters, come nel primo brano, giocano nuovamente a manipolare la forma-canzone.

 

“Outside" (Los Angeles. Joe Walsh degli Eagles)

Inizio con giro di basso, poi altra esplosione. La parte migliore del brano è il break che arriva a metà canzone, con le chitarre che si intrecciano in una jam californiana (la principale è quella di Walsh), sostenute dal ritmo del basso.

 

"In the clear” (New Orleans,  Preservation Hall Jazz Band)

I fiati in sottofondo ricordano immediamente il luogo di registrazione, ma dopo pochi secondi, la voce e la chitarra isolata riportano immediatamente nel mondo dei Foo Fighters. Bel ritornello, accompagnato dai fiati che ritornano (e ricordano un po’ il suono dell’ultima E Street Band, con quegli “oooooh oooooh”).

 

“Subterranean" (Seattle, Ben Gibbard dei Death Cab for Cutie)

I Foo Fighters tornano a casa di Grohl, ma la canzone ha poco a che vedere con il grunge. Una ballata atmosferica che si apre su tastiere e chitarre acustiche. Un tipo diverso di energia ed intensità, sostenuta senza cali per sei minuti abbondanti, ma non meno affascinante.

 

"I am a river” (New York, Joan Jett)

La canzone precedente sfocia diretamente in questa, quasi a formare una suite finale di 13 minuti, quasi a formare un ponte tra la costa ovest e la costa est. Un altro brano fortemente evocativo, un degno finale per un album che non ha cali di tensioni: la "power ballad" che ti aspetti da una band come i Foo Fighters. Bello il finale in crescendo con gli archi.

(Gianni Sibilla)

 




 

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