Pink Floyd: "The endless river", il primo ascolto del nuovo album

Pink Floyd: "The endless river", il primo ascolto del nuovo album

È proprio come l’immaginate. Il nuovo album d’inediti dei Pink Floyd, con ogni probabilità l’ultimo della loro storia, ammicca grazie alla familiarità di musiche e timbri, ma delude per la mancanza della visione “progressiva” che connota la musica migliore della band inglese.

Le performance registrate ventuno anni fa col tastierista Richard Wright durante le session di “The division bell” sono state rimaneggiate e hanno dato vita a quattro suite strumentali (tranne una canzone) da una dozzina di minuti l’una. Sono ammalianti e misteriose, ma paiono costruite sugli echi dei vecchi dischi della band.

Privo della completezza musicale e concettuale di altri album del gruppo, “The endless river” mette in luce solo un aspetto dell’arte dei Pink Floyd: la capacità di creare atmosfere suggestive. Soffre di eccessiva frammentazione. Ascoltandolo, si ha la sensazione di sentire introduzioni a canzoni che non sono state mai scritte. Possiede buona parte degli elementi che hanno reso celebri i Pink Floyd: il talento musicale, l’ingegno nel creare visioni sonore, la capacità di realizzare un mondo in cui immergersi per un’ora. Gli manca la cosa che oltre a renderli celebri li ha resi grandi: l’audacia.

Side 1, Pt. 1: Things left unsaid

Un montaggio di parlati sul modello di “The dark side of the moon” introduce l’album. Poche note di chitarra acustica galleggiano su vari strati di tastiere.

Side 1, Pt. 2: It’s what we do
“Shine on you crazy diamond” incontra “Welcome to the machine”. Ovvero: un’accurata ricostruzione di quel che sono i Pink Floyd nell’immaginario collettivo. È uno dei pezzi più suggestivi, quello che meglio racconta l’interplay fra David Gilmour e Richard Wright.

Side 1, Pt. 3: Ebb and flow
Due minuti giocati fra tastiere e chitarre, sorta di coda di “It’s what we do”. L’atmosfera sospesa viene risolta da un accordo finale.

Side 2, Pt. 1: Sum

Le note arpeggiate del Farfisa di Richard Wright introducono la seconda parte dell’album. L’atmosfera sognante della prima sezione lascia spazio a uno scenario sonoro più cupo, fra i suoni gelidi di sintetizzatore e quelli lancinanti di chitarra elettrica.

Side 2, Pt. 2: Skins
L’angolo di Nick Mason. Il batterista sorregge col suo stile percussivo gli effetti rumoristici, le distorsioni e gli acuti che Gilmour tira fuori dalla chitarra.

Side 2, Pt. 3: Unsung
Un minuto, breve promemoria della capacità della band di creare tensione, come accadeva in “Empty spaces” o ancora in “Welcome to the machine”. La suspense è risolta dall’arrivo di “Anisina”.

Side 2, Pt. 4: Anisina
Il momento alla “Us and them”: pianoforte, chitarre arpeggiate, una tastiera che accenna una breve frase ariosa. Sotto, come accennata, la prima melodia cantabile dell’album. Ci si aspetta che Gilmour cominci effettivamente a cantare, ma non accade e il pezzo viene preso in mano da clarinetto, sassofono e chitarra elettrica. Rumori di pioggia mettono fine alla seconda parte.

Side 3, Pt. 1: The lost art of conversation
Un altro inizio alla “Crazy diamond” sparigliato da note di tastiera che finiscono per assumere un carattere jazz. Dà il via alla terza parte, formata quasi interamente da strumentali di un minuto e mezzo/due che si fondono l’uno con l’altro.

Side 3, Pt. 2: On noodle street

Piano elettrico, note leggere in sottofondo, un tappeto di sintetizzatore, un pattern ripetuto di basso elettrico. “Noodle”, in inglese, significa anche “improvvisare” e il pezzo sembra effettivamente una piccola jam interlocutoria.

Side 3, Pt. 3: Night light

Note di sintetizzatore tenute all’infinito, echi, riverberi: musica ambientale, minimale e misteriosa. Si sente la necessità di una scossa, che arriva con “Allons-y”.

Side 3, Pt. 4: Allons-y (1)
Il momento più rock dell’album strizza l’occhio al back up chitarristico di “Another brick in the wall” e al riff di “Run like hell”. Ma i colori accesi dell’opera rock lasciano spazio qui a un’espressività più misurata.

Side 3, Pt. 5: Autumn ’68

Un’apparizione dal passato: si tratta di un frammento della registrazione effettuata da Richard Wright nel giugno del 1969 con l’organo della Royal Albert Hall. La band ci suona attorno dandole corpo ed enfasi. Il titolo ammicca a “Summer ’68”, un pezzo di Wright da “Atom heart mother”.

Side 3, Pt. 6: Allons-y (2)
Un breve raccordo riporta il gruppo alle sonorità di “Allons-y” e alla frase musicale vagamente spagnoleggiante intonata dalla chitarra di Gilmour.

Side 3, Pt. 7: Talkin’ Hawkin’
Una frase minimale di tastiera e l’inconfondibile chitarra di Gilmour aprono la strada a un coro senza parole (si riconosce il timbro vocale del chitarrista) e a brevi assoli lancinanti. Non è che l’introduzione alle parole di Stephen Hawking. Il riferimento, qui, è a “Keep talking”, da “The division bell”, dove già appariva la “voce elettronica” dello scienziato inglese.

Side 4, Pt. 1: Calling

Suoni sinistri introducono un pezzo accreditato a Gilmour e Anthony Moore degli Slapp Happy, non nuovo a collaborazioni coi Floyd. La sensazione di minaccia incombente è resa acuta dall’impianto minimalista e da suoni che entrano ed escono dall’arrangiamento come brevi, sinistre apparizioni. Su tutto si staglia un’elegante parte di sintetizzatore.

Side 4, Pt. 2: Eyes to pearls
Una variazione piuttosto semplice su coppie di note di chitarra elettrica, immerse in un denso brodo sonoro.

Side 4, Pt. 3: Surfacing
La tensione creata dalle prime due tracce della quarta sezione si stempera nei cori di Gilmour e nelle note acute e tenute della sua chitarra elettrica. Il titolo rende bene l’idea: dopo essersi immersi in un viaggio cupo si torna in superficie, accompagnati da suoni di campane.

Side 4, Pt. 4: Louder than words
L’unica canzone dell’album è un omaggio del gruppo a se stesso. Bella e prevedibile, non fosse per quel ritornello in cui Gilmour cala inaspettatamente di tonalità mentre le coriste l’alzano. Scritta dal chitarrista con la moglie Polly Samson, contiene il concetto base dell’album: “Ci lamentiamo e litighiamo, ci insultiamo non appena ci vediamo, ma quel che facciamo assieme è più forte delle parole”. Un finale riappacificante.

La versione deluxe contiene altri tredici minuti di musica strumentale: “TBS9”, “TBS14”, “Nervana”.

(Claudio Todesco)

 

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