Ani DiFranco, l'intervista e il nuovo album: “Io, il femminismo e Beyoncé”

Ani DiFranco, l'intervista e il nuovo album: “Io, il femminismo e Beyoncé”

“Ciao, sono Ani, ho fatto un nuovo disco e non lo odio”. Non è il tipico lancio di un album. Del resto Ani DiFranco ha poco d’ordinario: folksinger, attivista, femminista, performer dalla forza espressiva debordante, imprenditrice underground. Un’icona “indie” dal 1990, quando il termine non era ancora stato coniato. Il suo ultimo album, il ventesimo, s’intitola “Allergic to water”. Esce il 14 ottobre, ma sarà in vendita in anteprima da domani ai concerti di Milano (Alcatraz, 9 settembre), Roma (Orion, 10 settembre) e Firenze (Cavea Nuovo Teatro dell’Opera, 11 settembre) dove la cantante e chitarrista sarà accompagnata dal bassista Todd Sickafoose e dal batterista Terence Higgins. “Dico davvero: ho odiato la maggior parte dei dischi che ho fatto”, afferma Ani al telefono da New Orleans, dove vive da una decina d’anni. “Li ascoltavo e sentivo solo i difetti. Questa volta ho detto basta: torturarsi rimuginando sui propri errori è uno spreco d’energia”.

Non è la sola differenza col passato. Complice la nascita nel 2013 del secondo figlio, cui Ani ha dato il nome del proprio padre Dante, “Allergic to water” è insolitamente morbido e rilassato. “La maternità mi ha costretta a lavorare in casa, di notte, con la musica in cuffia. Ecco da dove viene quella specie di folk sottovoce, con me che imito gli strumenti con la bocca, per non disturbare. Riascoltando il disco mi sono resa conto che c’è un tema ricorrente: tutto ciò che è importante è anche difficile. Quel che ti mantiene in vita provoca dolore. La sofferenza genera saggezza. Voglio cantare quel che c’è di buono nella vita”. Dov’è finita la gioiosa macchina da guerra folk che sparava bordate su politici, discografici, poliziotti, CEO delle multinazionali? Superati i 40 anni d’età e persa per strada parte dell’energia di cui era dotata, DiFranco ha rinegoziato il suo ruolo d’artista. “Da giovane non hai niente da perdere. Sei disperata e la disperazione è un motore potente Ti butti a capofitto nella musica perché hai un buco da riempire. Ero alla ricerca dell’amore incondizionato. Come molti artisti, volevo uscire allo scoperto, provare un sentimento d’inclusione, trovare una comunità. La musica è stato il lasciapassare per mettermi alle spalle tristezza, alienazione e autodistruzione. Ora per la prima volta nella vita ho una famiglia, ho trovato la felicità e uno scopo. Perciò cerco di evolvere. Non voglio imitare l’artista che ero da giovane”.

Femminista convinta fin dai tempi in cui la parola era quasi tabù nell’ambito cultura popolare, DiFranco accoglie con un “wow” di stupore la notizia dell’apparizione di Beyoncé ai trentunesimi MTV Video Music Awards di fine agosto, con la scritta “FEMINIST” proiettata a caratteri giganteschi alle sue spalle. “Non ho visto lo show, ma la mia prima reazione è… grandioso! Beyoncé dice d’essere femminista? Ottimo, è un esempio potente, tanto più che nella cultura afro-americana non c’è una tradizione di donne che si definiscono tali. Se un’artista popolare e sexy come lei riesce a trasformare il femminismo in qualcosa di cool… beh, perché no?”. Ma è possibile dirsi femminista e conformarsi all’idea maschile di ciò che è sexy, come fa Beyoncé? “Non sarò certo io a fermare una donna che esprime la propria sessualità e ne percepisce il potere. Chiunque dovrebbe usare la parola femminismo. È molto semplice: se credi nell’eguaglianza fra i sessi allora sei femminista. Ci dobbiamo lavorare tutti assieme, uomini e donne, Beyoncé e Ani DiFranco. È il primo passo per guarire dalla mentalità patriarcale che provoca conflitti, razzismo, rovina dell’ambiente. Il femminismo non è riservato a gente come me. È per tutti”.

(Claudio Todesco)

 
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