Counting Crows, intervista ad Adam Duritz: "La vita a due isolati da Wonderland"

Counting Crows, intervista ad Adam Duritz: "La vita a due isolati da Wonderland"

Che cos'è la "wonderland" sotto la quale ti trovi oggi? “Credimi, non penso in maniera così simbolica”, mi dice Adam Duritz. "La terra delle meraviglie" che dà il titolo al nuovo album dei Counting Crows è un posto reale, non una metafora, una avenue che si trova nel Laurel Canyon, a Los Angeles, vicino alla quale Duritz abitava qualche tempo fa. “Somewhere under wonderland”, in uscita in Italia la prossima settimana, è il primo disco di inediti della band in oltre 6 anni (“Saturday nights and sunday mornings” è del 2008).

Torna alla mente immediatamente un’altra frase di Duritz, una strofa di una delle canzoni più famose band, “Mr. Jones”: “Mi sono sentito così simbolico, ieri”. I Counting Crows sono diventati delle star, come si augurava Duritz con il suo amico Signor Jones. Duritz ha patito il successo, ma non ha quasi mai cambiato modo di scrivere, sempre a cuore aperto. Fino a questo disco. Addio ai simbolismi, addio alle metafore. Addio alle storie in prima persona.

Duritz canta più della sua “mental illness”, della sua fatica a relazionarsi con il mondo, con le persone: oggi racconta personaggi che si muovono e si perdono in un mondo reale, tra la Califonia in cui è nato e la New York in cui oggi vive e in cui lo raggiungiamo al telefono, appena tornato da un lungo tour estivo, che ha girato in lungo e in largo gli Stati Uniti - e racconta di come abbia smesso di cantare di sé - ma non per questo le sue canzoni sono meno personali.

 

Un disco di inediti dopo sei anni. Continuavate a suonare dal vivo senza sosta, ma c’era chi vi dava per morti, almeno in termini di creatività.

Stavo semplicemente facendo altre cose. Ho scritto un musical, e non volevo far confusione con la band, dicendo "questa canzone di qua, questa di là". Poi nel 2012 abbiamo fatto un disco di cover, “Underwater sunshine”, che è stato un gran lavoro:  ha assorbito la creatività della band per due anni. Ma non ci siamo mai fermati. 

Concerti, concerti, qualche album dal vivo - ne avete pubblicati due “regolari” , più un sacco di bootleg ufficiali -  e poco studio. Sembra il modello dei vostri conterranei, i Grateful Dead. Un modello molto di moda, oggi, soprattutto perché suonare live è più redditizio che andare in studio.

Amo i Grateful Dead, li ho visti molte volte da ragazzino in California. Ma noi siamo diversi: loro non investivano sul tempo in studio. Noi vogliamo fare qualcosa di importante ogni volta che incidiamo canzoni nuove. Ci sono tre momenti nella vita di una band: si inizia con lo scrivere canzoni, che all’inizio sono solo scheletri. Il secondo momento è quando aggiungi la carne agli scheletri, ed è solo lì che diventano davvero canzoni, che cerchi di renderle senza tempo, e noi lo facciamo lavorando assieme in studio, come una band. Vogliamo fare album che durino. E poi c’è il suonare dal vivo. Questi tre momenti sono ugualmente importanti, per noi.

Come è stato tornare a raccontare le tue storie, dopo aver cantato quelle di altri musicisti nel disco di cover?

Non avrei potuto scrivere “Somewhere under wonderland” se non avessimo inciso delle canzoni scritte da altri. Si impara moltissimo interpretando delle cover: diversi modo di usare le parole, diversi modi di usare gli strumenti, diversi modi di vedere il mondo e metterlo in una canzone.  Nel mio caso ho capito che è uno spreco di tempo passare tutta la mia vita a cantare canzoni in prima persona, anche se se sono le mie canzoni. Sono canzoni meno personali, quelle di “Somewhere under wonderland”.

Le canzoni “a cuore aperto”, però, sono sempre state il marchio dei Counting Crows.

C’è sempre molto della mia vita, di come vedo le cose. Ma ci sono più personaggi e queste sensazioni arrivano dalla bocca di altra gente. E’ stato liberatorio, per me. Sono sempre personali, ma non in prima persona. Un amico mi diceva, dopo averle sentite “Hai passato vent’anni a raccontare come si vive con la malattia mentale, ma c’è molto di più in te. Sei strano, divertente, fuori di testa: queste canzoni assomigliano di più a come si sta passando una giornata assieme a te”. Queste parole mi hanno tolto ogni preoccupazione su quello che avevo scritto.

In questo disco parli molto di luoghi dell’America, del girare da un posto all’altro.

Ho sempre cantato nomi e luoghi: i dettagli sono sempre stati una parte importante del mio modo di scrivere. E dire che all’inizio hanno cercato di farmi cambiare: la casa discografica mi chiese di mettere meno riferimenti nelle canzoni, se no sarebbe stato più difficile immedesimarsi per l’ascoltatore. Sarà anche vero, ma non era il mio modo di scrivere. Per fortuna, l’essere personale, i dettagli, i riferimenti sono esattamente quello che è piaciuto delle mie canzoni.

Molti dei personaggi delle canzoni, però, sembrano fuori luogo. Non solo in “Dislocation”, che parla proprio di questo.

E’ un filo conduttore del disco e della mia vita. Sono nato nel nord della California, ma mi sono spesso spostato. Quando i Counting Crows hanno avuto successo sono andato a vivere a Los Angeles, adesso vivo a New York. L’essere fuori luogo è parte di me.

Dove si trova il paese delle meraviglie del titolo dell’album?

Non è un luogo metaforico, non del tutto almeno: non penso mai in modo così simbolico, credimi. Wonderland Avenue è a Hollywood, vicino al Laurel Canyon, il luogo dove Neil Young, Crosby Stills & Nash, Joni Mitchell e altri vivevano e registravano tra gli anni ’60 e ’70 e dove ho vissuto anche io. Tecnicamente, vivevo a due isolati dal paese delle meraviglie. Una sorta di Peter Pan che cerca di capire cosa c’è dietro un posto del genere e dietro tutti i paesi delle meraviglie americani, come i parchi di divertimento e Disneyland.

Il disco si apre con “Palisades Park”, che era appunto un parco divertimenti del New Jersey, molto famoso decenni fa.

Mi ha sempre affascinato quel posto, da ragazzo: vivevo in California, ma leggevo sempre la pubblicità sui fumetti della DC Comics, dopo Batman e Superman. Era vicino a New York, e questo mi confondeva: mi chiedevo cosa ci facesse quella pubblicità locale sugli albi dei fumetti . Poi mi hanno spiegato che più della metà dei fumetti degli Stati Uniti veniva venduta nella zona di New York. In realtà è il luogo che fa da sfondo alla storia di due ragazzi che crescono negli anni ’70: volevo raccontare dell’essere giovani, dello scoprire e sperimentare e del fatto che poi la vita ti porta altrove, anche senza fare qualcosa di sbagliato.

Quella canzone dura 8 minuti, ma il resto del disco è molto secco, compatto.

Anche questo è merito del disco di cover. Negli ultimi due anni siamo diventati la miglior band live da quando abbiamo iniziato a suonare assieme. Abbiamo imparato a improvvisare, a lasciarci andare e a reagire l’uno all’altro, rimanendo compatti. Abbiamo registrato questo album assieme in una stanza, e credo si senta.

Leggevo che avete registrato solo 9 canzoni, per “Somewhere under wonderland”.

La maggior parte dei nostri dischi vengono scritti direttamente in studio. Questa volta avevamo già in mente come volevamo l’album. Ci siamo trovati una settimana ogni mese a casa mia, a scrivere e suonare, e tutto è stato scritto in quel periodo. Non ci sono canzoni vecchie, nel disco, e tutto quello che abbiamo scritto è stato inciso.

Dopo più di dieci anni, tornerete per la prima volta in Italia da “headliner”, a novembre. Come mai così tanto tempo per un tour completo in Europa?

In realtà siamo tornati spesso, ma solo per i festival o per suonare solo in certi posti. Credo che semplicemente non ci abbiano fatto le offerte giuste: certe volte i tour funzionano semplicemente così. Chi non vorrebbe suonare in Spagna o in Italia? 

(Gianni Sibilla)

 

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.