Jonny Greenwood: 'Come la musica classica mi ha fatto innamorare dei live'

Jonny Greenwood: 'Come la musica classica mi ha fatto innamorare dei live'

Galeotto fu l'anno di pausa dai Radiohead, durante i quali Jonny Greenwood si è dedicato anima e corpo a progetti paralleli con ensemble come l'Australian Chamber Orchestra e la London Contemporary Orchestra: in un editoriale pubblicato dal Guardian, il chitarrista e polistrumentistia ha spiegato come la musica classica l'abbia riconciliato con le esecuzioni dal vivo. O, meglio, abbia convinto lui - cresciuto, come tutti gli appartenenti alle ultime generazioni, con la musica registrata - a ripensare al suo approccio nella fruizione delle sette note.

Perché prima anche lui era uno di quegli ascoltatori audiofili che lasciavano che fossero "le casse a decidere cosa dovessero suonare". Poi l'illuminazione: "Adoro l'impertinenza della musica dal vivo. E' suonata in uno spazio che cambia di esecuzione in esecuzione, e una volta finita ne impregna i muri. A differenza dei dischi, è sempre diversa: può essere più o meno imprecisa di volta in volta. E lo è egualmente per chiunque sia presente all'esecuzione".

Perché, da (ex?) audiofilo quale è (o è stato), Greenwood riconosce come gli standard qualitativi della musica registrata siano ormai aleatori. Come aleatorie sono le teorie per ottenere quella che si suppone possa essere considerata una registrazione di buona qualità: "L'idea delle registrazioni 'rozze' è interessante. Prendiamo 'Never mind the bollocks' (dei Sex Pistols, ndr): le note di copertina tradiscono con quanta cura - cioé con quanti microfoni utilizzati per registrare la batteria, e con quanta attenzione siano stati posizionati e regolati - sia stato realizzato. Tanta cura per ottenere quel glorioso concentrato di vetriolo che tutti conosciamo. I gruppi oggi cercando di replicare quel tipo di effetto finale convinti che un suono rozzo possa essere ottenuto con una registrazione rozza, cioé usando un microfono di scarsa qualità e registrando in presa diretta. Il fatto è che il sound di un disco così non può essere replicato, nemmeno con le capacità di Chris Thomas e Bill Price (i due produttori che lo lavorarono, ndr). E che definire la nozione che renda una registrazione di 'buona qualità' è ancora più difficile".

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