Ghemon, il nuovo disco: 'Anche per chi dal rap è sempre stato alla larga'

Ghemon, il nuovo disco: 'Anche per chi dal rap è sempre stato alla larga'

Non più (solo) un rapper, non proprio (o non ancora) un cantautore. Con il nuovo album "ORCHIdee" uscito ieri nei negozi Gianluca Picariello alias Ghemon esplora coraggiosamente una terra di mezzo, rivestendo le sue rime e i suoi testi di calde sonorità black tra soul, jazz e funk grazie all'aiuto di insospettabili compagni di viaggio e alla sensibilità produttiva di Tommaso Colliva (Calibro 35 e Afterhours, ma anche Muse). "Avevo qualche ansia, non lo nego, riguardo alle reazioni dei fan che invece sono state fantastiche. Chi già mi conosceva, del resto, percepiva nella mia musica questa volontà di cambiamento. E i nostalgici possono sempre riascoltarsi i vecchi dischi...", riflette Gianluca visibilmente orgoglioso del risultato ottenuto. E' il suo primo album interamente suonato con strumenti "veri" ma ci tiene a ricordare che "anche i miei dischi precedenti avevano poca elettronica, ed erano basati su campionamenti di pezzi soul e funky con un tiro da musica 'suonata'. Per me questa è stata un'evoluzione sentita, cercata, in qualche modo obbligata anche se per arrivarci ci ho messo tutto il tempo necessario. Nell'ultimo anno e mezzo ho iniziato a studiare piano e chitarra, a cambiare approccio alle canzoni: non mi bastava più affidarmi alla base strumentale scelta da un produttore per scriverci sopra le mie rime e i miei ritornelli, volevo qualcosa di più completo. Mi sono messo ad ascoltare tantissime cose, musica brasiliana e soprattutto inglese: in particolare il cantautore Lewis Taylor, che nella sua musica rievoca Brian Wilson e 'Pet sounds' ".

Se gli si chiede dei suoi modelli di riferimento, si ottiene una risposta in parte sorprendente: "Apprezzo molto Mos Def per la sua libertà artistica. E ho sempre considerato Massimo Ranieri un esempio da seguire, per la coerenza e il talento multiforme. Se ne fossi capace mi metterei anch'io a recitare, mi piace l'idea di declinare un'idea artistica in tanti modi diversi". Nel frattempo si limita alla musica, un passo alla volta. "Inizialmente avevo pensato di fare un salto completo, incidendo un disco interamente cantato. Ma poi mi sono accorto che rappare è una cosa che mi sento ancora di fare. Ho cercato la mia strada, tentando di mettere in equilibrio le due componenti: l'idea è che ogni volta ai dischi e alle canzoni si può mettere un vestito diverso".





La scelta di Colliva come partner di studio può sembrare insolita. Ma il produttore di Lerici - amico d'infanzia e quasi concittadino del manager di Ghemon, Filippo Giorgi (sono nati e cresciuti entrambi sul confine tra Liguria e Toscana) - ha in fondo un background non troppo dissimile. "Sì", spiega Gianluca, "abbiamo tanti ascolti in comune. Lui e Marco Olivi, il coproduttore di 'ORCHIdee', sono risultati fondamentali anche nel lungo lavoro di preproduzione che ha preceduto le registrazioni. Al disco Tommaso ha portato qualcosa di insolita per la scena hip hop, uno sguardo d'insieme e un'attenzione al quadro generale. E' riuscito a fare una cosa molto difficile, riducendo all'osso e all'essenziale un disco molto organico in cui convivono moltissime cose. Mi ha dato una prospettiva e ha assunto un ruolo simile a quello di un pivot in una squadra di basket: spalle al canestro, ha distribuito i palloni riuscendo a formare una squadra, a indicare una direzione, a far comprendere ai musicisti come doveva suonare l'album". Colliva conferma: "Per me è stata un'esperienza molto diversa dal solito, e che per questo mi ha stimolato. Non c'era nulla di scontato, tutto doveva essere deciso anche se Gianluca aveva chiaro in mente il suo obiettivo. Dal punto di partenza a quello di arrivo, però, è stato necessario fare diverse scelte: come scrivere i pezzi, come renderli funzionali al progetto, come registrarli, quali musicisti chiamare in studio e come trattare i suoni. All'interno di uno stesso album i dischi hip hop presentano spesso sonorità e stili molto diversi, mentre noi volevamo mantenere un suono omogeneo sia pure assicurando una certa dinamica alla scrittura come all'impatto emotivo delle canzoni. Avevamo in mente le sonorità di gente come Erykah Badu, D'Angelo e i Roots, ma più andavamo avanti più ci rendevamo conto che bisognava lavorare in modo 'sartoriale' confezionando i suoni su misura per la personalità musicale di Gianluca. Abbiamo dovuto trovare un metodo che gli calzasse a pennello, costringerlo a diventare un 'cantautore' avrebbe significato snaturarlo. Abbiamo dovuto capire da dove partire, e in questo è stato abilissimo Marco Olivi, coproduttore che in gran parte ha collaborato anche alla scrittura dei brani mettendo dei paletti entro cui Gianluca potesse scrivere musica e testi. In studio ci siamo entrati solo quando eravamo sicuri di avere i pezzi pronti: a quel punto le cose sono andate abbastanza velocemente, dall'inizio delle registrazioni al missaggio finale non è passato più di un mese e mezzo. La scelta di lavorare in studi diversi è nata da una necessità pratica e da un'esigenza di ottimizzazione, ma volevamo anche cercare il luogo più adatto a ogni fase della registrazione: batterie e bassi, per esempio, li abbiamo fatti alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani la cui sala più piccola si prestava bene alla dinamica di suono che avevamo in mente. Per le voci abbiamo invece cercato un'atmosfera più confortevole e casalinga".

Dopo le session all'Ishtar di Milano i tocchi finali sono stati apportati ai Red Bull Studios di Amsterdam. "Un sogno diventato realtà", dice Ghemon. "Sono stati tre giorni soltanto, ma intensi. Entravamo in studio alle dieci di mattina e ne uscivamo alle dieci di sera, ma è quello che volevo: nessuna distrazione, concentrazione assoluta". Senza nessuna interferenza da parte dell'azienda che produce la famosa bevanda energetica: "Il team Red Bull ha sempre creduto in Gianluca fin dai tempi in cui ha frequentato la loro Music Academy e questo è stato il logico step successivo", racconta il manager Giorgi. "Ci mettono a disposizione tutti i loro 'asset', come li chiamano loro: non solo gli studi, ma anche supporto alla comunicazione, alla realizzazione dei video e all'attività live. In cambio non chiedono nulla, tanto è vero che il logo non compare praticamente da nessuna parte. Per noi è importantissimo trovare dei partner che rispettino la nostra musica e la nostra filosofia, e che ci permettano di restare totalmente indipendenti. Siamo e restiamo un piccolo team, composto essenzialmente da quattro persone: io, Gianluca, il titolare dell'etichetta MacroBeats Macro Marco e la persona che si occupa del booking. Le sponsorizzazioni ci servono a sviluppare il nostro progetto, e sono le benvenute. Quella della Philips, per esempio, è di natura tecnica: le loro cuffie ci sono sempre piaciute e le abbiamo sempre usate".

"Non mi ci vedo proprio, a fare pubblicità a un prodotto in un video o in una session fotografica", aggiunge Ghemon, "ma quella di Red Bull  è una forma di mecenatismo moderno di cui non finirò mai di ringraziarli. Appoggiano il mio progetto artistico, non sono per nulla invasivi e si fidano di me". Libero di esprimersi al meglio, Gianluca racconta di avere imparato molto dai musicisti che lo hanno accompagnato in studio e di avere affinato in corso d'opera la sua capacità di scrittura. "Crescendo, capisci dove è meglio semplificare evitando le banalità. Non sento più l'esigenza di complicare le cose e anche nei testi ho puntato molto sull'elemento ritmico utilizzando la voce e il fraseggio come uno strumento in più. Ci sono arrivato gradualmente, a piccoli passi, e questa oggi è la sfida che mi stimola di più. Un disco come 'ORCHIdee' potevo farlo solo nel momento in cui fossi venuto a patti con me stesso. A trentadue anni ho accettato i miei pregi e i miei difetti, ed evidentemente i miei astri si sono allineati. Ho capito che essere bravi a rappare non significa necessariamente essere bravi artisti, e ora voglio guadagnarmi il rispetto del pubblico sul campo. Spero di interessare anche chi di solito sta alla larga dal rap perché lo giudica una musica per ragazzini. Non dico di avere voluto fare un disco per adulti... ma sicuramente un disco che anche una persona di una certa età può ascoltare senza sentirsi spaesato. Spero, insomma, di avere aperto una porta".

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