Quando costa far suonare Arcade Fire, Slash e Justin Bieber? Ma...

Era già noto da qualche tempo, come fenomeno squisitamente virale, ma solo nelle ultime ore - con la ripresa di Priceonomics e il rilancio di testate online come Consequence of Sound e Gigwise - è diventato un argomento da headline. E, nel presentarlo, più o meno tutte le testate usano lo stesso approccio, tra il curioso e divertito, riassumibile più o meno con l'espressione "quando costa la tua band".

Stiamo parlando del listino prezzi messo online da un'agenzia statunitense di organizzazione di eventi, la Degy Entertainment, che in un file .pdf raggiungibile in rete ha riassunto quelle che dovrebbero essere le tariffe di quasi un migliaio tra band e artisti aggiornati al 2014. I nomi sono divisi a fasce di prezzo: sopra i 10mila dollari, tra i 10mile e i 20mila, tra i 20 e i 30, tra i 30 e i 50, tra i 50 e i 100 e sopra i 100mila dollari. Si scopre così come gli apprezzatissimi Arcade Fire chiedano "appena" 150mila dollari, che sì non sono bruscolini, ma sono comunque pochi rispetto ai 400/600mila chiesti dagli Imagine Dragons. Praticamente in saldo Slash, le cui prestazioni sono disponibili a 45/65mila dollari, mentre si sale a 100mila per chiudere un contratto per una serata con Morrissey: un ottimo affare si fa coi Queens of the Stone Age - disponibili a 75/125mila dollari - mentre occorre alzare la barra per Mumford & Sons, pronti a rispondere a una chiamata purché sul piatto vengano messi tra i 500 e 750mila dollari, Kings of Leon, i cui servigi costano tra i 400 e i 500mila dollari, per salire oltre il milione di dollari per Bruce Springsteen, i due Justin (Bieber e Timberlake) e Taylor Swift.

Un leak coraggioso, quello della Degy Entertainment? O piuttosto una trovata per catalizzare attenzione sulla propria attività? "Servizi del genere - a pagamento - destinati agli addetti ai lavori esistono da anni", osserva Claudio Trotta, che da trent'anni con la sua Barley Arts è il promoter di Bruce Springsteen in Italia e che alle cifre riferite nel file non ci crede: "Innanzitutto, questa è un'agenzia di intermediari - rivolta a aziende e società interessati a eventi privati, e non al circuiti del live - che opera sul mercato americano. Per cui, in virtù della maggiore fama locale di un nome piuttosto che di un altro, i cachet indicati possono raggiungere quotazioni totalmente fuori mercato in Europa. Senza contare la percentuale da applicare come commissione d'agenzia. E poi, cosa più importante, le variabili che contribuiscono a fissare il costo di una data sono moltissimi, e non riassumibili in un tariffario fisso: dipende dalla disponibilità della band o dell'artista, dall'itinerario del tour, dal luogo destinato a ospitare l'evento".

Insomma, il Sacro Graal dei cachet non esiste, o - per lo meno - non pare sia questo. Eppure l'idea - voyeuristicamente - è ammissibile che faccia presa presso il pubblico. Magari, senza andare a scomodare le star mondiali, anche solo a livello locale, giusto per scoprire - più o meno oziosamente - quanto chiedano a mo' di compenso per esibirsi dal vivo band e cantanti di casa nostra. Sarà, però, davvero possibile che un domani, sul Web, le agenzie di booking ufficiali (e quindi non intermediari, come nel caso della Degy) pubblichino il tariffario dei nomi presenti nel proprio roster? A sentire gli addetti ai lavori è per lo meno difficile, se non impossibile.

Per Fabio Stucchi, titolare dell'agenzia Big Fish (che rappresenta tra gli altri Francesco Sarcina, Giuliano Palma e Velvet), una soluzione del genere in Italia sarebbe impraticabile, sia per "motivi fiscali" sia per ragioni dovute ai rapporti con la concorrenza, senza contare la volontà di non rendere pubblici i propri compensi da parte degli artisti, che "come tutti hanno diritto alla privacy".

Marco Conforti, attivo professionalmente sul panorama del live promoting da trent'anni e oggi fondatore e guida della piattaforma Easygig, sorta di "eBay destinata al mercato dei concerti", approfondisce il discorso. E parla di una panorama di illegalità endemica: "L'elemento antropoligico che caratterizza noi italiani, che ci vergognamo di guadagnare dei soldi, anche quando sono meritati - aspetto, questo, tipico della cultura cattolica - gioca sicuramente un ruolo, ma l'aspetto fondamentale è un altro. Inutile nascondersi dietro un dito: due terzi del mercato della musica dal vivo in Italia è in nero. E patisce un livello di illegalità superiore a quello che caratterizza settori come l'edilizia o la grande distribuzione alimentare. Poi ovviamente entrambe le controparti hanno interesse a non rendere completamente trasparente il mercato: si può dire che le agenzie non brillino certo per lungimiranza, limitandosi spesso a vendere uno spettacolo senza occuparsi della produzione, ma i locali - se possibile - sono ancora peggio, specie quando usano la musica dal vivo come mezzo per vendere birra. Senza contare la barzelletta tutta italiana dei circoli privati - come l'ARCI - che sono circoli privati solo sulla carta per ottenere agevolazioni fiscali per poi agire sul mercato come un vero e proprio locale pubblico. C'è ancora molto lavoro da fare...".

Stefano "Fiz" Bottura da dieci anni, con lo staff di Rockit, organizza il Miami, festival di riferimento per la scena alternativa italiana, e con le agenzie di booking ci ha avuto spesso a che fare. E un'idea di dove stia il punto se l'è fatta: "E' un problema più che altro culturale", ci ha spiegato, "In Italia la gente ha paura a parlare di soldi, e non solo riguardo alla musica. Si prendano, ad esempio, le gallerie d'arte: negli Stati Uniti, sotto a ogni opera, c'è il cartellino con il prezzo. Qui, invece, la dicitura 'trattativa riservata'. Da parte degli artisti, poi, c'è la doppia paura da un lato degli accertamenti fiscali, e dall'altro della percezione che il pubblico può avere di saperli retribuiti in un certo modo. Come se venire retribuiti per aver svolto un lavoro sia un peccato originale dal quale mondarsi". Possibile che il problema, nello scoprire le carte, possa essere quello di inasprire la concorrenza tra agenzie? "Semmai è il contrario: la trasparenza, in questo senso, potrebbe facilitare le cose, permettendo agli organizzatori di ragionare serenamente in base al proprio budget".

 

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