David Byrne, Mike Mills, Marc Ribot live in NY: 'Le radio ci paghino le royalty'

David Byrne, Mike Mills, Marc Ribot live in NY: 'Le radio ci paghino le royalty'

Negli Stati Uniti, a differenza di quanto avviene in Italia, le emittenti radiofoniche via etere non sono tenute a pagare case discografiche e interpreti per la musica registrata che trasmettono. Una realtà consolidata ma che risulta sempre più indigeribile a un gruppo di artisti raccolti sotto l'insegna della Content Creators Coalition, gruppo di pressione che ora invoca il pagamento di royalties tanto più preziose in un momento in cui gli introiti generati dalla vendita dei dischi continuano ad assottigliarsi.

Per sensibilizzare l'opinione pubblica al problema (attraverso una raccolta di firme da sottoporre al Congresso e una raccolta di fondi e donazioni con cui sostenere la causa) la CCC ha organizzato ieri sera un raduno al club Poison Rouge di New York in cui sono saliti sul palco - a parlare, ma sopratttutto a suonare - artisti come David Byrne (nella foto), Marc Ribot, Tift Merritt e l'ex R.E.M .Mike Mills. Gli Usa, hanno spiegato, è uno dei pochi Paesi al mondo ("insieme all'Iran e alla Corea del Nord") in cui le canzoni passate in radio generano un reddito per gli autori ma non per gli interpreti, mentre solo le emittenti digitali sono tenute al pagamento di una royalty per la pubblica esecuzione. E il problema riguarda anche i mercati esteri, dove pure le royalties verrebbero raccolte ma non vengono versate negando milioni di dollari agli aventi diritto.

L'esenzione radiofonica è in vigore dal 1972, e da allora case discografiche e artisti hanno cercato invano di cambiare la normativa che li penalizza. Le radio, da parte loro, hanno sempre replicato che l'airplay radiofonico aiuta gli artisti a vendere i dischi e per questo non dovrebbe essere assoggettato a pagamento. Nel 2009 un Performance Rights Act proposto da senatori e deputati Usa aveva cercato di rimuovere l'eccezione ma non aveva ottenuto i voti necessari in Parlamento, ma ora che il Congresso sta per riscrivere la legge sul copyright sorge una nuova occasione di modificare lo status quo.

"Dobbiamo sotterrare quest'idea perniciosa secondo cui i musicisti dovrebbero lavorare gratis e godersi la loro promozione gratuita", ha dichiarato Kevin Erickson dell'ente no profit Future Music Coalition citando Clear Channel "e i suoi lobbisti" tra le forze che si oppongono alla revisione della normativa (nonostante il fatto che proprio Clear Channel si sia accordata di recente con case discografiche come Big Machine e Warner Music per pagare le royalty). Il nome di Clear Channel, riporta William Gruger di Billboard, è stato accolto da una salva di fischi, così come quello di Spotify quando Rosanne Cash, in collegamento dagli Stati Uniti, ha raccontato di avere incassato un assegno da 104 dollari dal servizio di streaming, l'anno scorso. "La Content Creators Coaltion è nata perché chi la promuove non vuole più essere uno strumento della fabbrica del consenso che distrugge le nostre forme d'arte", ha detto Ribot. "Nessuno può più dirci di suonare e stare zitti".

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