Ian Gillan (Deep Purple): 'Mai ascoltato 'Made in Japan', penso al presente'

Ian Gillan (Deep Purple): 'Mai ascoltato 'Made in Japan', penso al presente'

Numero uno in quattro Paesi, Top 10 in altre dieci nazioni, "Now what?!" ha riportato in alto i Deep Purple a più di quarant'anni di distanza da "In rock", "Machine head" e "Made in Japan" e dopo otto lunghi anni di assenza dagli studi di registrazione. Tanto da meritarsi una doppia "Gold edition" che al disco originale accoppia dodici tracce "catturate" dal vivo durante il tour del 2013, sette delle quali registrate in Italia durante i concerti di Milano (21 luglio) e Roma (22). Ian Gillan, cantante e frontman della line up classica e della versione "Mark VIII" della band, racconta a Rockol l'ennesimo colpo di coda dei padri dell'hard rock inglese.

"Now what?!" ha avuto un'ottima accoglienza, convincendo fan e critici. Forse perché avete cercato deliberatamente di riprodurre il classico suono dei Deep Purple?

Non saprei cosa rispondere, se non che in studio e nell'arco di tutta la nostra carriera non avevamo mai ottenuto un sound migliore di questo. Quando siamo andati a registrare a Nashville abbiamo tratto ogni vantaggio possibile da Bob Ezrin, dal suo studio e dai suoi fonici: ci è stata data la possibilità di lavorare con qualcuno che sapeva esattamente di cosa avessimo bisogno. Prima d'ora, con i dischi dei Deep Purple, ero sempre rimasto leggermente insoddisfatto. Le canzoni erano buone, le esecuzioni altrettanto ma il suono non era mai all'altezza. Non 'importante' come avrebbe dovuto essere. Non saprei dirne il motivo. Forse perché in passato abbiamo sperimentato molto, cercando luoghi eccentrici in cui lavorare invece di sistemarci in uno studio vero e proprio. E' stato bello lavorare con Bob. Ricordo che quando abbiamo riascoltato la prima jam session registrata in studio ci siamo guardati in faccia, dicendoci che suonava proprio bene.

Onore a Ezrin, dunque. Che avrebbe potuto anche essere una scelta rischiosa, considerando il suo stile di produzione molto caratteristico e la sua forte personalità.

Però ha funzionato. E' un grande musicista, e quindi va d'accordo con la band. Ed è un grande tecnico, che rispettiamo molto per la sua storia. E' in circolazione da tempo, e dunque è anche una persona matura. Sai, i musicisti sono gente buffa e bisogna saperli gestire: è un po' come nel football. Se dai il meglio e qualcuno crede in quello che fai si fa un salto di qualità. Non eravamo spaventati dalla sua reputazione, piuttosto positivamente impressionati. E' stata una grande esperienza e la ripeterei all'istante. Magari l'anno prossimo. Quando, spero, torneremo di nuovo in studio a registrare.

Così presto? Eppure erano passati otto anni di silenzio, da "Rapture of the Deep". Ovviamente i Deep Purple non hanno bisogno di nuove canzoni per andare in tour. Non è quella, probabilmente, la motivazione per mettersi a fare un nuovo album. O no?

Bella domanda. Nel music business si resta impigliati nella solita routine disco-tour-pausa-disco. Magari qualcuno lascia, la band si scioglie e poi si riforma per un altro disco e un altro tour...Dopo un po' di anni, francamente, cominci a grattarti la testa e a chiederti che senso abbia tutto questo. La nostra band ha già abbastanza repertorio ed è versata all'improvvisazione. E allora perché mai avrebbe bisogno di nuovo materiale, dal momento che alla maggior parte dei fan interessa ascoltare le vecchie canzoni o i pezzi più dimenticati? Forse l'unica cosa da fare, come fanno in tanti, è cercare di invecchiare con grazia, anche perché immagini che nessuno ascolterà e comprerà più la tua musica. Ma in verità questo disco sta andando molto bene e ha venduto un sacco di copie. E' incoraggiante, pensare che a fine percorso ci sia ancora un motivo per continuare a fare il proprio lavoro. Per la maggior parte della tua esistenza suoni per compiacere e soddisfare te stesso: ricordo che quando eravamo ragazzi suonavamo tutto il giorno e tutta la notte senza che nessuno ci stesse ad ascoltare. Solo per il godimento personale, e questa è una vocazione duratura. Si tratta anche di avere l'atteggiamento giusto, se sei in uno stato d'animo creativo l'immaginazione scorre e ti diverti. Il bello di questo album è che ci sono quattro o cinque pezzi che hanno già lasciato il segno negli spettacoli dal vivo, dimostrando di poter convivere fianco a fianco con "Smoke on the water", "Highway star", "Perfect strangers", "Lazy" o "Into the fire" e di adattarsi perfettamente al set. Non soffrono il paragone, e molti fan li hanno accolti con entusiasmo. Parlo di canzoni come "Above and beyond", "Uncommon man", "Vincent Price", "Hell to pay", "All the time in the world".

"Above and beyond" è dedicata alla memoria di Jon Lord: "l'unica specie di leader che i Deep Purple abbiano mai avuto", come tu stesso hai scritto nelle note di copertina. Quali erano le sue migliori qualità, e cosa ricordi di lui?

Jon era un leader, un esempio di serietà e di decoro. Tutti lo rispettavano. Musicalmente credo fossimo tutti alla pari, ma lui per noi era una specie di zio. Io lo ricordo come un uomo erudito, di grande dignità e con un grande senso dello humour, anche se da giovane era confuso e disorientato quanto gli altri membri della band. Fammi spiegare una cosa che molta gente forse non comprende: puoi lavorare nel music business da quando hai cinque anni, puoi essere preparato a grandi cose sotto ogni punto di vista - musicale e professionale - ma l'unica cosa per cui non sei pronto è il successo. In un modo o nell'altro vale per ognuno di noi: il successo crea problemi a tutti. Quando è accaduto a noi, Jon è stato per la band una solida figura di riferimento. Sembrava più adulto, più maturo di tutti gli altri...E aveva un atteggiamento molto filosofico. Voleva rallentare il ritmo per dedicare più tempo ai suoi progetti orchestrali e cercò di persuadere i Deep Purple ad alleggerire il peso dell'attività dal vivo. Nessuno voleva farlo, perché eravamo una band che viveva per quello e tutti volevano continuare su quella strada. A Jon spiaceva dover lasciare la band, gli sarebbe piaciuto fare entrambe le cose ma l'attività dal vivo era molto impegnativa...Comunque, la risolse molto brillantemente. Ci telefonava spesso nel backstage, prima dei concerti, per augurarci buona fortuna e dirci che pensava a noi. E quando capitava che ci trovassimo nello stesso momento a Tokyo o a Parigi si finiva per cenare insieme. Ma il più grande ricordo che conserviamo di Jon, probabilmente, sono le sue idee e le sue innovazioni musicali. Era capace di prendere una minuscola fiammella tremolante e di trasformarla in un fuoco crepitante.

Nella nuova tour edition di "Now what?!" circa metà dei brani provengono dai concerti di Roma e Milano dello scorso luglio. Evidentemente ne avete conservato un bel ricordo.

Vuoi sapere la verità? Ho ricevuto la "gold edition" del disco ieri sera alle cinque e non ho ancora avuto modo di ascoltarla...I pezzi, credo, li hanno scelti i nostri ottimi collaboratori alla edel, la nostra casa discografica, e più che gli show di buon livello io tendo a ricordare quelli cattivi. Ne rammento uno davvero pessimo tre o quattro settimane fa in Germania: era appena morta mia madre, facevo la spola in aereo tra un Paese e l'altro ed ero totalmente esausto. Però, in questi ultimi anni, in genere i concerti sono stati molto buoni.

Ricorderai, immagino, anche i primi concerti dei Deep Purple in Italia. Nei primi anni '70, tempi diversi da questi e molto turbolenti...

Oh, certo. Ricordo bene la follia di quei tempi. In particolare uno show cancellato a Napoli: finimmo per passare tre giorni a Ischia divertendoci un mondo. Ma a essere onesti il mio ricordo migliore delle mie prime esibizioni in Italia riguarda il primo tour con il mio gruppo, la Ian Gillan Band, e con il nostro promoter Franco Mamone. Quanto ci siamo divertiti! Non sapevi mai cosa sarebbe successo di lì a poco. Franco era molto disorganizzato...

Anche lui un artista, più che un organizzatore? 

Proprio così. Lo adoravamo. Una gran persona e un ottimo amico. Facevamo un sacco di concerti, ne ricordo alcuni fantastici sotto una tenda da circo. Abbiamo grandi ricordi dell'Italia. E' un Paese che amiamo e in cui ci piace tornare.

In che modo i Deep Purple di oggi, insieme da oltre dieci anni, si differenziano dalla formazione "Mark II", quella che tuttora viene considerata la line up classica con Jon Lord e Ritchie Blackmore?

In una band contano molto le singole personalità. Puoi trovare cinque musicisti altrettanto talentuosi, dal punto di vista tecnico e musicale, in una scuola di musica o in un'orchestra, ma è la forza della loro personalità a determinare il successo di un gruppo perché è a quella che il pubblico si relaziona. Steve Morse, che arrivò dopo Ritchie e Joe Satriani, ha una personalità molto forte e non c'è voluto molto, forse due o tre anni, perché ci facesse conquistare dei nuovi fan. Bisogna rammentare che quando Ritchie lasciò la band i Deep Purple stavano vivendo una sorta di declino terminale, il nostro pubblico e la nostra popolarità continuavano a diminuire. Portare a termine i concerti diventava spesso un'esperienza terribile e molte volte non avremmo neppure dovuto salirci, sul palco...Dopo qualche anno riuscimmo a rimettere insieme i pezzi ma la band subì un altro shock con l'uscita di scena di Jon. Dobbiamo ricordare le cose onestamente e senza troppo romanticismo: era stanco, e negli ultimi tempi le sue performance non erano entusiasmanti. Stavo a guardarlo in camerino, mentre inforcava i suoi occhiali da sole e se ne stava per conto suo, ed era chiaro che non si divertiva più. Probabilmente a causa della distruzione provocata da Ritchie, nessuno era più quello di prima: Ian Paice, un chiacchierone dotato di grande senso dello humour e amante degli scherzi, improvvisamente si era ammutolito e se ne restò zitto per anni. Roger Glover pensava solo a fare il suo lavoro. E Jon Lord decise di farla finita, si chiuse la porta alle spalle e si mise a fare quel che doveva fare. Date le circostanze, non credo sia mai riuscito a recuperare le forze. Agli inizi della storia dei Deep Purple era molto vivace, ma poi ha perso progressivamente slancio. Don Airey è piombato sulla scena come un ciclone di energia: le sue performance furono subito straordinarie e i fan lo amavano, erano in adozione. Credo sia una grande prova di valore, prendere il posto di due grandi personaggi come Jon Lord e Ritchie Blackmore come hanno fatto Steve e Don. E' stato importante decidere di non rimpiazzarli con musicisti dalle caratteristiche simili: se avessimo scelto un clone di Ritchie avremmo finito per diventare dei Deep Purple di secondo livello. Per progredire, in musica come nella vita, ognuno di noi deve evolversi, maturare, crescere, trasformarsi parzialmente senza dimenticare le sue origini. Non puoi comportarti come un bambino per tutta la vita. Soprattutto se sei un musicista...E quando hai sessanta o settant'anni certe cose sul palco ti sembrano un po' ridicole. Credo che chi ha rimpiazzato i membri originali abbia dato un grande contributo alla maturità della band. Inutile sottolineare che si tratta di musicisti fantastici, ma se dietro i loro strumenti Jon e Ritchie erano due individui di straordinario vigore e personalità, loro non sono da meno. E poi oggi tutti noi siamo più vecchi, più esperti, più maturi.

Come hai detto, la band si diverte a suonare le nuove canzoni dal vivo. Non siete stanchi di "Smoke on the water", invece?

Niente affatto, mi crogiolo ancora al sole di quella canzone! La adoro. Forse ti ho già raccontato di quanto Luciano Pavarotti fosse geloso di quel che potevamo fare con quel brano. Ogni sera, ci diceva, la interpretate in modo diverso, ponendo un'enfasi differente sul tempo, decidendo di restare più trattenuti o al contrario di spingere sull'acceleratore...E' normale, per noi, perché ogni sera cambia il suono e anche il pubblico. Ci confessò che gli sarebbe piaciuto fare altrettanto, ma che se solo avesse osato cambiare un minuscolo accento o mettere un'enfasi diversa su una nota di una delle sue famose arie lo avrebbero crocifisso!

Nel nuovo disco ci sono pezzi seri e che affrontano temi importanti, come "Above and beyond" e "Blood from a stone". Ma anche brani più leggeri e umoristici come "Vincent Price" e "Après vous".

Anche 'Body line' mi sembra un pezzo interessante, con un bel groove e un testo volontariamente umoristico. Il modo in cui siamo arrivati a "Vincent Price", invece, è tipico dei Deep Purple. Quando siamo in studio a scrivere un nuovo pezzo di solito gli affibbiamo un titolo provvisorio che lo identifichi. A un certo punto, di quel brano, avevamo solo la traccia base, niente melodia e niente parole, e lo chiamammo "Vincent Price" perché ricordava la colonna sonora di un vecchio film horror. Guardai Roger: di cosa avremmo bisogno, gli dissi, se fossimo i produttori di un suo film? Di cancelli cigolanti, di cani che abbiano, di catene sferraglianti, di vergini e vampiri...Ecco, la canzone è completa!





Nelle note del disco scrivi anche che il processo di scrittura è stato facile ed efficiente come al solito. Per i Deep Purple non è faticoso scrivere canzoni?

No, è una gioia. Un divertimento. Quando arriva il momento di andare in sala prove a scrivere siamo tutti contenti ed eccitati. Qualcuno mette sul fuoco il bricco del té e cominciamo a lavorare. Sei ore al giorno, fino alle sei del pomeriggio. Sono session molte produttive: ogni tanto si scherza ma più che altro si tratta di improvvisare e di mettere alla prova delle idee. Mi piace, e ogni volta per me è una sfida non da poco produrre una dozzina di testi nuovi. Per fortuna la vita è eccitante, e ci sono ancora tante cose di cui mettersi a scrivere.

Nelle bonus track avete anche incluso "It'll be me", resa famosa da Jerry Lee Lewis e da Cliff Richard. Un omaggio alla vostra gioventù?

Stavamo improvvisando, e a un certo punto Bob si è rivolto a noi ricordandoci delle nostre radici rock'n'roll. E' vero, anche se amiamo anche il jazz, il blues, il soul, i suoni orchestrali...Il rock'n'roll, ci ha fatto notare, si intrufola a volte dentro le vostre canzoni, quando improvvisate dal vivo. Perché allora non provare a suonarne qualcuno anche in studio? Abbiamo attaccato quel pezzo senza starci a pensare. Così, per la pura gioia di suonare.

Avete voce in capitolo, come gruppo, nella pubblicazione dei numerosi live dei Deep Purple che in questi anni sono comparsi sul mercato?

Ti dico come stanno le cose, anche se magari il mio discografico Max (Vaccaro) non sarà contento: non ho mai ascoltato sul serio un live dei Deep Purple. Neanche "Made in Japan". Certo, mi è capitato di sentire qualche frammento, se capitavo in una stanza in cui qualcuno lo stava ascoltando, ma niente di più. Non ho mai estratto il disco dalla sua custodia per metterlo su un lettore cd o su un giradischi. Non mi interessa ascoltare esecuzioni del passato. Per me musica dal vivo significa essere lì in quel momento, condividere l'esperienza, sentirsi bene e poi passare a qualcos'altro. Ascoltare una registrazione dal vivo mi fa lo stesso effetto di una replica in tv di una partita di calcio: non mi interessa, neppure se non conosco il risultato. So che gli altri membri della band si interessano di queste cose, ma io no. La vita va avanti, a me importa quel che succede oggi e cosa accadrà domani.


Ecco perché ti mostri sempre imbarazzato, quando si parla del possibile ingresso dei Deep Purple nella Rock and Roll Hall of Fame, nel 2014.

E' vero, mi imbarazza parlarne. Forse sono un tipo strano, ma è come se tutti desiderino essere famosi. Per me è una cosa troppo artificiale. E molto americana, a loro piace fare liste e classifiche di qualunque cosa ma io non sono cresciuto in quel modo. Non voglio essere totalmente negativo: è una cosa fantastica per i fan, per la casa discografica, per il management, per le famiglie e per tutte le altre persone coinvolte. Ma io, semplicemente, non ne sono entusiasta.

(Alfredo Marziano)

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