Richard Thompson: 'Dylan ha suonato la mia canzone. Pensavo fosse uno scherzo'

Richard Thompson: 'Dylan ha suonato la mia canzone. Pensavo fosse uno scherzo'

Pendolare assiduo tra le due coste dell'Atlantico da quando, negli anni '80, ha preso casa in California, il cantautore e chitarrista inglese Richard Thompson è sbarcato di recente in Europa per una manciata di concerti con il suo "power trio" elettrico dopo aver farto parte del cartellone del festival "AmericanaramA" al seguito di Bob Dylan. Rockol lo ha incontrato nel backstage prima del suo concerto al Paradiso di Amsterdam, domenica 21 luglio, per parlare con lui di His Bobness, dell'ultimo disco, del suo (auspicabilmente lontano) ritiro dalle scene e di molte altre cose.

Che cosa ti onora di più? Avere ricevuto un Order of the British Empire dalle mani della Regina o venire a sapere che Bob Dylan ha cantato una delle tue canzoni sul palco com'è accaduto qualche giorno fa a Clarkston, in Michigan?

Bella domanda. Entrambe le cose mi hanno lusingato, ma forse sapere che Dylan ha cantato una delle mie canzoni...E' una gran cosa. E anche un'assoluta sorpresa. Pensavo fosse uno scherzo, una presa in giro.

Hai avuto modo di ascoltare la sua versione di "1952 Vincent Black Lightning" per piano, chitarra acustica, banjo e contrabbasso? O di incontrarlo dopo lo show?

No, perché a noi toccava esibirci molto presto e quando lui è arrivato il nostro bus era già partito verso la destinazione successiva. In America ci sono lunghi tratti da percorrere da un posto all'altro, e così ce n'eravamo già andati. Ho visto Dylan all'ultimo show, a Toronto, ed è stato molto gentile.

Cosa ti ha detto?

Ah, quello è un segreto.

Dylan che interpreta Richard Thompson...è un cerchio che si chiude, dopo tanti anni di Thompson e Fairport Convention che fanno cover di Dylan dal vivo e in quei primi dischi come "What We Did On Our Holidays" e "Unhalfbricking". Una volta, ricordo, hai detto che avresti volentieri scambiato il tuo intero catalogo con una sola canzone di Dylan. Era "Tangled Up In Blue" o "Lily, Rosemary and the Jack of Hearts"?

E' vero, l'ho detto, e ho detto cose simili anche a proposito di altri songwriter. Anche Shakespeare era un grande autore di canzoni, per quanto non scrivesse musica. Solo testi.

Durante il tour di Americanaram hai avuto diverse opportunità di salire sul palco con i Wilco e di dialogare musicalmente con un altro chitarrista inventivo come Nels Cline. Avevate già suonato assieme?

Ero stato in tour con loro e quindi in qualche modo ci conoscevamo già, anche se non credo fossimo mai saliti insieme sullo stesso palco. L'idea di quel tour era di mettere della gente a suonare insieme e a scambiarsi canzoni. I My Morning Jacket suonavano con i Wilco, i Wilco con me e così via. Un menù piuttosto vario. Ed è stato divertente suonare con Nels, ce la siamo proprio goduta.

Sono anche riusciti a farti suonare "Calvary Cross", una canzone molto amata dai tuoi fan ma che oggi esegui molto raramente dal vivo. Ricordo di recente solo una versione con i Dawes durante l'ultima crociera musicale sui Caraibi a cui hai partecipato...

Beh, in un concerto normale preferisco fare "Shoot Out The Lights" perché è conosciuta da un maggior numero di persone. "Shoot Out The Lights" riceve più richieste e in qualche modo è strutturalmente simile a "Calvary Cross".

Partecipare agli show di AmericanaramA e suonare nel "package tour" con Emmylou Harris and Rodney Crowell è stata una sfida, considerando il poco tempo a disposizione, o piuttosto un'opportunità di farsi vedere da un pubblico che non ti conosceva?

La ragione di fondo di tour di questo tipo sta proprio nel tentativo di raggiungere un pubblico diverso. Se hai a disposizione solo mezz'ora va bene, e se hai un'ora com'è successo con Emmylou e Rodney meglio ancora. La speranza è di fare "crossover" verso un altro tipo di pubblico. A volte succede e altre no. Il tour con Emmylou e Rodney ha funzionato perché il nostro pubblico e il loro erano entrambi ben disposti e ricettivi. E' piaciuto l'intero show, e questo è un bene. E anche se durante i concerti di AmericanaramA suonavamo davanti a un quarto del pubblico o un'arena piena solo a metà non è stato male. Quando salivo sul palco con i Wilco il pubblico era già tutto lì e quindi le cose andavano ancora meglio. Si tratta, comunque, di un tentativo di allargare la base. Puoi continuare a portare la tua musica in tour alle stesse persone, ma poi quelle persone invecchiano, muoiono e alla fine non resta più nessuno! Così, ogni tanto, è un buon esercizio prendere una strada laterale e stare a vedere che succede. Quest'estate, per dire, faccio due concerti con Peter Frampton...

La cosa divertente e anche inattesa è che oggi vieni considerato un artista di genere "Americana". Eppure, anche se attualmente suoni con una sezione ritmica d'oltreoceano, hai conservato in pieno la tua inconfondibile "inglesità".

Credo che oggi Americana significhi semplicemente roots music, altrimenti non si spiegherebbe perché mi chiamino in questo genere di show. Forse i Los Lobos dovrebbero partecipare a un festival di Americana. O magari, oggi, succederebbe anche Bob Marley. O a un musicista nigeriano come Fela Kuti. Artisti in qualche modo legati alle radici. Americana è solo un'etichetta.

Un sacco di giovani band americane come i Fleet Foxes o i Midlake oggi citano i Fairport Convention e la tua musica come una fonte di ispirazione. Che ne pensi? Ti sorprende?

Mi fa piacere. Sono contento che qualcuno ascolti ancora i nostri vecchi dischi, e posso scorgere un legame tra noi e loro. Perché questo accada più spesso in America che in Inghilterra non te lo so proprio dire.

Hai registrato l'ultimo album "Electric" nell'home studio di Buddy Miller a Nashville, ma questo non significa che le canzoni suonino americane o country...A parte, forse, qualcuno dei pezzi incluso nel disco bonus.

Per il disco vero e proprio ho cercato di individuare e preservare le canzoni che mi sembravano migliori. Trovandomi a Nashville, cercavo un violinista che sapesse suonare in stile celtico e c'era a disposizione Stuart Duncan che sa suonare di tutto. In realtà lui viene dal bluegrass e inevitabilmente un po' di quello stile si è insinuato qua e là nel disco, anche se in genere il suo violino sul disco suona autenticamente scozzese.

E' la prima volta in tanti anni che rinunci all'idea dell' "impresa a conduzione familiare", un gruppo ristretto e autosufficiente di persone che vanno insieme in tour e in studio di registrazione. Potrebbe accadere di nuovo, con Buddy o con qualcun altro?

Sicuramente, sì. A volte fa bene cambiare metodi di registrazione. Quanto al prossimo disco, al momento non so proprio come sarà. Potrei registrarlo a casa o potrei andare da qualche parte per lavorare con un produttore e ottenere un suono differente. Non so proprio cosa succederà.

In passato hai accennato a una raccolta di canzoni per bambini, a un disco di folk acustico e ad altri progetti.

Sì, al momento ho tre diversi progetti in testa ma davvero non so quale sarà il primo a vedere la luce. Credo comunque che avverrà l'anno prossimo.

Da quando sei diventato un artista indipendente, nei primi anni 2000, sembri godere di un successo crescente. "Electric" è entrato nella Top 20 inglese...Come te lo spieghi? Forse perché chi ha un seguito di culto e una fan base può contare sul fatto che è proprio quello il pubblico che continua a comprare dischi?

Sicuramente quello è un motivo. Ma credo anche che se persisti, se vai avanti per la tua strada e continui a bussare alle porte alla fine la gente avrà modo di ascoltarti. Mi piace quel che faccio e continuo a farlo. In quel modo scopri che qualcuno ti abbandona mentre altri fan arrivano, e la maggioranza ti resta fedele. E' un processo lento: il contrario di quel che succede a chi fa un disco di successo a vent'anni e da lì si incammina su una china discendente. Io ho fatto il percorso inverso. Una cosa lenta, che passa attraverso i concerti e il passaparola.

Nel nuovo disco sembri affrontare nuovi temi, sia musicalmente che sotto il profilo dei testi. Penso a canzoni come "Stony Ground", che tratta il tema piuttosto insolito del desiderio sessuale in età senile. O come "Saving the good stuff for you", che qualcuno ha letto come una confessione autobiografica persino imbarazzante...





Tutte le canzoni sono autobiografiche, ma quella in particolare è solo una storia. Mi siedo a tavolino per scrivere di fiction. "Stony Ground" è una specie di risposta ai Rolling Stones e al loro obbligo di tenere viva l'illusione dell'eterna giovinezza. Continuano a scrivere di virilità, di mascolinità e belle donne, cose del genere. Mentre io penso che se hai settant'anni forse è meglio scrivere qualcosa di più realistico. Per questo ho voluto affrontare il tema della libido degli anziani, di quel che accade veramente!

Suonando in trio con Taras Prodaniuk (basso) e Michael Jerome (batteria) sembri attenerti, sera dopo sera, a una scaletta piuttosto rigida. Da dove arrivano, allora, lo shock e la sorpresa per voi e per gli spettatori? Dai momenti di improvvisazione e dalla vostra interazione sul palco?

Sì, anche se probabilmente dovrei cambiarla più spesso quella setlist! C'è da dire però che negli ultimi mesi siamo stati in tour a intermittenza e non c'è stato tempo per provare. Cosicché, in un certo senso, preferiamo andare sul sicuro. Suonare le cose che conosciamo bene dal momento che non c'è stato modo di elaborare altro. E comunque è vero che le canzoni tendono a cambiare ogni sera, sul palco. Se c'è una specie di interazione di stampo jazz tra di noi? Direi di sì.

Ottime canzoni come "Another Small Thing In Her Favour", uno dei pezzi forti del nuovo disco, rischiano di uscire presto dal radar dal momento che non le eseguite dal vivo. Per quale motivo? Non sei convinto di certi brani, di come possano venire dal vivo e della loro eventuale posizione nella scaletta?

A volte intervengono tutti questi fattori. Non abbiamo ancora suonato "Another Small Thing In Her Favour"dal vivo perché è difficile eseguirla in trio. Certo, il disco lo abbiamo registrato con questa formazione ma in studio abbiamo potuto contare anche sulla chitarra ritmica di Buddy Miller. Cosicché, in quella canzone, della chitarra ritmica si sente la mancanza. Ciò non significa che non la faremo in futuro, anzi mi sento di dire il contrario. Ma è comunque un pezzo abbastanza difficile da rendere sotto il profilo armonico. Altre volte, se non percepisci una reazione del pubblico pensi che una determinata canzone non susciti interesse e la lasci perdere. E poi ci sono quelle di cui mi dimentico. Cinque anni dopo, magari, mi ritrovo a pensare che fine abbia fatto quel tale brano e perché non lo abbiamo mai eseguito dal vivo! E altre volte, passati vent'anni, ascoltando una canzone penso che sia buona e che valga la pena di riportarla in vita. Così ogni tanto ne riporto indietro qualcuna dal passato.

Come molti tuoi colleghi, anche tu sembri ragionare in termini di belle canzoni più che di album...

Sicuramente sì.

Di recente, però, sei stato invitato dalla serie radiofonica "Master Tapes" della BBC a discutere dell'album "Rumor and Sigh", interpretandone alcune canzoni. Solitamente è considerato tra le tue opere migliori. Sei d'accordo?

Non necessariamente. In quel disco ci sono canzoni conosciute e "Rumor and Sigh" ha venduto bene, ma oggi non posso dire che mi piaccia per intero. E' stata la BBC a scegliere di dedicare la trasmissione a quell'album, non io. E magari avrei fatto una scelta diversa. "Mystery Wind"? Non è un pezzo a cui sono affezionato. "Why Must I Plead"? Quella è buona, e facile da suonare da solo. La faccio tre, quattro, sette volte all'anno. Ci sono un sacco di canzoni che non sono fiero di avere scritto, ma ci sono anche quelle buone. Il rapporto? Diciamo 60 buone e 40 no. O forse 70-30.

Tra una crociera musicale nei Caraibi e un campo di chitarra e songwriting nelle Catskills newyorkesi oggi sembri molto incline a condividere la tua arte e i suoi segreti. Hai imparato qualcosa da esperienze come quelle?

Sì, è stato molto interessante. Nel guitar camp quel che succede è che si entra in aree di discussione che sono una sorpresa per me tanto quanto per gli studenti. Magari si comincia a parlare di cose prevedibili e poi le cose prendono una piega strana e inattesa. Mi piace conservare prospettive diverse sulla scrittura delle canzoni. Abbiamo fatto una lezione, quest'estate, in cui mi sono messo a parlare di una certa piccola area geografica della Scozia da cui provengono tante canzoni, quelle ballate che risalgono al Seicento. Ci siamo messi a discutere di una determinata canzone che riguarda un posto particolare osservando che era basata su una storia vera e poi l'abbiamo messa a confronto con una canzone moderna, "Famous Blue Raincoat" di Leonard Cohen. Abbiamo analizzato i modi diversi di raccontare una storia e il pubblico s'è messo a fare commenti interessanti portandoci in aree di discussione stimolanti. E' stato molto, molto divertente. E se ti piace insegnare, quella è la massima soddisfazione che puoi ricavarne.

Hai la fama di persona riservata e piuttosto chiusa. Ma da qualche tempo, attraverso le sessioni di domande e risposte con i fan sul tuo sito Internet, hai cominciato ad aprirti rivelando cose sulla tua vita privata e sui tuoi interessi, dal giardinaggio allo sport. Ti viene naturale farlo, oggi, o ti senti costretto dal fatto che questo è ciò che il pubblico desidera?

Oggi mi viene naturale, ma all'inizio non ne volevo sapere. Poi qualcuno mi ha spiegato che questa è l'era in cui bisogna interagire con i fan.. cosicché oggi mi diverto, e non è male. Oltretutto, dico semplicemente la verità. Sono io, o sto fingendo?

La classe del '49 sembra essere ancora piuttosto in forma. Tu sei ancora nel pieno delle forze, e Bruce Springsteen continua a fare concerti da tre ore e mezza. Sicuramente il rockn'n'roll non è più una cosa riservata ai teenager.

Non farei mai un concerto di tre ore, i miei durano due ore e già mi sembra una pazzia. E non ce la farei mai ad ascoltare musica per tre ore di seguito, finirei per annoiarmi. Quanto a me, cerco di tenermi in forma e in salute. Andando in palestra di mattina, cercando di tenere a bada l'influenza e cose del genere...Lo devo fare. Se cominci a preoccuparti, è la volta che ti fai male. Il tuo corpo sa cosa fare senza che tu ci debba stare a pensare. Funziona e basta. Se cominciassi a pensare che devo proteggere le mie mani e cose del genere comincerei a muovermi goffamente, a diventare rigido e imbalsamato. E se cominci a farti male, fai meglio a cercati un altro lavoro... ..

Non è certo il caso di pensare alle pensione. Ma quando accadrà come vorresti essere ricordato?

In nessun modo. Vorrei scomparire completamente. Essere cancellato. Sai, far spazzare via le impronte così che sembri che non sia mai stato su questa terra. Mai esistito. Un po' difficile, mi rendo conto, se alle spalle ti sei lasciato un gruzzolo di dischi.

(Alfredo Marziano)

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