Blackfield: 'E' ora che tutto il mondo si accorga di noi'

Blackfield: 'E' ora che tutto il mondo si accorga di noi'

Fuma, sorseggia Coca-Cola, parla veloce, veste sempre di nero e frequenta i migliori alberghi internazionali portandosi dietro la famiglia (compreso il figlio di 6 anni, Dylan: inutile chiedergli chi sia il suo cantautore preferito). Aviv Geffen è una star che i suoi connazionali israeliani, racconta, vorrebbero solo per sé, come un segreto che è meglio custodire tra le mura di casa. Lui se ne sente lusingato, ma ha ben altro in testa: trasformare i Blackfield, la band che fronteggia accanto a Steven Wilson, in un brand popolare in tutto il mondo. "Sento che il momento è arrivato", sussurra senza enfasi brandendo come arma "Blackfield IV", l'album che esce il 26 di questo mese e che suona più pop e più"suo" dei precedenti. Anche per questo Wilson ha chiarito di essere ormai diventato un "collaboratore, piuttosto che un membro effettivo del gruppo?". "Dev'essere stato frainteso", precisa subito Aviv. "Nel nuovo disco, come sempre, ha cantato e suonato la chitarra e si è occupato dei missaggi, stereo e 5.1. E quando, a partire dal febbraio dell'anno prossimo, torneremo sui palchi d'Europa e degli Stati Uniti ci sarà anche lui". Insomma: niente, o poco, è cambiato. "Steven si è dedicato molto al suo album solista e questo è il motivo per cui ho trascorso più tempo io di lui in studio di registrazione. Ho scritto io le canzoni ma anche questa non è una novità: i veri fan dei Blackfield sanno che è così dagli inizi. Il nostro terzo disco si intitolava 'Welcome to my DNA' perché voleva invitare il pubblico nel mio mondo, il mondo di Aviv Geffen. Stavolta ho voluto fare un altro passo avanti e mettermi ancora più al centro della scena. Io e Steven, però, restiamo grandi amici. E se ascolti l'album ti rendi conto che il suono dei Blackfield non è cambiato. Quel gruppo è il nostro parco giochi, ognuno di noi lì dentro può esprimersi liberamente".

I cantanti ospiti - Brett Anderson degli Suede, Jonathan Donahue dei Mercury Rev, Vincent Cavanagh degli Anathema - non servono dunque a colmare un vuoto? "Niente affatto. Abbiamo solo pensato che era arrivato il momento di allargare il raggio d'azione. Vincent aveva aperto i nostri concerti negli Stati Uniti, è stato lui a chiederci di contribuire al nuovo disco e non c'è stato bisogno di discuterne. Brett è un nostro idolo, gli ho mandato qualche demo e lui ha scelto 'Firefly'. E' venuto in studio, si è fatto coinvolgere, ha registrato parecchie takes, ha chiesto a Steven di mettere più delay.. Ci siamo seduti insieme e abbiamo chiacchierato. Jonathan lo conosco da tempo, e i Mercury Rev sono da sempre uno dei miei gruppi preferiti. Il pezzo che ha cantato per noi, 'The only fool is me', è sognante com'è nello stile del gruppo. Lo abbiamo arrangiato per arpa e archi con Steve alla chitarra. Niente altro".

Come quelle del concept "Welcome to my DNA" intanto, anche le canzoni di "IV" affrontano un tema comune. "La scintilla", spiega Geffen, "è scoccata una notte a Tel Aviv mentre osservavo la gente intorno a me armeggiare sugli iPhone, lo sguardo fisso sullo schermo luminoso senza prestare attenzione a cosa accade nel mondo. Era l'immagine perfetta del caos in cui ci troviamo a vivere e dell'inutilità di provare a metterci ordine. Avevamo più o meno 25 canzoni tra cui scegliere e ne abbiamo scartate molte: un disco resta per sempre, anche dopo che non ci sei più, perciò bisogna essere cauti. Tutte quelle che abbiamo scelto hanno a che fare con la caoticità delle nostre vite, sotto diversi punti di vista: nei rapporti sentimentali, nelle relazioni con Dio, nella politica, nel nostro comportamento quotidiano. Ho scritto 'Pills' perché oggi l'80 per cento dell'umanità oggi va avanti grazie a qualche pillola. Pillole per aumentare le prestazioni sessuali, per dormire, per essere felici...Siamo drogati, ogni giorno sempre più simili a dei robot. 'Sense of insanity', invece, parla del bisogno dell'uomo di crearsi una divinità per mettere ordine al mondo e dare un senso al nostro modo di vivere. Da teo di radice ebraica sono convinto che la religione divida i popoli. Mentre la musica li unisce e mette in contatto le persone".

A testi talvolta dark e tenebrosi fanno riscontro, in tutto il disco, musiche molto melodiche e ariose, quasi sempre espresse nella forma della ballata. Una scelta dettata dalla voglia di essere più accessibili? "Con 'Jupiter' ", conferma Aviv, "abbiamo inteso fare un omaggio a Scott Walker ma anche agli ELO. Così nascono gli arrangiamenti d'archi che ho concepito io stesso portando in studio una vera orchestra di 60 elementi. La sfida era fare un disco senza campionamenti, senza plug-in; solo nell'ultimo brano, 'After the rain', abbiamo usato un po' di dubstep, un tributo a Tricky, ai Portishead e ai Massive Attack: è stato come come aprire una finestra, magari una traccia da seguire in futuro. Io e Steven abbiamo i nostri idoli, amiamo i Pink Floyd e John Lennon, ma oggi ascolto anche Placebo, Coldplay, Radiohead e i tuoi connazionali Blonde Redhead. Non suoniamo solo metal e prog. La nostra fan base forse pensa che solo quella sia la vera musica, ma cercare di dare un'etichetta a tutto è una cosa noiosa. Come definiresti i Radiohead? Rock, indie o electro? Lo stesso vale per i Blackfield: gli elementi essenziali sono le nostre voci, mia e di Steven, e la sua chitarra. La parola pop non mi fa paura e ti confesso che adoro gli A-ha, mentre il gruppo preferito di Steven sono gli Abba: teniamo interminabili discussioni su chi sia meglio...C'è molta immediatezza in brani come 'Sense of insanity', il singolo che abbiamo scelto per lanciare l'album nel Regno Unito, in Germania, in Olanda e in Grecia. Un pezzo melodico e molto conciso". Come tutto l'album, appena trentuno minuti di durata... "Breve ma molto intenso. Steven mi conosce e sa che a me non piacciono i pezzi da venti minuti. Niente di male se lui lo vuole fare con il suo gruppo, e per inciso 'The raven that refused to sing' a me è piaciuto molto, l'ho trovato molto coraggioso. Ma in genere i pezzi lunghi non li sopporto proprio, a me interessano la canzone e il testo".

E' questo che ha insegnato ai ragazzi di "The Voice" in Israele, partecipando al programma televisivo come coach? "Non sono un fan dei talent show, tutt'altro. Gente come me o Steven lì non avrebbe avuto nessuna possibilità. Ma ne ho approfittato per dire la mia sulla musica, sul governo, sulla religione. Praticamente uno scandalo a sera...e mi sono divertito! Durante la serata finale, all' insaputa dei produttori, sono salito sul palco per mettere in guardia i ragazzi. Attenti, gli ho detto, questa non è la vita vera ma un castello di vetro: basta che dal mondo reale qualcuno scagli una piccola pietra per infrangerlo". Saranno anche servite allo scopo di rendere più popolari i Blackfield, quelle apparizioni a ripetizione in televisione... "Lì la gente li conosce grazie a me, ma meritiamo di essere più famosi. A casa mia come nel resto del mondo. Sono quindici anni che ce la mettiamo tutta...Perché non abbiamo sfondato, finora? Forse perché abbiamo privilegiato la qualità scegliendo di lavorare con un'etichetta indipendente. Non ci siamo mai preoccupati troppo delle P.R. o dei passaggi radiofonici. Eppure ho suonato con gli U2, e in occasione del mio quarantesimo compleanno i Coldplay mi hanno fatto gli auguri via video. Le cose sono successe naturalmente, tour dopo tour, senza nessun aiuto da parte dei media. Abbiamo sempre pensato alla musica, non a inseguire la fama".

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