Ed Harcourt, l’indagatore musicale dell’incubo

Raggiungiamo Ed Harcourt al telefono a Londra, e spariamo a bruciapelo una domanda: “Sai chi è Dylan Dog”? Facendo una vista sul sito del cantautore inglese, che in questi giorni pubblica il suo secondo album “From every sphere”, la domanda sorge spontanea.

Andate all’indirizzo www.edharcourt.com, e ve ne renderete conto voi stessi: vi sembrerà di trovarvi in un sito dedicato all’indagatore dell’incubo: il buon Ed è vestito con camicia rossa e giacca nera, in mezzo ad una serie di mostriciattoli. Il personaggio dei fumetti creato da Tiziano Sclavi è però italianissimo. Ed così ci risponde, mentre strimpella un piano che ha appena acquistato per la sua casa. “No, giuro che non lo conosco! E’ che mi vesto così…”. Da dove arrivano allora quei mostri, chiediamo. “Dall’immaginario delle mie canzoni, che ha sicuramente un lato oscuro. Certo, è vero che sono molto ironico, ma è un’ironia inglese, e forse non sempre si capisce”.


Ed spiega che il suo secondo disco ha questo titolo, “Da ogni sfera”, ma che originariamente doveva essere “Lost souls”; poi i Doves sono usciti prima con un album intitolato allo stesso modo. “Eppure io l’avevo scelto un sacco di tempo fa, e non sapevo nulla del loro album… Comunque anche questo titolo, che poi è quello dell’ultimo brano, mi sembra si adatti bene al mood delle canzoni”.
E le canzoni, quelle risentono di diverse influenze musicali: da un lato quelle di cantautori “pianistici” come Randy Newman o Tom Waits; dall’altro di sperimentazioni elettroniche varie, che affiorano qua e là. “Non mi piace fermarmi, mi diverto a sperimentare”, spiega. “Certo, riconosco queste influenze, ma sono influenzato da tutti i grossi nomi che ascolto. Posso sembrare più americano che inglese? Non credo, ma forse sono troppo dentro al processo creativo della mia musica per giudicarla”.
Il disco è stato registrato insieme Tchad Blake, ingegnere del suono già di Peter Gabriel e Pearl Jam. “Abbiamo usato il suo sistema ‘Binaural’, quello che ha dato il titolo al disco dei Pearl Jam e che prevede di far arrivare i suoni secondo come questi vengono percepiti dalle posizione delle orecchie umane. Certo, le mie canzoni non sono quelle di Gabriel, con 90 tracce in cinque minuti. Però l’effetto è soddisfacente, credo. E Tchad è davvero una gran bella persona”.

Quando chiediamo ad Ed che spazio possa avere oggi una musica come la sua, ricercata e non sempre immediata, ci risponde serenamente: “Uno spazio c’è. Non c’è bisogno di andare subito in classifica, mi piacerebbe che chi mi ascolta cresca pazientemente con me, senza farsi condizionare troppo dalle menate dell’industria discografica. Il problema è che io stesso sono poco paziente: ho finito questo disco diversi mesi fa, e nel frattempo non mi sono di certo fermato: ho continuato a scrivere e spero di iniziare a registrare un nuovo album già alla fine di quest’anno. Nelle mie intenzioni sarà meno scuro, più solare. Ma chi può dirlo?”
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