New Orleans, le 'jamband' all'assalto del JazzFest

Lo chiamano ancora Jazz and Heritage Festival, in onore a una veneranda tradizione (quella appena conclusa era la trentatreesima edizione): ma a dispetto di un cartellone che quest'anno proponeva Wynton Marsalis, Wayne Shorter, Joe Lovano e Terence Blanchard sono altre musiche, ormai, a fare da colonna sonora portante alla kermesse che ogni primavera ricolloca New Orleans al centro della mappa musicale americana. Mai come quest'anno, dove a farla da padrone al JazzFest, al fianco delle inossidabili attrazioni locali (da Allen Toussaint ai Neville Brothers, passando per Dr.John, Funky Meters e Dirty Dozen Brass Band) e delle pop star acchiappa-pubblico (Lenny Kravitz, Counting Crows, Jimmy Buffett, Baha Men e India.Arie), è stata soprattutto una schiera di pronipoti dei Grateful Dead e di fratellini minori dei Phish, calati in massa con una colorita carovana di neo-hippies al seguito in una Big Easy già arroventata da un sole implacabilmente estivo.
Le chiamano jamband, in omaggio alla loro inclinazione per una musica “per la mente” dalle forme espanse e flessibili, tutta basata sull'improvvisazione, sui lunghi dialoghi strumentali, sulla commistione dei generi e degli stili più svariati. Portatrici sane, tutte quante, di un sistema di pensiero fondato su pochi, condivisibili concetti: prevalenza assoluta della musica “suonata” sul look e sulle posture da star (difficile trovare in giro band dall'aspetto meno “glamorous” di queste), predisposizione a considerare ogni concerto come un evento unico ed irripetibile (le scalette cambiano completamente di sera in sera), interazione assidua e diretta con il pubblico (incoraggiato a registrare i concerti e allo scambio dei live tapes), messa in circolo di messaggi positivi e di buone vibrazioni (divertimento con una punta di consapevolezza sociale, priva però di ogni precisa connotazione politica).
Ad aprire la strada sono stati, ancora una volta, i Phish di Trey Anastasio, protagonisti nel '96 di una esibizione sui palchi del JazzFest che fece storcere il naso solo ai puristi più irriducibili. Poi, con l'ultima edizione del festival chiusasi domenica scorsa (5 maggio), è arrivata la consacrazione definitiva. Tanto che nella “Crescent City” si è materializzato persino lo spettro dei Grateful Dead in persona, nelle sembianze dei Ratdog di Bob Weir (presto attesi anche in Italia) e di Phil Lesh in compagnia dei suoi “friends” (che includono nella più recente incarnazione il chitarrista Jimmy Herring, il batterista John Molo e due membri dei Gov't Mule, Warren Hayes e Rob Barraco). Ingaggiati tutti e due per l'ultima giornata del festival e generosi entrambi nel rispolverare pagine storiche del gruppo che fu, per quanto con intenzioni e filosofie diverse. Weir, accompagnato dal fedele contrabbassista Rob Wasserman e da una nutrita sezione fiati, sembra il più desideroso di togliersi di dosso il peso del passato: e così i suoi Ratdog spostano volentieri l'asse sonoro verso un jazz-rock fluido e timbricamente variegato in cui fanno irruzione di tanto in tanto gli scratch e i sample del newyorkese Dj Logic, guastatore sonoro che manipola irriverente vecchi vinili di James Brown, Grandmaster Flash e dello stesso Morto Riconoscente. E' Lesh, viceversa, a sventolare con più convinzione la bandiera riposta dolorosamente nel cassetto dopo la morte di Jerry Garcia: le improvvisazioni dilatate e i rumorismi free del suo ensemble (soprattutto nel corso dell'esibizione indoor all'Auditorium municipale di New Orleans che ha preceduto l'apparizione sui palchi del festival vero e proprio), i dialoghi chitarristici serrati e l'impetuoso flusso sonoro senza soluzione di continuità hanno rievocato a più riprese le glorie del passato, mentre meno convincenti, sul filo di un rock californiano un po' di maniera, sembrano le nuove composizioni destinate a un disco di studio prossimamente in uscita. Quando sull'Acura Stage (il palco principale del festival) sale anche Weir, le recenti ruggini tra i due (storie che riguardano il patrimonio di Jerry Garcia e in particolare il destino delle sue pregiate chitarre…) sembrano dimenticate, e l'emozione per chi – come noi - i Dead non ha mai avuto modo di vederli in carne ed ossa sale allo zenith: tanto più che i due suonano insieme per quasi un'ora, rivisitando splendidamente “The music never stopped” e “Cassidy”, “Liberty” (una delle ultimissime composizioni di Garcia) e “Slipknot!/Franklyn's Towers” (e prima il solo Lesh ci aveva già deliziato con “Uncle John's band” e “Cumberland blues”).
Prima di loro, il festival e i teatri di New Orleans avevano ospitato i discepoli, che al modello dettato dai Dead si ispirano se non sempre nelle musiche, quantomeno nello spirito e nelle tattiche di sopravvivenza nel music business. Ed ecco allora gli String Cheese Incident (i più virtuosi e poliglotti, con un sound galoppante che dal bluegrass delle origini si espande verso destinazioni latino-caraibiche e scansioni funkeggianti), i moe. (forse i migliori di tutti, con un micidiale interplay chitarristico, un approccio frizzante da college band e un sound che rievoca a tratti i fantasmi di Television e Feelies), i Jazz Mandolin Project (dei Medeski, Martin & Wood con il mandolino spiritato del leader Jamie Masefield in luogo dell'organo Hammond) e i Gov't Mule (la già rodata band messa in piedi dall'ex Allman Brothers Warren Hayes, chitarrista robusto ma anche raffinato e versatile: la loro musica aggiunge al rock blues psichedelico e sudista della band dei fratelli Allman un ricco armamentario di riff hard rock). Uno spettacolo a parte lo riserva il pubblico, in trasmigrazione da un concerto all'altro così come i membri delle band in questione sono soliti scambiarsi ospitate e condividere esperienze musicali: un popolo nomade in arrivo da ogni parte degli States, composto in maggioranza da giovanissimi dalle barbe e i capelli incolti, che veste in sandali, collanine, magliette tye-dye e pantaloni oversize alla caviglia, condivide valori comuni (“I give a shit” è uno dei motti, quasi una versione più colorita dell' “I care” di veltroniana memoria) e ondeggia festoso e un po' stonato al ritmo della musica scambiandosi sorrisi, abbracci, fumo, birre e daiquiri. Magari non tutto suona freschissimo, ad un orecchio smaliziato, e qualche protagonista della “scena” mostra margini di miglioramento nella scrittura musicale. Magari il fenomeno musicale e di costume è troppo marcatamente americano per poter essere esportato altrove. Ma il battaglione di jamband che ha invaso gli USA negli ultimi anni (i nomi che abbiamo citato sono solo la punta di un iceberg) ha quantomeno il merito indiscutibile di avere resuscitato un gusto per l'avventura, la sperimentazione e l'interscambio musicale che sembravano irrimediabilmente perduti. Fossimo un promoter nostrano, cominceremmo a guardarci intorno. (Alfredo Marziano)
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