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The Observer 2012: l'intervista agli Intercity

Per chiudere lo spazio di The Observer dedicato agli Intercity, dopo aver recensito il bellissimo “Yu hu” la settimana scorsa, abbiamo fatto due chiacchiere con Fabio Campetti, voce della band, per conoscere meglio il combo bresciano.

Nati dallo scioglimento degli Edwood, gli Intercity fanno il loro esordio nel 2009 con “Gran piano”. Come sempre dunque, partiamo dalle origini, dalla formazione del gruppo. Dagli Edwood agli Intercity: com'è nato il progetto e che cosa è cambiato rispetto al passato? Edwood nasce nel 2003, giusto un attimo prima di entrare in studio per realizzare il nostro primo disco “Like a movement”, uscito esattamente nel Maggio del 2004, il cambiamento sostanziale è stato il passaggio alla lingua italiana, quindi contemporaneamente l’arrivo di Anna. Possiamo dire quindi che il punto di svolta è stato l'incontro con Anna (Viganò)? Com'è andata? Certamente. Come scritto sopra, l’incontro con Anna è stato fondamentale per completare il passaggio e il cambiamento. Con lei ci siamo confrontati più volte perché lavorava alla Midfinger, etichetta che insieme a Ghost Records ha pubblicato il nostro secondo disco, “Punk music during the sleep”. Parlando invece del vostro sound: che cosa significa essere “Pop” per voi? Noi fin dagli inizi facciamo e realizziamo canzoni, quindi ricerchiamo volutamente una melodia accattivante. Essere pop ci piace, probabilmente le cose migliori uscite nella storia hanno una matrice “pop” ben definite e marcata, quindi siamo assolutamente contenti se siamo riusciti nell’intento. Dall'inglese degli Edwood all'italiano degli Intercity: semplicemente una scelta stilistica oppure necessità comunicativa? Diciamo che ci piace utilizzare entrambe le lingue. Per i pezzi cantati in inglese, c’è sì una cura del testo, ma soprattutto la voce si trasforma quasi in uno strumento, cantare diventa una questione di suono. Nelle canzoni in italiano l’esigenza di comunicare invece è più immediata, quindi il testo diventa di conseguenza più protagonista. “Yu-Hu” è un disco molto ricco, con materiale sufficiente quasi per due album. Come nasce un pezzo degli Intercity e, nello specifico, com'è nato Yu Hu? Tutti i nostri brani nascono chitarra e voce, quindi vengono “vestiti”, arrangiati, suonati, provati prima a casa, quindi in sala prove. Per “Yu hu” avevamo tante canzoni, volevamo assolutamente fare un disco lungo; io, personalmente, adoro i dischi in questa direzione. Per questo disco avete riservato un'attenzione particolare anche all'aspetto video, vedi “l'Elettricità” e lo splendido “Smeraldo”, entrambi diretti da Moira Della Fiore. Si assolutamente. Volevamo fare dei video sia con un taglio “artistico”, ma anche allo stesso tempo promozionali, in modo da presentare la band al meglio. Moira è stata molto brava, lavorando con passione e contenendo i costi al limite. Gli Edwood avevano un taglio più “alternative”, mentre oggi con gli intercity avete per così dire, smussato gli angoli. I tempi ovviamente sono cambiati, com'è cambiato anche lo stato della musica in generale. A questo proposito: quali sono oggi, e quali sono stati i vostri punti di riferimento in ambito musicale (e non, vedi Wong Kar Wai per dirne uno)? Che cosa state ascoltando in questo momento? Sì, gli Edwood erano un po’ più sofisticati, mentre il progetto Intercity potrebbe essere fruibile da chiunque, anche grazie l’uso dell’italiano che, come detto sopra, ha dato una connotazione più riconoscibile. Diciamo che il nostro pop è un frullato di tante influenze, dalla musica, dal cinema, dalla letteratura. Punti di riferimento: sicuramente la wave (Cure, Smiths, Bauhaus, CCCP in Italia), l’indie anni 0, Radiohead, Notwist, Grandaddy, Sigur Rós, sicuramente Bon Iver per citare un ultimissimo… Ultima domanda: c'è un tour in programma? Progetti per il futuro? Sicuramente suoneremo il più possibile. A partire da questo autunno toccheremo i club italiani un po’ ovunque, a tempo indeterminato, quindi contemporaneamente cercheremo di raccogliere le idee per il seguito di "Yu Hu".

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