| L'ascolto, prima distratto, quasi sfuggevole, si fa sempre più attento man mano che il disco avanza. La melodia passa dallo sfondo al primo piano, inizi a canticchiarla con il naso e poi la cerchi con gli occhi. "Chi sta cantando? Bello però questo pezzo". Che tu sia a casa, in ufficio o in automobile, da solo o in mezzo alla gente, la storia è sempre la stessa: al pop di qualità non si resiste. E' un po' una specie di magia. Azzecchi gli accordi giusti, trovi un sound che gli renda giustizia e parole che facciano altrettanto, e il gioco è fatto. Poi lo puoi chiamare indie pop giusto per porre l'accento sull'indipendenza produttiva e ricordare a tutti che è dal mondo indipendente che sei venuto, e che di quel mondo qualcosa hai ancora addosso: un'attitudine, un riff di chitarra più tagliente, o magari solo la voglia di fare di testa tua. Poco importa.
Di gruppi indie pop in Italia ce ne sono a tonnellate (spigliati, demenziali, hypster, malinconici, "colti", commerciali, inutili…), eppure l'indie pop fatto come Dio comanda, quello che ti fa girare la testa o alzare il volume dell'autoradio per cantare con i finestrini abbassati, è veramente raro. Gli Intercity nascono ufficialmente nel 2008, prima il progetto si chiamava Edwood. A Fabio e Michele Campetti e Pierpaolo Lissignoli si aggiunge Anna Viganò, la lingua da inglese diventa italiana, l'indie da rock si fa, appunto, pop. Due dischi all'attivo, l'esordio "Gran piano" e il nuovo "Yu Hu", appena uscito. Ora, per aiutare chi legge ad inquadrare meglio un gruppo e il suo cosiddetto "sound", è normale ricorrere ad una serie di riferimenti solitamente abbastanza noti.
Gli Intercity però meritano un "trattamento" diverso. Perché se ti innamori di qualcuno, non vai a dirgli "guarda, ti amo perché mi ricordi tanto questo o quello". Gli dici ti amo per quello che sei. Degli Intercity allora, noi di The Observer ci siamo innamorati per la loro incredibile eleganza, per quella malinconia che sembra non abbandonarli mai, per la delicatezza del tratto melodico, per la bellezza di pezzi meravigliosamente pop che entrano diretti in testa senza troppe complicazioni, perché una volta sentiti, ti viene voglia di sentirli ancora. E ancora. E ancora. Per quell'elettricità che ti attraversa la schiena quando sai che stai soffrendo per amore. O forse sei solo felice. "Calmami / con quel colpo straziami / senza mai deludermi / senza mai sorridermi".
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