The Changingman: Rockol intervista Paul Weller

The Changingman: Rockol intervista Paul Weller
Credits: Franco Mannocci / Concessione in uso a Rockol

Doppiopetto, cravatta, pochette nel taschino. A Milano, e sul palco della Roundhouse di Londra, Paul Weller si presenta vestito di tutto punto come sulla copertina di "Sonik kicks", il nuovo album che esce nei negozi italiani oggi, 26 marzo. E' l'occasione e lo spunto per una lunga chiacchierata faccia a faccia  in cui il "Modfather" racconta molto del disco ma anche di sé, del suo nuovo stile di vita, della sua scarsa nostalgia per il passato, di amori musicali passati e recenti...


Il tuo nuovo album, "Sonik kicks", sembra in un certo senso complementare al precedente "Wake up the nation". Una sorta di evoluzione, con un'inclinazione ancora più sperimentale.

 



In un certo senso è così. Ma è anche un disco differente da "Wake up the nation", e non credo ci sia in giro qualcosa che gli somigli. A me sembra unico, diverso. Alle mie orecchie suona come musica del ventunesimo secolo.



"22 dreams", l'album che hai pubblicato nel 2008, sembra avere segnato un punto di svolta nella tua carriera. Il momento in cui forse hai cominciato a pensare che potevi prenderti più libertà.



Penso di sì. Per me la cosa importante è evolversi, progredire.  Con i miei ultimi tre dischi ho cercato di comprendere quali altre possibilità ci fossero nell'ambito della mia musica. Ho provato a uscire dal mio recinto per dimostrare - soprattutto a me stesso -  che è possibile fare qualunque cosa, o quasi. In "Sonik kicks", in effetti, mi sembra ci sia più sperimentazione. Ho voluto capire fino a che punto potevo spingermi. E poi c'è il fatto che continuo ad ascoltare generi di musica differenti. Anche questo ha avuto la sua influenza.



C'è una forte componente elettronica. Tu stesso citi i tedeschi Neu! tra le tue fonti di ispirazione...



Sì. Non in tutto l'album, però, diciamo in un paio di canzoni. Soprattutto dal punto di vista ritmico, con quel loro caratteristico beat noto come 'motorik'. Ho cominciato a comprare compilation di musica elettronica dei primordi, cose degli anni Trenta e Quaranta. Musica sperimentale molto antica, Un'altra influenza rintracciabile nel  disco, credo.



Le differenze con gli album precedenti non riguardano soltanto il suono. Si direbbe che tu abbia  cambiato anche il modo di scrivere canzoni.  



Negli ultimi due dischi è stato sicuramente così. Avevo sempre scritto canzoni in modo molto tradizionale, alla chitarra o al pianoforte. Scrivevo un pezzo completo e poi lo portavo alla band perché lo suonasse o al produttore per lavorarlo in studio. Ma lo stampo della canzone era già stato modellato, si trattava eventualmente solo di migliorarla. Stavolta invece non ho composto nulla prima di entrare in studio, ho creato sul posto. E' un modo più spontaneo di lavorare che a volte produce grandi risultati e altre volte non ti porta da nessuna parte. Volevo andare alla scoperta di forme e metodi di scrittura differenti. E' liberatorio, per chi come me scrive canzoni da tanti anni. Sto cercando altri modi per farlo.



In "Sonik kicks" compaiono alcuni 'soliti sospetti': Steve Cradock, Noel Gallagher, Graham Coxon...La cosa strana è che li hai spinti a fare cose diverse dal solito, a suonare strumenti diversi da quelli che usano abitualmente.



E' così. Graham Coxon ha suonato l'organo Hammond e per lui era la prima volta.  In molte canzoni Steve Cradock suona la batteria...Si tratta di vedere che cosa capita se ci si mette a suonare in modo diverso dal solito. A noi musicisti serve per conservare interesse in quel che facciamo.  



Sembra esserci molta meno chitarra che nei dischi precedenti...



In realtà  ci sono molte chitarre nel disco, io le ho usate spesso. Solo che hanno un suono diverso  dal solito: ci sono molti effetti, e a volte sembra di sentire dei sintetizzatori.





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"Sonik kicks" è in un certo senso anche un album di famiglia. Ci cantano tua moglie Hannah e due dei tuoi figli. Mentre un'altra figlia, Jesamine, è citata nei crediti di una canzone, "Dragonfly". Com'è successo?  



Jesamine aveva scritto una poesia con quel titolo, credo si trattasse di un compito per la scuola.  "Lei è come un cavallo senza cavaliere/è come un mondo senza gente" sono versi che  ha scritto di getto, senza pensarci sopra, e che io ritengo bellissimi. Mi sembra che trasmettano un senso di  innocenza: così ho deciso di usarli come spunto per svilupparli in altre direzioni. In studio si è creata un'atmosfera che ci spingeva a provare qualunque cosa.



Il tuo home studio, il Black Barn?  



Sì, e avere un proprio studio a disposizione ovviamente aiuta. Arrivano gli amici, arrivano i familiari... e qualcosa finisce sul disco.



E' stato difficile convincere i tuoi figli a cantare?  



Per niente, per loro è stata una cosa del tutto  naturale. Mia figlia Leah e il mio figlio più piccolo, Mac, cantano su un pezzo intitolato 'Be happy children'. Mac ha solo sei anni ma ama già la musica e cantare gli piace. Non c'è voluto molto a convincerli, no.



Quanti figli hai?



Sette.



Gli ultimi due gemelli si chiamano Bowie e John Paul: in omaggio al Duca Bianco e ai Beatles?  



Ai Beatles, sì, ma anche a mio padre che si chiamava John. Amo David Bowie, lo considero un grande artista. Ma è mia moglie la più grande fan in famiglia ed è stata lei a scegliere il nome. Ne abbiamo scelto uno a testa.



Mi sembra di sentire un che di bowiano nel nuovo singolo, "That dangerous age"...



Certamente. Mia moglie ascolta molto spesso la sua musica. Personalmente apprezzo soprattutto il suo album del '77, "Low",  che è uno dei miei dischi preferiti di tutti i tempi. Di quell'album mi piace molto  l'attitudine sperimentale. E sicuramente ne sono stato influenzato.



C'è molta varietà stilistica, nel disco.  L'arrangiamento per voce, chitarra acustica ed archi di "Down by the waters" ricorda Tim Hardin. Oppure quel che Robert Kirby faceva con Nick Drake, David Bedford con Roy Harper.   



L'elemento folk è sempre presente nella mia musica. In quel pezzo mi sono ispirato esplicitamente a "River man" di Nick Drake: ho cercato di catturare lo spirito di quell'arrangiamento, il suo tono ombroso e l'impeto di quegli archi.  Mi piacciono gli arrangiamenti dei suoi dischi, quel loro suono classicheggiante.



"Study in blue", invece, è un pezzo molto lungo che si sviluppa su una base dub. Abbastanza inusuale, nella tua produzione.



No so che dire, è venuta fuori così. Ma ho sempre ascoltato il dub e il reggae, sono generi molto radicati nella cultura musicale britannica. La lunga coda dub finale è frutto di un'improvvisazione di studio: come gran parte del disco, a ben vedere. Abbiamo registrato  a blocchi, due o tre giorni per volta. Il lavoro in studio è stato molto intenso, abbiamo cercato di incidere più materiale possibile. Poi lo abbiamo riascoltato e abbiamo deciso come editarlo.  



Chi c'era in studio con te? Qual era il gruppo base?

Stavolta non c'è stato un gruppo vero e proprio. Steve (Cradock) era quasi sempre presente... ma principalmente si trattava di me, del coproduttore Simon Dine e di un paio di tecnici del suono. Davvero un piccolo team. Ho suonato personalmente un sacco di strumenti, chiamando di tanto in tanto qualcuno a dare una mano.



Con quale band ti esibisci dal vivo? La stessa del tour precedente?

Sì, la formazione è identica ma con un musicista in più perché in alcune canzoni ci sono due batterie. Dal vivo cerchiamo di replicare il più possibile il suono del disco.  



Man mano che passano gli anni sembri sempre più disposto a lasciare che la tua musica venga manipolata da altri. La collaborazione stretta con Simon Dine, i remix raccolti nel bonus disc di "Wake up the nation" e quelli  realizzati per "Sonik kicks" sembrano indizi di una maggiore apertura alle collaborazioni.



E' interessante osservare la tua musica dal punto di vista altrui. Lasciare mano libera ad altri musicisti e vedere che cosa ti torna indietro. A volte funziona, a volte no. Credo che tu abbia ragione, negli ultimi anni mi sento molto più disposto a collaborare con altra gente, a confrontarmi con le idee altrui. Quand'ero giovane ero molto più possessivo, non volevo che nessuno entrasse in quello che ritenevo essere il mio territorio. Con gli anni ho imparato ad aprirmi e a condividere la mia musica.



Clicca qui per leggere la seconda parte dell'intervista a Paul Weller
 

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