Bandabardò: dal vivo è meglio, anche in carcere

Bandabardò: dal vivo è meglio, anche in carcere
E’ giunto, per la Bandabardò, il momento del disco dal vivo. Dopo otto anni di carriera, il gruppo ha infatti deciso di immortalare quella che è la sua caratteristica principale, ovvero la dimensione live, con il divertente “Se mi rilasso collasso”, titolo emblematico per una band che sul palco davvero non si risparmia e crede molto nel rapporto diretto con il suo pubblico. “Abbiamo passato il cinquecentesimo concerto con grande felicità – ci racconta il cantante Erriquez Greppi -. Ora siamo a circa 540 e non capiamo proprio coloro che salgono sul palco con un’aria truce e di grande sofferenza perché il nostro è il lavoro più divertente del mondo, almeno per noi. Quindi, più suoniamo più ci carichiamo. Anche nella vita in generale siamo persone che si rilassano poco; ci prendiamo pochi momenti di pausa e di stacco dalle cose che più ci interessano, come gli affetti e la musica, perché più ci sei dentro e meno molli.”

“Se mi rilasso collasso” è una fedele testimonianza di quello che rappresenta il concerto per la Bandabardò: il momento cruciale del fare musica, vissuto con l’entusiasmo di chi crede in quello che fa e si diverte un mondo a farlo, comunicando emozioni ed energia al pubblico. “Avevamo voglia di fare un disco dal vivo vero, senza rifare nulla – spiega Erriquez -, e per fare questo devi raggiungere un minimo di decenza sul palco. Noi ci siamo sorpresi, riascoltando i tre concerti che abbiamo registrato (Roma, Milano e Ancona), di trovare delle versioni dei pezzi più che dignitose, suonate molto bene. Così non abbiamo fatto altro che mixare, portando in equilibrio tutti gli strumenti senza ritoccare nulla. E’ anche un momento fondamentale per noi, perché abbiamo fatto un grosso passo indietro rispetto a quelle che erano le nostre prospettive di lavoro, nel senso che la nostra esperienza con le major è stata abbastanza deludente. Quindi, con lo slogan ‘meglio soli che non accompagnati’ ci siamo trovati a lavorare come indipendenti, autogestendoci, ed è una gran cosa. Il disco dal vivo è un momento storico del gruppo: non è un disco antologico, non è un ‘best of’, ma la registrazione di una tournée, per noi molto bella e ricca di ricordi”.

La musica della Bandabardò è un modello perfetto di “patchanka” italiana, eseguita con strumentazione prevalentemente acustica ma con un’eergia e una comunicatività davvero sorprendenti, in linea con quella scuola d’oltralpe che vede i suoi principali esponenti in personaggi come Les Negresses Vertes o come Manu Chao, che Erriquez ha avuto modo di incontrare e del quale ci regala un ricordo: “Era la terza volta che vedevo Manu e finalmente sono riuscito a parlarci e a fargli un’intervista in francese, visto che è la lingua madre di entrambi. Poiché la mia presenza lì aveva un significato, sono riuscito a rompere il mio muro di timidezza e sudditanza da fan e abbiamo chiacchierato per due ore di musica fine anni ’80, primi ’90, periodo nel quale la Francia è esplosa in mille gruppi alcuni dei quali sono stati anche esportabili, come Mano Negra e Negresses Vertes, mentre altri sono rimasti in Francia ma hanno sviluppato una grandissima carriera. Io avevo due dischi suoi e credo di essere uno dei pochissimi che li possiede: sono di un gruppo estemporaneo fra un disco e l’altro dei Mano Negra che Manu aveva creato, Los Carajos. Questa cosa l’ha molto ringiovanito ed emozionato. Lui è una persona estremamente dolce, disponibile al dialogo, curioso musicalmente e attento ai rapporti umani, il che è per me una cosa molto significativa”. E la grande attenzione per i rapporti umani risulta evidente nel modo di rapportarsi verso il pubblico che la Bandabardò manifesta in ogni esibizione, rendendola unica e vera con la propria sincera e totale passione. Spesso anche con la volontà di sensibilizzare su argomenti di tipo sociale; ennesima prova di questo è il concerto che la formazione terrà giovedì 5 luglio per i detenuti del carcere milanese di Opera alla presenza di un’esponente di Amnesty International, del Sindaco e dell’Assessore alla Cultura del Comune di Opera.
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